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Villaggio fra braccia di Morfeo di Filippo Giordano è una collezione di dieci sogni. L’autore, quasi rapinandoli ai legittimi proprietari e mantenendo la necessaria anonimità, ha tentato di intraprendere una esperienza al limite del possibile: sognare i sogni degli altri. Questo tentativo si è poi strutturato in due fasi: la narrazione – decantazione del sogno e la sua interpretazione ad alto rischio, che lo stesso Giordano definisce un “azzardo”. La struttura binaria di ogni lirica, in pratica, conferma la stessa scissione nevrotica del “villaggio” che vive tra veglia e sonno, apparente disordine delle scene oniriche e latente disordine del mondo reale. Senza bisogno di scomodare la psicanalisi, né la teoria dell’inconscio collettivo, ci sembra che la esperienza di sognare i sogni degli altri valga quanto quella di un cronista o di un inviato speciale nei territori delle “Alterità” rispetto a cui l’autore non è né troppo distante né troppo estraniato, né troppo vicino, né troppo immedesimato, e al tempo stesso né troppo fedele né troppo infedele.

Il gioco della estraniazione – immedesimazione e quello dell’Alterità – Identità, fanno parte di questo reportage sperimentale del “villaggio onirico”. Un “villaggio” stra-paesano, contadino e piccolo borghese, diverso dal cosiddetto “villaggio elettronico”, dove si fa cronaca (e poesia) sui sogni del maestro elementare, dell’impiegato di terzo livello, dello studente castrato, della fanciulla coscia-lunga o di quella sepolta viva, del concorsista disoccupato o del coglione raccomandato, del figlio padre-dipendente, dello scapolo zitellone vissuto senza “affetto di donna”, dello scemo di paese e del masturbatore di sogni da grande magazzino. L’operazione di Giordano, quella di “fare i conti” con i sogni degli Altri, viene condotta con la consueta epigrammaticità lirica, attraverso la scansione binaria del tempo e dello spazio di questo “villaggio”, mediante la quale, a sua volta, la parentesi che si chiude (il sonno), apre quella successiva del controllo vigilante e razionale della veglia. Sintonizzarsi, quindi, sulla stessa lunghezza d’onda degli altri, non esclude una contemporanea estraniazione dai sogni mediocri – piccolo – borghesi di chi “medita amaro adattarsi” e di chi, al tempo stesso ancora, conferma la sua costituiva inadattabilità al “contesto” del villaggio. Ognuno, comunque, fa i sogni che merita e che può permettersi: se il “villaggio” non consente altro che la vetrina del supermercato, ciò non significa che non si può sognare diversamente dal contesto. Non è quindi il “passato a tornare da sovrano ma il latente disordine del contesto del “villaggio onirico”, il “cattivo presente” rimosso, di fronte al quale il “candore” del poeta forse non basta.

Recensione
Villaggio fra le braccia di Morfeo
poesia 
Autori
Filippo Giordano
Edizione:
Edizioni Il Vertice Libri
Palermo 1985

pp. ***

Recensione a cura di
Pubblicata su:
La Procellaria nr.1/1986
 

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