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Un tuffo “critico” nel
profondo di alcune poetiche dell’otto-novecento, massime la deriva decadente, da
Baudelaire in poi, passando per Kavafis, fino all’ ermetismo nostrano, è quanto
sorprendentemente ci aveva rivelato Enrico Pietrangeli nella sua prima raccolta
poetica: Di amore, di morte. In questa sua seconda silloge, Ad
Istanbul, tra pubbliche intimità, la medesima indagine diventa in qualche
modo ancora più vasta ed incisiva, a tratti “impietosa”, vista com’è dalla
primaria angolazione di una propria infanzia usurpata, o comunque spossessata,
dai detriti di quanto di più ideologicamente funesto in quelle poetiche era
contenuto. Pietrangeli, non senza una sua lucida quiete, ci fa avvertiti di
quanto irrimediabilmente abbia dovuto esperire l’ideologia negativa di quelle
poetiche, come persona e soggetto “storico” innanzitutto, prima ancora che come
lettore. Sente la costitutiva inaccettabilità di quei “movimenti” letterari,
nella loro più intima essenza-causalità, come nesso di morte e poesia, di
gloria mitica da una parte e devastazione dell’immagine dell’uomo dall’altra.
Valga su tutto, a dimostrazione di un persistente quanto ineludibile sostrato
ermetico nelle esperienze poetiche degli anni settanta, il grido ungarettiano,
invero a sua volta di già fortunatamente di un ordine restaurativo petrarchesco,
con cui si aprono le Invettive e licenze bellezziane: “Ma non saprai
giammai perché sorrido”.
Da qui l’affondo di Pietrangeli nell’ermetismo si
spinge storicamente nelle sue più lontane e smarrite sedimentazioni, dove gli
avviene di sondarne inquietanti implicazioni con l’esperienza totalitaria del
Novecento - non sarebbe poi tanto casuale la prefazione di Mussolini a Il
porto sepolto, come il montaliano “ciò che non siamo” rivolto alla dittatura
non andrebbe oltre l’ipocrisia “liberale” di un flatus voci; la vera resistenza
“epocale” semmai è stata quella di un Rebora, di uno Sbarbaro, di un Campana,
fino alla definitiva disfatta dell’ermetismo operata da La libellula di
Amelia Rosselli, e saremmo di già nel 1958, ma si stenta a prenderne atto -.
Dell’ideologia ermetica Pietrangeli riattraversa l’origine cabalistica
quattro-cinquecentesca, indugia doverosamente su alcune tra le molte
caratteristiche che la legano alla cultura alessandrina, da qui estendendo la
propria indagine fino al punto critico - per l’Impero e per ogni singolo
individuo - di Bisanzio-Costantinopoli; di poi risale alla fenomenicità prima di
quella scissione che fu il colpo di lancia, davvero una primeva “finzione”
totalitaria, che la cabala ermetica inflisse al corpo di leggi mosaico della
Thorà.
Da questi poemi, così altrettanto dimessi nella nudità dello stile,
quanto incisivi nella visione della catastrofe, sembra che ci parlino ancor più
gli occhi di Antonietto, il figlioletto morto di Ungaretti; sembra di ascoltare
ancor più le voci dei giovinetti scampati ai disastrosi “idilli” di Penna, a
quella sua finzione di ontologia pitagorica su di cui anche noi ci eravamo
dapprima illusi, come catturati dalla banalissima mimesi ermetica del suo
“tuffatore”. Il libro invece, questo libro, si chiude sommessamente e si posa
su quel po’ che di un vivo Mosè è stato dato di salvare da tanta “grafica
onnivora”: “Mosaic, suo primogenito,/nel pieno di beltà/giace
archiviato,/ricordo sopra un tempo/non ancora compiuto”.
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Recensione |
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Ad Istanbul tra pubbliche intimità
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poesia
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| Autori |
| • | Enrico Pietrangeli |
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Edizione:
Edizioni Il Filo
Piombino 2007 |
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| Prefazione di Simonetta Ruggeri - pp. 86 |
| prezzo: € 10,00 |
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| Recensione a cura di |
| • | |
Pubblicata su:
Literary nr.4/2010
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