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A guardare lo svolgersi della letteratura, si nota un bisogno quasi ossessivo di ripensare la storia attraverso la narrazione. Per fermarci ai tempi recenti, tralasciando i classicissimi Manzoni e Tommaseo, possiamo citare i successi editoriali di almeno due opere – Il Gattopardo e Il nome della rosa – accanto ad altri meno prorompenti, che testimoniano, anche per tempi a noi vicini, l’intreccio interessante che gli scrittori propongono tra fatti accaduti e creatività.

Cristina Contilli è tra le voci contemporanee che si dedicano in maniera quasi esclusiva a una scrittura che cerca nel passato lo sfondo e i personaggi della sua arte.

Tre condizioni coincidenti sorprendono in lei: l’interesse privilegiato per la ricerca storica, che l’ha portata a dare alle stampe una messe di opere di cui si perde il conto – dal saggio, all’epistolario, alla biografia, al romanzo –, il connotato erotico per il quale i suoi racconti perdono il taglio classico e togato del cosiddetto romanzo storico, per cogliere i protagonisti nell’impeto delle loro passioni, e in ultimo la giovane età, perché le sue coetanee, soprattutto in letteratura, coltivano di solito interessi molto diversi dai suoi.

Insomma, nell’immaginario collettivo, chi scrive romanzi sul passato è di sesso maschile e si porta dietro un carico di anni e la barba lunga, ma la Contilli ha ragione di tutti i luoghi comuni.

In più, la distruzione, attraverso l’urgenza del sesso, dell’aura sacrale, che di solito vige intorno ai personaggi realmente esistiti delle narrazioni di interesse storico, quasi sublimati di solito in una regione dell’ineffabile, in un certo modo li rende più umani e più godibili. Proprio descrivendoli nel turbinio dei sentimenti e della fisicità, la più umana delle funzioni, ne recupera lo spessore più naturale.

Tra i tanti che ha stanato e riproposto dalle pieghe del tempo, bisogna citare in primo luogo Silvio Pellico, cui ha dedicato un’attenzione ricorrente. La Contilli lo ha incontrato durante il suo dottorato di ricerca, attraverso il suo epistolario, e non è riuscita più a staccarsene.

L’autrice confessa in un’intervista:
I miei libri sono un po’ al bivio tra l’historical novel e l’historical romance perché narrano sì storie d’amore, ma che hanno per protagonisti personaggi storici reali… un genere che è al limite quindi tra il romanzo rosa storico e il romanzo storico… di tutti i miei libri i più “rosa” sono sicuramente il paranormale che ho scritto con Laura Gay e i volumi della saga di Alain e Juliette dove la parte amorosa ed erotica ha un peso preponderante.

Le sue opere, molto curate, cominciano a rendersi accattivanti dalla copertina illustrata, dal formato non convenzionale, dalla qualità della carta, mai del tutto bianca, apparentemente anch’essa datata, dalle illustrazioni interne, che mostrano i ritratti dei protagonisti e altre immagini inerenti all’epoca della narrazione. Lo stile, poi, è pulito al punto da rendere la lettura veloce e piacevole.

In realtà, delle opere della Contilli io ho un’impressione più articolata. Credo che l’autrice abbia inventato un genere nuovo per il quale trova spazio, nella stessa opera, la raffigurazione iconografica, il racconto fantastico, l’indagine storica e infine l’analisi e la critica storica.

Il libro, infatti, di solito, consta di una prefazione nella quale l’autrice definisce l’ambito storico dal quale muoverà la rappresentazione, segue, o s’intreccia con la prima, la parte romanzata, della quale lei fornirà poi le prove bibliografiche e documentali e in ultimo si può anche trovare il suo parere, in una sorta di breve saggio, sulla validità e condivisibilità delle fonti adoperate, anche inerenti all’indole dei soggetti narrati.

Il tutto in una cornice di foto suggestive di epoche ormai andate, in un momento tumultuoso della storia patria, che segue alle 5 giornate di Milano per quanto attiene a Il duello, ma che riguardano diverse epoche e luoghi in altri romanzi.

Insomma, a me non sembra che si possa applicare alle opere della Contilli il codice di romanzo storico perché riduttivo, trovandoci di fronte a un lavoro più complesso che offre ben altri spunti di interesse e riflessione agli appassionati del genere.  Le suggestioni che impigliano il lettore vanno oltre la vicenda proposta e riguardano la fase storica che non è un semplice sfondo, il metodo della ricerca, l’analisi comparata delle fonti. Una proposta letteraria, insomma, molto più raffinata e colta.

Tutto ciò si rileva in maniera particolare nel libro in esame che esordisce con una biografia della contessa Arconati in rapporto alle sue vicende, come la morte del primo figlio Carlo, e in relazione affettiva con Berchet e Borsieri: quest’ultima storia d’amore che poi s’intreccia con quella di Silvio Pellico e la poetessa inglese Luisa Boyle, ma anche con quella tra Silvio Pellico e la nobile milanese Cristina Trivulzio.

A questo proposito è da notare il modo accorato con cui descrive Pellico sofferente nelle pagine del libro.

L’autrice sente il bisogno di giustificare i caratteri, esibendo le sue fonti, portando prove a sostegno delle sue scelte narrative, le mette a confronto districandosi anche tra le inevitabili contraddizioni degli storici, in mezzo a epistolari scovati nelle biblioteche.

Alla fine anche dietro un breve libro, si rimane stupiti dall’impegno profuso nella lunga e accurata ricerca che lo ha generato. La Contilli, sempre per restare fedeli al paradigma che le è proprio tra il saggio e il romanzo, preferisce scandagliare gli archivi quanto lasciar correre la fantasia, per questo i suoi scritti assumono quell’originale e speciale coloritura che rimane impressa e fa tornare indietro a riprenderli per un’ulteriore messa a fuoco.
Recensione
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