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La connotazione linguistica abile e smaliziata, i talenti inferiori e il sedimento culturale sono gli elementi che (così armonicamente fusi) fanno riconoscere la cifra piena e matura di canto di questo ultimo libro di Lucio Zinna.

Canto che non è mai una semplice lamentazione d’Orfeo ma scrittura giocata tra rivisitazione critica ed ironia, operazione di voluta diversione da quel nucleo di passione e struggimenti che comunque svela qua e là la carica innescata.

La spina amorosa di una memoria, l’amarezza per certi risvolti storici, la coscienza di un’usura da parte del quotidiano, sono spogliate delle loro particularità cronachistiche e a dirne lo spessore e l’intensità timbrica che si avvale delle diverse gradazioni tonali ed espressive senza mai cedere a soluzioni scontate.

“Dentro mi sei come spina rimasta balestra | dei miei sogni intonso pube…” questo squarcio di un sentire totale, empito raro d’io trafitto è l’incipit del testo ‘Ne polluantur corpora’ che contrapposto a ‘Fruit of the loom’ è un esempio del tiro incrociato tra lirismo ed ironia.

La scelta antielegiaca, riscontrabile in vari testi del poeta, si arma appunto del sottile stilo dell’ironia, di questa ‘estrema punta della politica dello spirito’ che tuttavia non riesce a smitizzare l’eco di una pura auscultazione ma diviene anch’essa valenza di poesia.

Cosi tra fragranze di scirocco, disinganni lagunari, tra notule condominiali e l’eco di “tossici milieux culturali” si fa strada comunque nel lettore un sottile sentore di strazio, di antica pena insieme alla dimensione filosofica.

Distanziato si dice il poeta eppure con la chiara sensazione “di una vita da vivere ancora” – forse per questo (o anche per questo) necesse: abbandonare Troia. La mitica città assurta ad emblema di ogni assedio e di ogni sconfitta (‘Perché non si son custoditi i custodi’) diviene la maschera di un luogo presente – tradito e moribondo –: realtà amata e disamata da cui si vuol fuggire.

Ma la fuga non è un atto di resa ma una specie di rivolta ed un’indicazione di rotta per chi non vuol smarrire la misura umana.

C’è un luogo dell’animo dove non scalfibile, non intaccabile, abita un nucleo “...un osso di purezza, impenetrabile ai tratti del volto e della mano” e questa specie di graal personale deve essere preservato perciò il Poeta è dunque Enea; l’uomo che resta vivo mentre tutti muoiono, l’eroe gravato dal Fato e dal Fatto di un’eredità da perpetuare.

‘Vivere a volte è più difficile di morire’, l’eco di Majakosky è più del lettore che del poeta che non conclama tesi o inni alla resistenza (ma resiste tuttavia). C’è anche in Lucio Zinna un’acuta coscienza del panta rei e dell’inevitabilità del sisma, condizione per rifondare antichi equilibri. Ecco perché l’amata liturgia di affidare messaggi alle bottiglie, le fratellanze coi “lirico dipendenti” e il “recitar controvento e contro gloria”, non bastano più.

“A volte poeti si muore”, a volte si recidono i fili del “molle agonizzante impero” perché la parola torni ad essere – vena musica fionda – con tutti gli attimi invenduti divenuti moneta e ‘passa’ per doppiare quel capo di buona speranza che è la sopravvivenza.

Ma gli allarmi, il ripiegarsi e lo ‘scartabello’ inferiore son detti con discrezione oraziana ed ironia ariostesca – come finemente annota Raffaele Pellecchia – e mentre sotto un balcone liberty vediamo: “Rinaldo con mezza bestemmia aprire di scatto l’ombrello | che non s’arrugginisse l’armatura” si potrebbe anche pensare essere l’alter ego dell’eroe omerico, quel Rinaldo, alias il nostro poeta che si guarda sottilmente beffardo, amorosamente nostalgico.

n° 9/10, Gennaio 1988

Recensione
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