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Ci sono in Sicilia dei bravissimi poeti, e a tale schiera appartiene certamente Filippo Giordano, i quali, risiedendo concretamente nell’Isola e condividendone le pene e le gioie, producono testi letterari di ottima qualità, anche se rimangono esclusi dalla notorietà derivante dall’essere inseriti nei circuiti delle grandi industrie culturali delle metropoli lombarde e laziali, ancora purtroppo monopolisticamente dominanti nel mercato editoriale multimediale.

Nat Scammacca, nella prefazione a un mio libro, annovera il poeta di Mistretta quale “esponente di rilievo di quel fiore di poeti appartenenti ad una cultura ideologica che si esprime su un altissimo livello artistico impiegando vari strumenti poetici come la lirica, l’ironia, l’immagine, con contenuti sempre pertinenti e caratteristici dell’Isola.”

Tilde Rocco, nella presentazione alla sezione a lui dedicata nell’antologia Gli eredi del sole (Il Vertice, 1987), così d’altronde ne parlava: “La libertà, la paura, la lotta sono i temi di questo poeta i cui versi pur nel contenuto intenso, nella forza dell’espressione, mantengono una compostezza formale, come una fiamma che arde senza inutile fumo o spreco di crepitii, ma di cui si sente il calore.” Ed è vero.

E’ vera l’eleganza di Giordano nelle poesie, ed è al contempo, come afferma Vincenzo Pinello nel numero della rivista Nuvole (marzo/aprile 2001), “impressionante la sua capacità di premere le parole poetiche proprie ai temi sociali rivendicanti.” Tutto ciò fa onore alla Sicilia, o per meglio dire alla montagna del continente siciliano, a quell’altitudine che guarda il mare e scorge chiaramente, oltre ogni siepe costruita dagli innumerevoli conquistatori, il mondo globale. Filippo Giordano rende grande Mistretta, paese dei monti Nebrodi, così fisicamente contigui con le nostre Madonìe.

Il libro Voli di soffione, con sottotitolo “piccole storie di minima gente”, è una novità editoriale per Filippo Giordano che si propone ora come scrittore di prose. Si tratta di un volumetto che raccoglie diciannove racconti, ciascuno di due – tre pagine, che contengono quadretti della varia umanità vivente nel paese dell’autore, come, ad esempio, ma non solo, il contadino che porta in campagna il figlioletto per toglierlo alla madre affaccendata in casa ad impastare e infornare il pane; o la signora che tiene a casa i due figli con le sgridate e si siede poi sulla scala esterna della casa di fronte a vedere passare le persone ed è informata su tutto, e si reca dalle vicine a riferire e ricevere notizie; o il vecchietto che ancora se la sente di inquietare l’anzianissima moglie; gli scherzi fatti e ricevuti dal burlone del paese.

Commuove, fin dalle primissime pagine, l’affetto con cui Filippo racconta le storie. Il registro narrativo assume sì i connotati del distacco referente, senza riuscire per fortuna a nascondere la simpatia, l’amore, verso i protagonisti delle piccole trame rappresentate.

Sembra che Giordano riferisca aneddoti appresi in sedute conviviali con amici di varie generazioni, i quali raccontano fatti veri, accaduti ad altri amici. Su tutte le storie l’autore comunque si astiene dall’esprimere qualsiasi giudizio di ordine morale. Ogni azione viene accolta con ironia, come dall’alto di chi guarda le figure, le avvicina e ne racconta gli avvenimenti mentre le abbraccia. Cosicché sotto sotto emerge la saggezza a prevalere, la saggezza di chi la sa davvero lunga: non per niente siamo in Sicilia, regno della tolleranza e dell’adattamento, della sopravvivenza intelligente.

