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La parabola del guappo dal ’400 a Pascalone ’e Nola

Un saggio della Florio ripercorre l’evoluzione dei capi di malavita. Figlio del popolo, di estrazione malavitosa, ma non confondibile con il «camorrista», il guappo evoca un personaggio dal profilo complesso e poliedrico presente da sempre nella storia e nel costume della città di Napoli. Autori celebri come Matilde Serao e Ferdinando Russo ne diedero nei loro scritti una versione idealizzata e lo stesso termine, «guappo», è ancora oggi usato per indicare in genere, in chiave positiva, una persona coraggiosa e, in versione dispregiativa, un gradasso.

Chiarire i contorni di una figura tanto emblematica quanto complessa non è cosa semplice anche perché il guappo ha una lunghissima storia, che risale fino al Quattrocento e trova molte affinità con alcuni personaggi della malavita spagnola. Una nuova storia sulla figura di questo personaggio popolare è stata scritta di recente da Monica Florio, appassionata ricercatrice di storia del costume, che con Il Guappo nella storia, nell’arte, nel costume (Kairos edizioni) dà alle stampe un lavoro molto interessante, e offre al lettore uno spaccato storico, inconsueto e di gradevole lettura, della città di Napoli. Una ricerca puntigliosa volta a restituire al guappo la sua più autentica connotazione, quella di essere uno spirito libero e ribelle, refrattario a qualunque tipo di regola. legale o criminale.

Il saggio è un excursus appassionato nella storia del costume e negli aneddoti raccontati e tramandati su alcuni personaggi della città, e su figure di guappi, dal Regno borbonico agli anni Sessanta del Novecento. Da Nicola Capuano e Tore ’e Criscienzo allo sfarzoso Ciccio Cappuccio che, agli inizi del secolo scorso, andava a spasso per via Toledo in un calesse intarsiato d’argento, fino ai più recenti Antonio Spavone e Pasquale Simonetti, detto «Pascalone ’e Nola». La figura, e soprattutto la morte, di quest’ultimo dissolvono ogni differenza da sempre esistita tra guappi e camorristi, segnando al tempo stesso la fine di un’epoca.

Recensione
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