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Amore e morte, arbitri del destino del mondo

Il sentimento umano contemporaneo – in quest'epoca confusa e fin troppo schiava delle sensazioni esteriori, vissute in modo decisamente superficiale – raramente si trova espresso nei versi di un poeta. Anzi, possiamo tranquillamente affermare che i poeti, in questo Paese, stanno venendo rapidamente a mancare, sia per questioni d'età anagrafica, che per effettiva mancanza di contenuti da esprimere sulla carta.
C'è chi sostiene (forse non a così troppo a torto) che sia stato detto tutto nella forma del verso; che l'arte poetica stessa sia retaggio dei secoli passati e che un suo ulteriore sviluppo sia ormai un'utopia, nel momento presente fin troppo assorbito dalla rapidità dettata dal vivere quotidiano.
In effetti, una poesia rappresenta un momento ideale di sublimazione dell'essere, qualcosa di superiore, che si eleva dalle miserie del vivere di tutti i giorni al fine di portare il lettore verso un processo di catarsi interiore, necessario per comprendere l'eterno fluire del tempo e delle cose.
È anche per questo motivo che consigliamo caldamente la lettura della breve ma intensa antologia di Enrico Pietrangeli, Di amore, di morte, che può considerarsi una piccola perla letteraria di settore. L'autore, nato a Roma nel 1961, afferma di essere votato ad una «tradizione migratoria perduta», probabilmente dovuta alle frequentazioni intellettuali eterogenee con il poeta Dario Bellezza ed i pittori Diana Rabito e Tano Festa.

Di amore, di morte, perché? Si tratta della rivisitazione di due temi cardine della poesia (e della letteratura in genere), che in Pietrangeli si fanno summa dell'esperienza culturale degli anni Settanta, di cui l'autore è studioso e ricercatore appassionato. Ivi compresa la gradevole sonorità del verso, strettamente connessa con il linguaggio musicale dell'epoca.
Il concetto viene esplicato nella nota introduttiva di Francesco De Girolamo: «Nei suoi versi così essenziali e contratti, così disseminati di intermittenze e variazioni, non può non rintracciarsi l'eco delle atmosfere delle improvvisazioni, degli assolo, di multiformi 'distillati' tappeti sonori del mondo musicale giovanile più avanzato di quegli anni, i tardi anni Settanta».
Così come «ancor più radicato – prosegue De Girolamo – nella poetica dell'autore è forse il richiamo a certo 'maledettisimo' francese, soprattutto 'baudelairiano', al suo smascheramento delle tronfie ipocrisie, che a distanza di oltre un secolo hanno cambiato bandiere, ma non certo suadenti lusinghe, seppur miserevoli, per le sempre in agguato angustie spirituali».
Ma non è difficile trovare in Pietrangeli anche una certa vena pirandelliana, appena accennata, come ne Il pazzo («È un lago fondo e chiaro | d'impeccabile innocenza»... "e ignudi vermi che siamo | ci voltiamo ignorandolo») oppure echi d'impeto vagamente dannunziano come in Al soldato («per natura fiero soldato | e non un solo pensiero, | è in me la fede vera | più forte del vangelo»... «la mia esistenza irrigidirebbe | travolta per assoluto sentimento»).

Echi delle memorie passate, foscoliane o pascoliane, fino ad arrivare al ricordo dei lirici ellenici, come in Alla terra («e tutti gli esseri animati | gravitanti sul tuo grembo, | stillano un amaro sangue | sulla tua solcata pelle | d'infami paesaggi adornata»).
Il tutto viene venato di profonda rabbia o malinconia per la condizione dell'uomo, il quale – più che vittima – è carnefice dell'universo, che si perde in sentimenti opposti e contrastanti, dei quali il poeta si rende partecipe, riversando nel verso quest'insieme di emozioni, che a volte sembrano sovrastare ogni cosa, come un oceano che vorrebbe distruggere tutto ciò che incontra.
Il compito del poeta, che una volta era quello di celebrare, oggi diventa quello di denunciare la natura corrotta dell'essere umano. Non più partecipe del tutto, né signore del mondo, bensì creatura che diventa essa stessa vittima del suo odio verso le cose che lo circondano.
È rabbia baudelairiana, appunto. Disincanto per un mondo che – fino a pochi decenni fa – sembrava sul punto di mutare per dare vita ad una società più giusta e partecipe delle esigenze altrui. Un mondo che poteva essere vissuto e non umiliato. Un mondo dove ognuno si sarebbe sentito libero e vitale.

La considerazione del poeta sta nell'ineluttabilità di questo fato crudele che porta uomini e cose verso un destino comune, dove amore e morte sono arbitri del destino del mondo.

Recensione
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