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Finalmente la giornalista napoletana Monica Florio in Il guappo – nella storia, nell’arte, nel costume (Kairòs Edizioni) fa luce ed ordine sistematico su una figura storica della società partenopea quale il guappo con un saggio che approfondisce alcuni aspetti della nostra cultura, evitando di lasciarli nel pericoloso campo dell’approssimazione. La Florio ha sbaragliato qualsiasi dubbio di questo tipo perché si è lasciata guidare dall’approfondimento accurato e dalla necessità documentativa, aspetto fondante di ogni studio che si inoltra in figure, come quella del guappo, che affondano le loro radici in una promiscuità culturale tanto estesa da sconfinare anche nella ricerca sociologica.

Spesso la figura del guappo è andata incontro a confusioni di linguaggi e ad ambiguità interpretative che conducevano lontano dalla specifica area semantica di appartenenza. Monica Florio, invece, è riuscita a collocare ogni particolare riguardante il guappo nella giusta dimensione interpretativa, tracciando un percorso che riflette l’excursus di questa figura nella storia, nel costume e nell’arte.

Nelle pagine di quest’opera ritroviamo i passi originari che il guappo napoletano ha confuso in modo vitale con il suo diretto parente spagnolo, calpestando un terreno culturale in cui l’innesto di culture produceva figure così colorite e ricche di quell’humus proveniente dal costume e dalla cultura popolare. È in questo terreno promiscuo di innesti fecondi che Monica Florio riesce a riscrivere il codice genetico di un personaggio che si è nutrito proprio della mescolanza e della comunanza culturale. Seguendo le indicazioni dell’autrice, riusciamo a riscrivere i possibili antenati del nostro guappo napoletano che si confondono col vasto retroterra della cultura popolare spagnola. Nella vasta produzione letteraria di generi come la letteratura picaresca e il sainete si annidano personaggi che possono essere considerati antecedenti del guappo napoletano per alcune doti caratteriali che esprimono. Per esempio, nella letteratura picaresca si incontrano delle figure che vivono ai margini della società, sperimentano la loro vita all’insegna dell’espediente più arguto e sono spinti sopratutto dalla necessità. Nel sainete, breve farsa teatrale di carattere comico e popolare nata nel Siglo de Oro, ritroviamo una vasta galleria di majos, spacconi e fannulloni che esprimono, attraverso l’iperbole comica e l’esasperata distorsione del reale, la più verace genuinità popolare spagnola. Personaggi trasformati dalla caricatura e dall’ironia che portano sul palcoscenico l’essenza del popolo madrileno, cioè l’anima “castiza”, termine intraducibile riferito ai madrileni che hanno quella grazia spigliata tipica delle classi popolari di questa città.

Ed è in questo retroterra che bisogna ricostruire, anche etimologicamente, il contenuto del termine “guapo” da cui discende il guappo napoletano. Infatti, guapo deriva dal latino “vappa”, ossiavino guasto  ma anche uomo vile e vagabondo, origine contenutistica che si è andata trasformando nella doppia accezione, contenuta proprio nel termine guapo, di spaccone nel modo di vestire o, nello stile picaresco, di galante o di colui che corteggia eccessivamente le donne. Altro termine che si innesta col contenuto di guapo è “majo”, usato nel dizionario della Real Accademia Española per definire quella persona che nel suo portamento, azioni e modo di vestire, ostenti un po’ di libertà e “guapeza” (traducibile proprio con il napoletano guapperia) tipica della gente ordinaria, e anche nel significato di appariscente, applicandosi a persona o cosa che piace per la sua simpatia, bellezza o altra qualità.

Nella ricerca delle origini del guappo incontriamo un’altra aggettivazione e caratterizzazione che ci aiuta a ricostruire quel complesso retroterra originario, cioè il bravo, che nel suo corrispondente spagnolo ha due accezioni: forte, coraggioso ma anche incolto, violento echiassoso. Nella seconda accezione troviamo “valenton” o “preciado de guapo” cioè spaccone, smargiasso, considerato guappo. È in questo complesso sistema associativo di contenuti etimologici e di figure popolari che probabilmente è nato il discendente napoletano del “guapo” spagnolo perché il guappo napoletano ha ereditato nella sua natura alcune caratteristiche identificative del bravo, del guapo, del majo e del picaro che la cultura popolare ha trasferito anche sul palcoscenico. Assistiamo nel saggio in questione ad una interessante riunificazione delle espressioni artistiche riguardanti questa figura: dal teatro allo schermo cinematografico, dagli scritti di noti autori napoletani alle vibranti note di Salvatore Di Giacomo o di Ferdinando Russo. Sottolineando la differenza con altre figure della malavita come il camorrista (cui corrisponde una ricchezza bibliografica di cui è carente il guappo) il testo di Monica Florio riesce, tra i tanti pregi, a conquistarci col suo stile piacevole e garbato.

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