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Esiste una demarcazione ideale tra la poesia e la prosa anche se, di fatto, le finalità che le due «forme» perseguono possono risultare identiche. Qui non si vuole fare nessuna dissertazione (certamente sterile in ogni probabile «dimostrabilità») su questa differenziazione, bensì si tendono ad evidenziare le peculiarità di uno stile di scrittura: quella del poeta mazarese Lucio Zinna.

Accostarsi alla personalità di questo intellettuale non è cosa semplice, tali e tanti sono gli interessi che abbraccia col suo impegno sempre di prima linea: poeta, narratore, critico militante, organizzatore di cultura, fondatore di riviste; comunque attivo nel dibattito socio-culturale del nostro tempo.

Zinna è certamente figura fra le più rappresentative del nostro panorama letterario. Non a caso gode di stima negli ambienti degli addetti ai lavori e presso il pubblico dei lettori. La recente silloge poetica, dal suggestivo ed emblematico titolo Abbandonare Troia (stampata dalla Forum di Forlì del coraggioso e ammirevole Giampaolo Piccali), che esce in concomitanza con la raccolta di «scritti» Il ponte dell'ammiraglio e altre narrazioni (per i tipi Libri Thule/Romano editore di Palermo), conferma e puntualizza tematiche e stilemi zinniani: la fisionomia di una scrittura personale e coerente a dettami e connotati interni alle concezioni del poeta, piuttosto che a influenze di moda. Zinna è scrittore di robuste e vaste letture, ma la sua cultura si fa vaglio per un risultato originale.

Abbandonare Troia è un libro complesso perché dietro o dentro la scrittura «piana», a lunga «andatura» (perciò il riferimento iniziale a questa poesia prosastica), si nasconde il rovello di tempi, luoghi e circostanze incontrovertibili: la tempestosa quotidianità consegna alle spiagge cavalli di Troia gravidi di presagi.

Il poeta si trova allora ad autoimpersonare Cassandra: ma il ruolo gli appare ambiguo nelle idealità e aprioristicamente perdente nella realtà.

È difficile (forse impossibile) rinnegare la propria madre, così come la propria terra. Si capisce che Troia è il nome metaforico della patria amata, della terra madre; ma è anche il territorio su cui cimentarsi, allineando le forze in campo (potenziali, probabili, possibili, vere).

Zinna incarna una Cassandra «combattente», «reattiva»: non stima la sacerdotessa malinconica e succuba interprete di sventure. Così incita alla lotta e gli «eroi» chiamati sono gli uomini «comuni», tutti gli individui: a loro viene offerto lo scettro della poesia, della cultura, che, in altri termini, vuole essere l’arma della rivendicazione, lo strumento per allontanare la «sudditanza» (ovviamente nella struttura poetica di Zinna la sudditanza sociale fa parte di un progetto più globale di sudditanza esistenziale). Ma anche questo concetto (di sudditanza) viene affrontato dall’autore sul terreno di, consapevolezza affidata a verifiche «paritetiche»: non c’è l’impeto di contrapporre «prodotto» a «prodotto», «civiltà» a «civiltà».

Raffaele Pellecchia, nella dotta presentazione, parla di «una forma a suo modo esemplare». Ed in effetti Zinna coordina con «l’azione di una sapiente regia» tutta le fenomenologia della propria tematica: una gamma di sentimenti, di persone, di elementi, che diventano «entità», che schizzano situazioni, avvenimenti; che profetizzano (per fortuna con tocchi d’ironia) il rifluire determinate congetture.

Ma tanto basta a legittimare che un poeta, un intellettuale, un uomo, possa schivare la lotta e Abbandonare Troia?

Recensione
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