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“Ad Istanbul, tra pubbliche intimità”, è il secondo libro di poesie di Enrico Pietrangeli, artista romano classe 1961. L’opera è rimasta in attesa di un editore adatto – l’industria editoriale italiana è estranea alla poesia italiana contemporanea: non è un mistero, e le eccezioni sono microcosmiche – per diversi anni: quindi, revisionata e rimaneggiata, è stata finalmente pubblicata per le Edizioni Il Foglio nel novembre 2007.

A partire da Di amore, di morte, pubblicato nel 2000 per Teseo, s’attendeva questo progresso nel sentiero di ricerca estetica e spirituale pietrangeliana: a questo proposito, l’autore ha dichiarato, in una recente intervista: “(…) Il punto è sempre quello di saper ritrovare nella poesia autenticità, anche nel moderno. Il riferimento, per quanto mi riguarda, resta sempre quello lasciato nel solco tracciato dai simbolisti. Il malessere generato nell’ipocrisia è sempre più strisciante e dimora stabilmente nelle nostre anime. La vera condanna dell’uomo è la rinuncia alla poesia come condizione di vita (…).”

Da questo breve frammento si possono dedurre aspetti interessanti; s’evidenzia estraneità alle ideologie e renitenza alle avanguardie; ci si attende poesia individualista – lirica pura, al limite satira: memoria, trasfigurazione, canto – e non adesione a propagande estetiche e politiche. Così è: sgombriamo il campo dall’equivoco delle appartenenze, non ce ne sono. Al limite, Pietrangeli ha intrapreso la strada del bardo. Un bardo viandante, che scrive di Istanbul, di Trieste, di Lubiana, di Tunisi, di Buenos Aires, di Capocotta, di Roma; rivela i giochi di luce e d’ombra della sua anima, della cultura del nostro tempo: e cristallizza incontri – spesso erotici – fondamentali nella sua esistenza. Pubbliche intimità: ché Istanbul – al di là del poema eponimo – è uno stato mentale. Quel nome è allegorico. Nessuno dimentica che Bisanzio – Costantinopoli, la Nuova Roma – ha cambiato nome più volte nella storia; l’etimo stesso del nome turco, adottato ufficialmente solo dal 1930, potrebbe derivare da C.; per cominciare ad affrontare la questione, consultate Wikipedia.
Istanbul è quel che rimane dell’Impero Romano d’Oriente. Cinquecento anni dopo la fine del sogno, ecco splendore e sovrana decadenza di Santa Sofia: “sconsacrata sapienza divina, | giacciono accantonati | amorfi ruderi bizantini; testimoni quante piangenti | illuminazioni da moschea | agonizzano, rinnegate | tra il gelo dei pavimenti | privato dei soffici tappeti”. Non più città di Costantino né Bisanzio, spettro d’un passato rimosso dalla memoria europea; le cicatrici non si possono nascondere, in nessun caso. Cambiare nome alle città non è evento estraneo alla storia. Non è una mascherata, è l’esito ultimo delle battaglie. Bisanzio è caduta, è risorta turca, non è stata pianta. Roma si sopravvive a stento da molti secoli, con spaventosi saliscendi. Pietrangeli ha ascoltato e osservato i fantasmi, senza esorcizzarli; lasciandosi infestare. E ha scritto delle metamorfosi della storia: infine, ha tradotto tutto in versi.

Sempre nell’intervista nominata in precedenza è Pietrangeli a proporre una chiave di lettura dell’opera: a illustrare il suo approccio. “Consapevolezza interiore, storicizzazione del passato e rigenerazione del presente, del qui ed ora, come chiave di accesso all’oltre nella più serena sedimentazione del tempo che resta e non sfugge”: qui sembra parlare, in particolare, proprio di questo suo poemetto bizantino. Che caratterizza questo stadio della sua ricerca. Storicizzazione e rigenerazione.

