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Il brulicante frusciare della decomposizione, che è ancora
vita. L'ineffabile moto della rigenerazione. "Sepolcrale verme immondo | che
delle marcescenti polpe | dimori i labirinti oscuri | mi divorerai lento e
assiduo". Ma subito dopo già: "Vorrei | di riluttanti forme, | dischiudere rare
bellezze | ad oziosi tepori estivi". Deterioramento e rinascita, insomma, prima
che tutto diventi definitivo. Così crediamo di addentrarci nella silloge di
Enrico Pielrangeli Di amore, di morte, tra i due poli d'attrazione
intorno ai quali ruotano tanto questioni di materia quanto di spirito. Si
depositano in questi versi "1’apertura spregiudicata alle esperienze" (Francesco
De Girolamo, nota introduttiva) ma anche i residui di un personale "inferno
contemporaneo" (come, preciso, Scartaghiande rileva in quarta di copertina),
comune alla generazione di adolescenti cresciuta nei tardi anni '70. Una voce
ferma, non propriamente disillusa, neppure nostalgica. Ancora capace di
mantenere una libertà vera, quella delle idee. (Elena Balbo)
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Recensione |
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Di amore, di morte
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poesia
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| Autori |
| • | Enrico Pietrangeli |
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Edizione:
Kultur Virtual Press
Roma 2004 |
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| e-book - Nota e Prefazione di Francesco De Girolamo. Quarta di copertina di Gino Scartaghiande. |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Storie nr.44/
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