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Questa poesia è l’espressione dello stupore quasi raggelante di fronte alle infinite possibilità esistenziali aperte davanti a ogni uomo, le quali, però si risolvono in un cammino inspiegabilmente unico, in cui gioie, solitudine, pene e memorie sono personalissime e perciò stesso incomunicabili; della certezza penosa che mai ci potremo rendere pienamente conto di quello che sia questo nostro esistere; della coscienza gioiosamente stupita che, nonostante la sua piccolezza e la limitatezza delle sue esperienze, apparentemente vaste in se stesse, l’uomo è vivo; della reazione alle evidenti ingiustizie sociali.

Trapela da questo volumetto un invito a un più attento contatto con la realtà e a una più accorta diretta indagine della medesima, lasciando da parte la scienza inutile e fossilizzata dei cattedratici, e un incitamento all’amore.

L’architettura di questa poesia poggia su una tecnica risultante dall’accostamento di visioni (la visionarietà è una qualità precipua di questo A.) in apparenza slegato (tecnica e disposizione, si direbbe), ma fantasticamente connesso, e dalla rappresentazione di tumulti che finiscono in echi lontani e smorzati.

Recensione
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