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Senza dubbio Pietro Nigro – per quella misteriosa solidarietà che lega tutti gli uomini – raggiunge in forma poetica, analizzatrice, varia e con profondità psicologica, l’esigenza e l’impegno di realizzare una poesia che dal reale svela la totalità, le connessioni ai fermenti specifici dell’aria di casa sua (la Sicilia), alternando toni moderni e classici.

Quest’altro suo lavoro Il deserto e il cactus viene giudicato, dal suo editore Guido Miano, un rilevante capitolo che ti concede la formula d’un’epoca smembrata, oppressa, avvilita, con quei condizionamenti insiti nell’ambiente del Sud, generalmente guardata con scetticismo e negazione sulla libertà umana.

Tutto ciò può servire a spiegare il carattere della poesia di Pietro Nigro che dà a questa composizione, trasportato dall’obbligo della consapevolezza sulle istituzioni, sull’ambiente, sulla distruzione delle strutture tradizionali, sul gioco nella vita politica italiana: la volontà e il merito con sorgenti di lirismo la luce aspra dei problemi del presente.

La poesia di Nigro pone canoni di validità per il mezzo di fusione nel linguaggio, distesamente a ragguagliarne la identificazione ideologica e l’impegno etico nel quale si realizza ed esprime progressivamente (nella luce di questa confidente sintonia), i propositi dei suoi sentimenti, che segnano la identificazione fra intuizione ed espressione nei momenti che la sua linfa ispiratrice opera con la dialettica e ferma questa linea di contemplazione.

E a questo tema di fondo della sincronizzazione si collega (in questi versi che ci sembra constatare con struggimento) lo spiegato canto del poeta:

Terra di Sicilia

Odo levarsi dai rovi
della mia terra dimenticata
il canto soffocato di uomini duri
come scorza d'ulivi
tra la fuliggine di sedicenti civiltà di ciminiere.
Le tue mani sono diventate
strumenti che spaccano pietre
e dissodano terreni,
e grondano sangue
della terra uccisa da retoriche promesse
di vati di menzogne.
Anch'io soffoco al tuo canto disperato,
ma non di pena;
dalle tue mani ho visto nascere
tra pietre fertili di sudore
germogli di speranze.
Sempre gridate ai figli il nome dei padri
che lievitano il pane con sale di lacrime
e li nutrono di carni martoriate.
La tua pena è squarcio d'azzurro
tra nembi di tempesta,
solco di coltro e di vomere
in campi inerti,
e sulla mia terra di Sicilia
udrò levarsi un canto di riscatto
di uomini liberi
al soffio di una tiepida brezza marina.

Di qui la raffigurazione della parola come poesia.
Recensione
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