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Il cantore di Marconia (Pisticci) ha regalato alla sua città e al mondo una nuova perla Il reale e il possibile, è una raccolta di poesie tratta da quel sogno di un’alba infinita, tema che ricorre sempre nei suoi componimenti.

Giovanni Di Lena compone le sue liriche-denunce in quella di Marconia, denuncia le cose che non vanno in questo tempo che ci tocca, lo fa con uno sguardo attento alla sua terra, la Lucania, pieno di ammirazione di tenerezze ma con tanta amarezza nel cuore nel vederla abbandonata e depredata. Infatti, lui stesso mette in luce una grande verità che lo riguarda da vicino quando dice: “mi hanno torturato a fuoco lento”. Questa espressione denota tutta una serie di aspirazioni non realizzate per le condizioni di emigrato, cosa che ancora scotta in lui; tale condizione è generale nella nostra regione, tanto forte che nella sua mente ritorna la possibilità di ripeterla. Il prefatore di questo volumetto dice che: ognuno di noi troverà qualcosa di proprio, soprattutto, secondo noi, troverà quelle denunce che tutti vorremmo fare, ma per una ragione o per l’altra non facciamo; tutti però apprezziamo il coraggio, la forza e il garbo con cui il poeta di Marconia lo fa.

Tutto questo spiega gli accenni a “terre sventrate o di voragini silenti” che inghiottono speranze ed illusioni della gente: sono le nostre terre lucane…

Giovanni Di Lena non è il poeta triste per sofferenze patite solo da lui, ma patite anche dalla sua gente per le promesse ricevute e non mantenute dai potenti di turno che si improvvisano benefattori e non sono neppure distributori di balocchi per bambini…

Giovanni canta la terra del dolore e direi anche del silenzio, tra le sue righe si può leggere la massima dell’adagio: “Tre sono le cose che non tramontano mai: il dolore, l’amore e l’Eterno”. Proprio come accade da noi ove le cose restano immutabili da sempre, o cambiano in peggio, anche quando apparentemente il quadro delle cose appare capovolto ma alla fine ci si accorge che è sempre lo stesso.

Il cuore della poesia del nostro poeta è certamente la sua sensibilità umana che lo pone nei valori più alti sperando che le nuove generazioni, li facciano propri giacché apparentemente non sempre li apprezzano. Lui la sente e la trova nelle pieghe profonde della vita e si domanda “dove dovrà avere radici il suo essere”. Sta qui il profondo amore-dolore per la sua terra e per la sua gente, perché non vede un reale e possibile cambiamento…

Infatti, la poesia l’Universo sbagliato cosi recita: “L’assistenzialismo ci ha beffati: | non un guizzo insolito | o uno scatto d’orgoglio | scuote la nostra indolenza. Di notte, | inseguiamo il mistero | di una stella sbarazzina; | di giorno | ci scaldano | freddi raggi di sole. Immersi in un torpore millenario | – come scheletri dormienti – | sopravviviamo | nel nostro universo sbagliato”.

Come possiamo dargli torto visto le cose che accadono continuamente sul nostro pianeta ove non si trova tolleranza, amore, il donarsi l’un l’altro, principalmente nelle nuove coppie che dicono di formare nuove famiglie, ma in realtà si dividono dopo qualche giorno di matrimonio.

Per descrivere tutto ciò Giovanni non usa l’alchimia del sapere per comporre versi profondi e sentiti da tutti…

Difatti nei suoi versi non c’è esibizione di artificiosità retorica, non c’è epifania di virtuosismo concettuale o metrico, non c’è ostentazione di superiorità sentimentale ed intellettuale, come giustamente scrive Raffaele Pinto nella prefazione.

Dunque, non abbiamo un poeta pessimista o triste per partito preso, ma un poeta attento a quelle cose in cui vorremmo vedere il trionfo della serenità, della sincerità e dell’amore, su tutte le cose di questa terra.
Recensione
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