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Anni '70. Anni rivoluzionari: i giovani cambiano il costume e la morale della società. Si vive direttamente ciò che si pensa, si pensa ciò che si fa. C'è un senso di complicità, direi addirittura di fratellanza quasi religiosa fra i giovani.

Sono anni però anche caotici, in cui tante grandi energie si disperdono nella quotidianità del vissuto. Forse, quella degli anni '70, era una generazione a cui mancavano profondi e solidi strumenti culturali, i mezzi che il sistema educativo, ormai in frantumi, non era più capace di trasmettere (e oggi assistiamo ormai al suo declino sempre più grave).

Quindi era tutto nel "qui ed ora", tutto nell'immediato di un incontro, di una manifestazione politica, di un viaggio: esperienza, esperienza profondamente vissuta e inebriante.

Fra le poche cose che restano di quegli anni e che ne ricordano lo spirito c'è certamente la poesia di Enrico Pietrangeli. Un poeta che ha saputo vivere immerso totalmente in quell'esperienza, ma che ha anche saputo trovare quei momenti così particolari, di distacco e immedesimazione in cui nasce la scrittura, in cui il tempo e la realtà sono "catturati" e "racchiusi" in una forma.

Ma la poesia di Enrico Pietrangeli non è solo memoria di quel periodo storico. Essa ci colpisce anche e soprattutto per il suo modo di patire e godere la vita, per il senso mitico in cui l'esperienza viene trasfusa e per la vena metafisica che sa scavare nel più vissuto per trovare il più lontano e l'intemporale.

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