I momenti migliori della raccolta sono nella lirica pura. Senza pretesa di esaustività, campiono alcuni passi.
Nell’elegiaco “Esitazioni” (p. 32), l’artista combatte il malessere: “Ed io, ostinato poeta, | voglio imbrigliarlo in versi | gettando consuete reti | nella penombra di emozioni. | E canto un disagio | martire di esitazioni” – la poesia vuole addomesticare il male: la sensibilità e l’intelligenza vanno a nominarlo, per controllarlo. Ne deriva questo canto che testimonia tutta l’umana e magnifica fragilità dell’artista, “martire di esitazioni”: i versi sono l’intervallo d’una battaglia interiore.

Poco fa si parlava – non a caso – di fantasmi: altrove bizantini, qui femminini. In “Legato al mio letto” (p. 50) leggiamo: “Ed ora, eco sulla pelle, | il sapore del sale, la schiuma | e giù brividi di vento, | un tempo lieto e lento. | Sono remoti fantasmi | che invocano un ritorno… | Ecco, amici miei cari, | un perché poco chiaro | del fatto che ora sia qui, | come fossi un folle, | legato al mio letto” – passo che non domanda glossa né commento, per la sua chiarezza esemplare. L’immobilità nasce quando il passato t’infesta: per vivere dovrai scriverne. Il contrappasso è la pazzia, e l’isolamento.

E veniamo quindi, a questo punto, a quelli che giudico i migliori versi della raccolta: “Non è l’amore” (p. 20).

Non è l’amore che non trovo,
è un sentire morto, annichilito,
pavido desiderio appassito.

Non è l’amore che non trovo
è la paura dei sentimenti
tra impalpabili, ordinari orrori.

Non è l’amore che non trovo,
è una nauseante umanità
per cui vomito inchiostro.

Non è l’amore che non trovo,
è l’arido fondo di una coppa
dove non scorre più il suo vino.

Questa è la narrazione in versi della condizione del poeta nel suo tempo; non ha dimenticato l’amore, ma non riesce a sentire; ha paura di sentire, perché troppo ha sofferto. L’ombra d’una società disumanizzante e cinica schiaccia; l’umanità impone che ci si vuoti d’inchiostro, vomitando poesia e non più cantando. La vita è un calice d’argento senza più niente da bere; il tempo nostro è arido, e freddo. Schianta.

È stato forse un ultimo amore a schiantare. Reminiscenza di odi et amo: “Ti odio e altro non sono | che un amante immolato | sull’altare dell’amore” (“Dell’odio”, p. 38): ma questa smania di vendetta è rivolta a una donna, alla società, allo smarrito sogno di gloria? Confusione fertile di congetture. Nella stessa poesia, appare “l’eroe” che si consuma in fretta. Non è un caso. L’argomento – il destinatario – è volutamente nebuloso. La satira si sovrappone alla lirica, ecco l’amoroso veleno del rancore.

Ancora sull’odio: “odio: carta ed inchiostro | ed illuminato il giorno | che ne mangerò rabbioso” (“Ad A.G., seconda parte, p. 27) – l’artista s’avvicina a essere uroboro. La carta non è solo espressione: è sua estensione.

Antidoto? “Sesso e liberazione”: l’artista scrive di necessitare di “vorace ed inconsueto sesso”: e avanti, “Amerò i tuoi volgari, | improvvisi, arroganti sguardi, | gli esuberanti trasudati seni | sulla tua voce, ibrida e roca, | e godrò per fulminante, | lontano e sconosciuto, | universo del piacere” (p. 47). Si domanda, inquieto, altrove, se sarà il sesso a liberarlo davvero: “Cerco, di fondo, comunicazione, | permango nel terrore che altri | possano guardarmi dentro: | nudo, impaurito, bambino. | Sono un sassolino sul selciato, | scalciato, altrove abbandonato” (“Conoscente, amante forse”, p. 57): e quindi, a questo punto, l’interpretazione dovrebbe virare altrove. Viro altrove.

Segnalo quindi, prima di concludere, un divertissement ispirato al web (“A Mosaic – Prompt Poem”, p. 63), il tenebroso epigramma “Anoressia mediterranea” (p. 33), la splendida bastonata ai kamizake (contemporanei: integralisti islamici): “Kamikaze senza dio”, p. 70.

La Scuola Romana ha un allievo ultimo: indipendente, laterale. Ogni migliore auspicio, Enrico.

Fonte: Lankelot

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