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Il brulicante frusciare della decomposizione, che è ancora vita. L'ineffabile moto della rigenerazione. "Sepolcrale verme immondo | che delle marcescenti polpe | dimori i labirinti oscuri | mi divorerai lento e assiduo". Ma subito dopo già: "Vorrei | di riluttanti forme, | dischiudere rare bellezze | ad oziosi tepori estivi". Deterioramento e rinascita, insomma, prima che tutto diventi definitivo. Così crediamo di addentrarci nella silloge di Enrico Pielrangeli Di amore, di morte, tra i due poli d'attrazione intorno ai quali ruotano tanto questioni di materia quanto di spirito. Si depositano in questi versi "1’apertura spregiudicata alle esperienze" (Francesco De Girolamo, nota introduttiva) ma anche i residui di un personale "inferno contemporaneo" (come, preciso, Scartaghiande rileva in quarta di copertina), comune alla generazione di adolescenti cresciuta nei tardi anni '70. Una voce ferma, non propriamente disillusa, neppure nostalgica. Ancora capace di mantenere una libertà vera, quella delle idee. (Elena Balbo)

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