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Scriveva Ugo Foscolo nei Sepolcri "Sol chi non lascia eredità d'affetti | poca gioia ha dell'urna". Questi memorabili versi del carme foscoliano racchiudono la sintesi tutta laica della religiosità affettiva. La memoria è la vera eredità quando attraverso i sentimenti e gli affetti la poesia si fa custode perpetua dei moti del cuore. Quando poi, come avviene nei versi di Ciro Cianni, la poesia acquista una pregnante tensione spirituale, si rivela essa stessa tramite privilegiato per l'Assoluto, inteso anche come divino. La silloge intitolata Giovedì offre una visione poetica che ha nella brevità, nell'apparente semplicità e nella folgorante intensità i punti focali di un sentire che parte dal cuore per espandersi come nuvole in cielo in ambiti che trascendono l'umana sostanza e s'innalzano oltre la soglia dello scibile. Il versetto di Matteo: "Beati i puri di cuore, | perché vedranno Dio", posto in apertura alla raccolta ci suggerisce una caratteristica che accompagnerà tutto il discorso poetico del testo, ovvero la "purezza"nei sensi di purezza di sentimento, di pensiero, di luce, ma ma anche di dettato. Il poeta dedica il libro allo zio Gigi , sacerdote, un "puro di cuore" che ha vissuto sempre nella luce di Dio e ora gioisce tra le braccia del Padre. Questa purezza in forma di luce si irradia fin dai primi versi in cui appare la vita intesa come cammino, viaggio:

"Sto camminando | da tanto tempo | ma ho visto solo cielo!" (Giovedì).

Un viaggio soprattutto spirituale, un percorso la cui strada è il cielo: un cammino a Dio. I versi si susseguono in sequenze che suggeriscono una scala che unisce la terra al cielo. Parole come gradini di luce. Non è solo un percorso dalla terra al cielo - dalla tenebra alla luce, ma anche e soprattutto dal cielo alla terra, dalla luce alla tenebra, perché sia luce alla luce. Questo ad evidenziare che si torna al luogo da cui si viene. La luce, lo spirito, torna alla luce , all'Amore supremo. E dentro il viaggio del poeta si svolge nel contempo quello dello zio: il viaggio della vita e il viaggio oltre la vita. Ma non sono percorsi separati, bensì uniti dall'amore. E la poesia di Ciro qui assume l'accezione manzoniana di forma di vita morale che sgorga dall'imo dello spirito per volgersi e darsi ad altri spiriti. C'è infatti nel sentire del poeta una volontà di condivisione e di esternazione di quei supremi palpiti che il vero bene imprime nell'anima. Poeta che evoca anche un intento contemplativo , detta sottovoce per dar spazio a quei silenzi così eloquenti in cui l'anima maggiormente ritrova la sua naturale dimensione di elevazione:

"…All'ombra | d'alberi rossi | …silenzio." (Attesa).

L'Autore sul filo dell'idea compone versi, frammenti di ricordi, barlumi improvvisi di quella "memoria dei sentimenti", diario più autentico del cuore umano, testimonianza del viaggio teso all'approdo incontaminato dell'Assoluto, ove il dialogo con il divino è possibile solo attraverso l'amore. Perché come riportato da Giorgio Barberi Squarotti in riferimento all'uso del termine "cuore" bel IV Canto del Paradiso, Dante spiega che si può usare soltanto perché gli uomini per conoscere devono partire dai sensi e dai termini metaforici più facili e comprensibili: ma c'è poi l'ulteriore itinerario da compiere verso la comprensione di Dio attraverso l'opera dell'intelletto. E in Ciro la comprensione di Dio è tentata e nel pensiero e attraverso la religione degli affetti, del "cuore" appunto, quella in cui Dio e l'uomo si incontrano:

"…cuori | scarabocchiano | al cielo | occhi lucenti | disegnando futuro". (Stupore).

Amore che è dare perché è dando che si riceve. Solo l'amore ha la capacità di instaurare quei legami perenni che vanno oltre la morte e quindi oltre l'umana finitudine. Questo è il senso dei versi del poeta. Persino il dolore, la pena, il distacco, l'assenza sono avvolti dalla consapevole luce di un "poi" ancora insieme, di una momentanea separazione, inevitabile per il corso del mondo terreno, ma necessaria a chi resta per intravedere attraverso il velo scuro della morte la luce del volto di Dio. Nel far questo la poesia di Ciro Cianni rivela una dolcezza e una semplicità rivoluzionaria che richiamano San Francesco, e una profondità di pensiero che ricorda Sant'Agostino in cui l'amore è quella via temporale diritta e diretta a Dio:

"dietro l'improvviso | ho nascosto tre chiodi | ed alcuni vasi d'olio…" (Vento). Talvolta il poeta si pone in ascolto del proprio cuore per sentire nell'immediatezza dell'ispirazione le parole dell'amato zio e con esse la rivelazione della verità suprema:

"vasetti di luce, | un vaso di letizia | ed amore sott'olio…" (Conserve).

Poi come dall'intangibile, dall'immateriale, dall'invisibile la poesia emerge tangibile e concreta anche quando Ciro affronta un altro tema fondamentale della raccolta: il tempo.

Tempo e amore, due dimensioni umanamente incompatibili. L'amore non può conoscere i limiti che il tempo pone e il tempo a sua volta può solo prendere appunti sul calendario dell'eternità, ove non sono segnate scadenze ma solo ricorrenze:

"il tempo | prende appunti | sull'amore."(…fra le pagine).

E la poesia affronta il tempo, diviene esternatrice. I suoi occhi pieni d'amore sono sempre aperti al mondo:

"…in un abbraccio | l'amore rapì | i tuoi occhi, | li affidò al mondo | chiamandoli…poesia." (Fiori di campo).

Davanti alla fine non c'è stupore ma serena consapevolezza essa è "preludio cangiante", e Ciro Cianni chiude la raccolta ancora con Matteo: " Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero". Perché la speranza è luce e il dolore è preludio di eterna beatitudine. E la morte è solo un passaggio per chi crede "nella resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà".

Recensione
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