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Il canto dalle terre del confine

Già da qualche tempo Paolo Ruffilli aveva fatto fardello e si era incamminato oltre le amene prode della felicità poetica a lui congeniali, verso terre diverse, fredde ed aride, le terre disumananti o trasumananti del lutto e della perdita: verso l’altra faccia, quella oscura e smemorante, del bello poetico.

La precedente raccolta La gioia e il lutto segnò tale nuovo itinerario: non si può cantare la bellezza se non si affronta, prima o poi, il valico verso quella estesa valle del senso che è la dimensione poetica del lutto, poiché la bellezza, se è ciò che muove e commuove, è anche ciò che muore, pur se morendo si risensa nel “fiume di energia | che spande e che riversa | oltre le porte | l’eterno nel presente (così terminava il precedente poemetto).

In questo nuovo libro (Le stanze del cielo, con bella prefazione di Alfredo Giuliani) Ruffilli torna a rapportarsi con quel dolore che pur non gli è congeniale, parlandoci di reclusi, di tossicodipendenti, di persone che vivono ai margini, non solo della società, ma della propria identità: persone che abitano le case del Male, di cui sono colpevoli e vittime al contempo, vivendolo sulla propria carne, talmente sopraffatti da esso, da non sapere e non potere neppure ripetere la recriminazione di Giobbe, che chiedeva conto alla divinità di aver ammesso il male nel cerchio degli eventi, e da restare intrappolati in un simulacro di vita, come fra le ombre del vero nella platonica caverna : “ morire senza morte | un tempo che | intanto passa lento | e non esiste | e sembra non finire, | un non avere | ormai più porte | da cui uscire.

La vita (la volontà di vita) è il regno della “dilagante energia” , eccedente le forme finite nelle quali si incarna, trasformandole e cancellandone via via l’identità, sicché si potrebbe dire con Schopenauer che la coscienza è impotente di fronte alla volontà del divenire delle cose, che sono in quanto si trasformano e quindi continuamente si negano, si spengono, si cancellano, si reincarnano in altro: la vita, di fronte alla coscienza, è sempre “eccesso di vita” (questo è il titolo di uno dei brani più belli e inquietanti della raccolta): la pulsione del profondo è in questo traboccare della forza vitale, che straniandosi dall’ “io”, ne diventa fattore decostruttivo e distruttivo, entropico, se è vero che la seconda legge della termodinamica addita l’entropia come termine di ogni energia.

La vita, per eccesso od abuso di vita, si strania da sé: ogni devianza è dunque un abuso o un eccesso di vita, che diventa poi un “recesso” dalla vita.

Il recluso (perché condannato in base alle regole della società) è un escluso, prima ancora che un recluso; il tossicodipendente, ammesso che non diventi a sua volta un recluso (stante la facile intercambiabilità di ruoli fra chi offre e chi consuma droga) è comunque un escluso: come mai, e perché, la vita per queste persone ristagna, si ferma, si ritrae dentro le caverne della reclusione o della esclusione, in questa Ade ove non vi è più il senso, ma l’ombra di esso? E vi è, o quale è, una sopravvivenza o speranza del senso?

L’interrogativo del poeta (“neppure Dio lo sa | perché l’ha fatto”) è quello, sopra echeggiato, di Giobbe: un interrogativo senza risposta, perché neppure Dio seppe darne a Giobbe, forse perché la divinità stessa, o comunque quel vogliamo intendere come “anima mundi”, è prigioniera della Totalità che esprime, e che include il male, il difetto, la perdita, che è ciò che si riequilibra nella totalità dell’essere, salvo il lutto di chi, come individuo, è caduto da quel caldo nido della totalità: il destino dell’ “escluso” diventa a questo punto metafora generale dell’esistenza, se essa è “ex-sistere”, ossia separazione, distacco lacerante dalla totalità dell’essere, o del bene ottimisticamente inteso come consonanza con tale totalità.

L’escluso, ‘autore-vittima” del male, il condannato, il recluso, il caduto dal nido della vita comune ( “smarrito e dilaniato | dal suo stesso dilaniare”) vive annidato in un altro nido, un blindato microcosmo di segregazione dentro le pareti di un “io” non più comunicante con il tempo ed il divenire degli umani, dentro un anti-tempo la cui immobilità è “l’eternità presente…un guanto rovesciato nel suo interno”; la dimensione dell’ “io” separato dalla umanità, è una gabbia interiore dentro la gabbia esteriore del reclusorio ( “l’odore di una gabbia | contro il muro: | muffa e colla, dentro, | umido e sudore”) : l’unico varco evasivo da questa prigionia dell’ “io” nel “sé” è il sogno, al cui svanire ogni volta “è peggio per tornare via”.

Questi scenari di quieta e quotidiana disperazione, fra le mura d’un tempo di pietra, l’autore ce li porge con un tratto che è realistico, e con un tono che invece è lirico, lieve e saliente come la speranza d’un cielo sopra quelle celle di silenzio: “ma forse anche il cielo | è fatto a stanze | e non si può abitarne | più di una”.

Recensione
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