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Istanbul, modello d'un Oriente Romano, è
un’immagine d'inserti della memoria, luogo pubblico dove la carne del poeta
assimila l'alterità attraverso il dispiegarsi delle sue "pubbliche intimità".
L'estenuante ripercorrere i corpi di donne, le fatiche amorose, l’alternanza di
amori e passioni che si riverberano sulle forme antiche di una città dalle
molteplici anime (alcune ancora immuni al disincanto, altre già dischiuse alla
frontiera dei Balcani), tratteggiano in maniera grottesca le venature erotiche
ed il sesso sgangherato. Una carnalità affranta che si deposita in opachi
schermi di sperma, come l'estenuarsi della propria capacità di sentire,
perpetrata nell’estensione del tempo, pare trovare in Istanbul il suo
contraltare, il negativo speculare della forma stessa del passato. Istanbul è
anche specchio di frenesie da principe azzurro “senza più fiabe” che si aggira
riflettendosi nelle vetrine dei bordelli di Karakoy, avvinto nei miti letterari
che trascolorano nel vissuto di latrine, come pure dallo splendore dei minareti
che si ergono nella luce del tramonto sul Corno d'oro.
L'hashish resinoso che si
scioglie in fumo sui seni, i soldati che maneggiano i lunghi tubi per fumare la shisha - o narghilè - come fossero fucili, e i numerosi, frequenti
riavvolgimenti della memoria, sono i frammenti catturati nella cessata pioggia:
“Decade della mia gronda/un gocciolio di ballerine/che infrangendosi al
suolo/innalzano una danza/schizzando nel pube/delle vergini sinapsi”. Memorie a
volte meschine come meschina ed eroica è la vita dell'uomo. Rimembranze che
corrodono lo spazio dall’interno. “Un consueto immaginario/che mi vuole
sopravvissuto” non scade mai nella celebrazione del proprio vissuto, non riporta
ad una sterile enumerazione di esperienze - un topos letterario che sa ormai di
patetico e di stantio ed esprime una delle peggiori forme d'afasia che
affliggono la nostra poesia incancrenita d'intimismo - ma trova spunti e forme
per riedificare un’antica città restituendole un tempo da condividere nel
presente. Tempo dove scorrono anche memorie tecnologiche che l’autore trasforma
in storia con il primo browser grafico. Nel refrain de Il pazzo, coi suoi
Re Mix di versi danzanti, si sviluppa una combinazione seriale che evoca
quella dei dervisci rotanti. Tanto più è prezioso lo spazio pubblico di queste
intimità che si affastellano nel corpo della silloge, quanto più è deprecabile
l'epoca in cui viviamo, governata da una violenza immonda che ci strappa lo
sguardo quando diventa speranza, futuro. E non è un caso se proprio la memoria
segna la rotta della poesia fra il pubblico della città e l'arcipelago privato
del poeta. Una memoria da cui il futuro è come scalzato via, sintetizzato
attraverso la tematica ungarettiana nell’apodittico “m’illumino di provvisorio”.
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Recensione |
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Ad Istanbul tra pubbliche intimità
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poesia
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| Autori |
| • | Enrico Pietrangeli |
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Edizione:
Edizioni Il Filo
Piombino 2007 |
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| Prefazione di Simonetta Ruggeri - pp. 86 |
| prezzo: € 10,00 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Controluce.it nr./
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