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La bibliografia manzoniana si arricchisce con un apporto la cui caratteristica fondamentale ci sembra l’interdisciplinarità. L’A., ferratissimo nelle questioni concernenti l’opera manzoniana, realizza una sua lettura onnicomprensiva: l’aspetto letterario è indubbiamente la piattaforma sostanziale, e si può dire che tutta la critica degli ultimi cinquant’anni sia da lui passata al vaglio, con notazioni di consenso o di dissenso (si pensi alle pagine polemiche nei confronti di Moravia, Cordero, Musatti e altri) che sono motivate non solo dalla rilettura del testo, bensì da tutta la massa di informazioni e di ricerca che le sta dietro. A noi però interessa soprattutto la dimensione pastorale di un lavoro che è severamente fondato sull’analisi globale delle situazioni, alcune delle quali vengono sottoposte a un esame minuzioso, che tuttavia mai dà l’impressione della pedanteria: si pensi alle espressioni di Renzo e Lucia, alla figura di fra Galdino, ai portinai di don Rodrigo, Pescarenico, Monza, per non parlare dei personaggi di primo piano. Anche in questo caso il Di Ciaccia non percorre i sentieri usuali, ma collega i contenuti storici, sempre attentamente studiati dal Manzoni ma non espressi ripetitivamente, bensì inserendoli in un progetto-messaggio che trasfigura la storia e la indirizza alla costruzione d’un mondo non solo “diverso” da quello che ha provocato tante sofferenze, ma “migliore”. L’interpretazione interdisciplinare della peste in questo senso ha un significato straordinariamente spesso e vibrante. Le due opere meritano amplissima attenzione e offrono una lettura erudita e brillante. (Res)

Recensione
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