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Il caso Nievo: morte in mare di uno scrittore

Capita spesso che la vita di uno scrittore sia più avventurosa delle sue opere. Che il romanzo più avvincente e misterioso, un autore lo scriva col sangue piuttosto che con l’inchiostro. Un nome su tutti: quello di Ippolito Nievo, letterato padovano, autore di uno dei pochi capolavori della letteratura italiana dell’Ottocento, Confessioni di un italiano, il quale alla passione per la scrittura associò una precoce coscienza patriottica, aderendo ai circoli di cospiratori patriottici che in quell’epoca nascevano come i funghi, arruolandosi nella Guardia civica della città di Mantova prima e nei Cacciatori a cavallo di Garibaldi poi, per poi rispondere tra i primi all’appello dell’eroe dei due mondi per la spedizione dei Mille.

Basterebbero questi dati a fare di Ippolito Nievo uno scrittore alla Dumas, audace e imprudente, veloce con la penna e con la baionetta. In realtà, il periodo più rischioso e movimentato della sua vita, degno di trovare cittadinanza poetica in un romanzo d’avventura d’altri tempi, fu quello trascorso a Palermo: di lì a poco, la morte misteriosa di Nievo, avvenuta 155 anni fa, tra il 4 e il 5 marzo, a bordo del vapore “Ercole” inabissatosi nei pressi di Capri.

A fugare le fitte ombre che ancora si allungano sul Nievo garibaldino ci ha provato il poeta e saggista palermitano Lucio Zinna, con il libro Il caso Nievo (Caramanica editore,164 pagine, 15 euro), a metà strada tra la ricostruzione storica e il racconto d’invenzione. Caso al quale Zinna ha dedicato trent’anni di ricerche in archivi polverosi, tra le righe di carteggi spesso inesplorati. Ne è venuto fuori, alla fine, un saggio che si legge come un romanzo giallo, costruito come un puzzle di informazioni, brani di epistole, ricostruzioni attendibili.

A fare da collante, la voce narrante di Zinna, nelle vesti di un appassionato detective della memoria. Pronto a riaprire il caso relativo al naufragio dell’Ercole, a collazionare tutti i nuovi elementi a sua disposizione, a leggere al microscopio le lettere di Nievo spedite ai familiari e a suoi collaboratori, a mettere in chiaro possibili allusioni, a dar retta al senno del poi nel ripercorrere le tappe della carriera dello scrittore tra le fila delle camice rosse. Una carriera che gli procurò tante noie, e che gli fece sperimentare l’attitudine al mal costume dei siciliani in particolare e degli italiani in genere. Configurandosi infatti l’incarico di vice Intendente di Finanza affidatogli da Garibaldi come un’incombenza delicata e complessa, in un ambiente difficile e soprattutto in un momento politicamente delicato. «Hanno scoperto in me gran talenti amministrativi –scrive Nievo alla madre il 15 luglio del 1960 – figurati! Ma il non rubare è una gran virtù in Sicilia ove principe e imbroglione è tutt’uno». Comincia a manifestarsi l’avversione di

Nievo nei confronti dei siciliani («più flosci e più falsi dei veneziani») e soprattutto dei palermitani, così poco inclini all’entusiasmo, alla rivoluzione, al cambiamento. Così disposti, invece, al “tumulto” e alla “comparsa”, e pacificamente immersi in troppa burocrazia e molta infingardaggine. Sin da subito Nievo, infatti, dovrà vedersela col caos amministrativo, con le pressioni dall’alto, le richieste disinibite di favori, con «i tentativi di corruzione, proposte di ruberie, avances di complicità», e soprattutto con la campagna e di dicerie calunniose presto montata contro il governo garibaldino.

Ora, grazie alle notizie di prima mano ricavate dal dossier Naselli Flores, collaboratore del Nievo, Zinna è riuscito a ricostruire i passaggi mancanti relativamente alla gestione della cassa centrale dei pagamenti militari, alla compilazione dei registri dell’Intendenza. A configurarsi è l’acribia con cui Nievo assolve ai suoi compiti, la tra-sparenza dei suoi atti amministrativi, dei verbali con cui vengono convalidate la regolarità delle operazioni effettuate. Tornato al Nord tra il 1860 e il 1861,a febbraio Ippolito Nievo riceve l’ordine di tornare a Palermo per raccogliere la documentazione necessaria (la contabilità coi relativi documenti) a demolire l’impalcatura di pettegolezzi e malignità montata contro la sua gestione dell’Intendenza e l’amministrazione garibaldina in generale. Era già stato deciso il trasferimento in Piemonte dell’armata garibaldina, della quale si voleva, come scrive Zinna, l’eliminazione o quanto meno lo smembramento. Si temeva che i volontari facessero il loro ingresso tra gli effettivi dell’esercito italiano e si intrallazzava perché questo ingresso non avvenisse o ne fossero ridotte al minimo la portata e le dimensioni, abbassando i gradi.

«La campagna denigratoria contro l’Armata meridionale – e gli strali si appuntavano particolarmente contro l’Intendenza – aveva questo preciso scopo». Una volta rimesso piede in quella «isola di barbari», Nievo raccoglie le sue preziosissime carte, ma si trova costretto a rimandare il viaggio, a causa di diversi contrattempi. L’attesa, per lui che vuole chiudere quanto prima la spiacevole parentesi siciliana, diventa estenuante. A questa contrarietà vanno aggiunti i ripetuti inviti dell’amico Alfonso Hennequin a non partire con l’Ercole, il vapore che collegava Palermo con Napoli: «Troppo vecchio e troppo malsicuro». Erano, questi, innocenti suggerimenti, si chiede Zinna sulla scorta di un articolo del giornalista Mario De Adda, o malevoli avvertimenti? È possibile che già si sospettasse qualcosa? Che qualcuno avesse avuto sentore di quello che di lì a poco sarebbe accaduto? Fatto sta che il 4 marzo Nievo si imbarca sul piroscafo, coi documenti che avrebbero dimostrato non solo la correttezza dell’amministrazione di cui era responsabile, ma anche la scarsa limpidezza di altri. L’Ercole però non arriverà mai a destinazione, inabissandosi nel Tirreno, al largo di Napoli. A sprofondare, assieme al carico di documenti, la collera di Nievo, l’indignazione per non aver potuto dimostrare la sua innocenza.

Dal 5 al 16 marzo, del naufragio del vapore, la stampa, soprattutto quella governativa, non fa parola. Intanto tra Palermo, Genova, Torino, Napoli, corrono voci frale più disparate. Varie le ipotesi: tempesta, colpo di mare, incendio a bordo, addirittura cattura del vapore da parte degli arabi. Pian piano la notizia del naufragio si diffonde, assieme all’esito negativo delle prime ricerche. Un quotidiano napoletano, il 30 marzo del 1861, da la notizia dell’incendio che si sviluppò a bordo del vapore, grazie alla testimonianza dell’unico superstite. Vent’anni dopo, il conte Vittorio Cavazzocca Mazzanti, avanzerà, riguardo al naufragio dell’Ercole, l’ipotesi del dolo, facendo riferimento a una “macchina infernale” che avrebbe provocato l’incendio. Macchina infernale, ossia bomba a orologeria o a lentissima miccia. Se dunque non si trattò di un incidente ma di un naufragio provocato, l’inabissamento dell’Ercole e del suo carico compromettente potrebbe assumere i caratteri sinistri della prima strage di stato nella storia dell’Italia post-unitaria. Ed è quello che lascia sospettare Zinna in questo libro, appoggiandosi alla stampella di nuovi e illuminanti documenti.

La Repubblica, edizione di Palermo

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