Così scorrendo le pagine via via, ci si sente a poco a poco come immersi in un Olimpo, minore per quanto si voglia, dati i natali della gran parte dei personaggi, ma pur sempre dal clima meravigliosamente incantato. Di tale Olimpo Filippo Giordano narratore appare come il demiurgo che tira fuori, dall’insieme sociologico informe delle statistiche, dalla tipologia socio-economica conosciuta dagli storiografi, i suoi simpatici protagonisti, le sue brave persone inviate a popolare ed animare la terra.

Il risultato è un mondo di buoni, con tutti i conflitti e i contrasti composti o sanati, dove non esiste tragedia ed anche l’amarezza delle delusioni viene superata con l’adattamento ad altre situazioni, poiché ognuno accoglie quel che gli capita e provvede a risolvere in altro modo il proprio problema di sopravvivenza, come ad esempio quel sindacalista, dirigente locale delle lotte per le occupazioni delle terre, a cui, nel momento in cui si trattò di ottenere la meritata porzione di feudo tolto all’agrario sconfitto dalla legge di riforma, succede, racconta Giordano: “La sorte volle che, come tanti, anche Nitto rimanesse escluso. Anche se lui era stato il capo del movimento, tanto da essere il più sorvegliato dai carabinieri che lo avevano pedinato e bloccato tante volte lungo il tragitto che da casa sua lo portava alla Camera del lavoro. E così a Nitto, fiero, dignitoso e caparbio, non restò che intraprendere la strada dei lavori stagionali; talvolta nella pianura di Catania a raccogliere agrumi e talaltra, in autunno, nelle aziende vitivinicole del trapanese. Che non fosse protetto da una buona stella Nitto l’aveva capito molto tempo prima.”

È questo solo un esempio, ma nel libro ce ne sono altri, della celebrazione, formalmente non ricercata, e intenzionalmente non retorica, della dignità del povero, in questo caso del bracciante rimasto senza terra, che comunque non si arrende ad una sorte e se ne va a cercarne un’altra.

Quel che rimane nascosta (o contenuta?) è sempre la rabbia: ma siamo nell’Olimpo, anche se dei poveri cristi! E l’autore tutto contempla, apparentemente disinteressato come l’antico filosofo o saggio greco, in una atmosfera sublimante.

Di sicuro c’è che "Nitto, contadino senza terra", è un grande, è un eroe, anche se di minima gente e merita di essere saputo, cantato, raccontato nella sua bellezza. Bellezza che ritroviamo in tanti altri quadri da contemplare, come nei due passi che seguono tratti dal brano che ha per titolo "Le antenne di Nuccia": “Se, in paese, nella notte era morto qualcuno, lei lo sapeva. Se qualcuna era ingravidata, lei sapeva quando si sarebbe verificato il parto. Se qualcuno aveva bisogno di un garage, lei sapeva in quale casa del circondario c’era qualcuno disponibile ad affittare un posto macchina ed anche per quale somma. Se vedeva passare una macchina con dei giovani a bordo lei indagava subito su quale signorina dei paraggi erano stati messi gli occhi addosso…”

“Quando il marito restò disoccupato per un lungo periodo e lei andò a fare dei lavoro part-time, gli scalini persero le antenne… e i vicini restarono un poco più ignoranti.” E ci fermiamo qui con le citazioni.

Rimane solo da fare qualche ultima considerazione circa la tecnica narrativa usata da Filippo. Il periodare è agilissimo, ed è frequentemente intriso del migliore ritmo. L’uso dei sinonimi e la grandissima varietà lessicale, nonché in qualche passo la vera e propria musicalità, la sola che può provenire dalla penna o dalla digitazione di un poeta, rendono accattivante la lettura.

La raccolta meriterebbe, perché no, di essere adottata dai docenti come libro di testo nelle scuole di ogni ordine e grado, quale esempio di eccellente scrittura letteraria in purissimo italiano.

Recensione
Voli di soffione
narrativa 
Autori
Filippo Giordano
Edizione:
Il Centro Storico
Messina 2001

pp. 68

Recensione a cura di
Pubblicata su:
L’Eco delle Madonie nr.2/2001
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