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Breve poemetto di ventiquattro liriche, già nel titolo richiama all’impegno civile, ben noto, dell’autrice e al grido doloroso e forte di denuncia dell’inerzia dei preposti alle funzioni pubbliche; ma esso esprime anche in versi di armonica costruzione e per via sotterranea l’intima commozione di fronte alla terribile tragedia umana di tanti morti innocenti. Solo in alcune poesie si manifesta con tutta evidenza il grido di rabbia (All’avventura, A porcospino, In macelleria, Secondo coro dei morti): in esse i protagonisti hanno in bocca il pensiero dell’autrice.

L’opera, nella sua apparente semplicità di dettato e di narrazione di fatti, ad una attenta lettura, rivela i segni di una sagace costruzione letteraria attraverso il ricorso ad espedienti tecnici comuni a tanti capolavori.

Di questi noi faremo una breve analisi, per illustrare il valore artistico di essa, omettendo volutamente di parlare dell’itinerario professionale e della produzione letteraria dell’autrice, lasciandone il compito ad altri o per altre evenienze.

La tecnica circolare

La prima cosa che colpisce, dopo aver letto tutto il libro, è l’uso della tecnica circolare che trova il suo inveramento nelle prime due poesie – Primo coro dei morti, Visione numero uno – e nelle ultime due – Ultimo coro dei morti, Ultima visione – . Perché questa perfetta doppia costruzione? E perché ancora all’interno della stessa tecnica l’uso della personificazione e delle visioni, con un vasto ampliamento di orizzonti, passando dal piccolo territorio degli alluvionati messinesi a quelli di tutte le terre del mondo?

Perché si vuole far risaltare come in un medaglione un messaggio preciso, un pensiero unico, delineandone perfettamente i contorni. E il messaggio è che molti, troppi muoiono innocenti, portandosi dietro i loro sogni e che la politica ha smarrito il fine per cui era nata.

Nel momento in cui si denuncia una catastrofe e una somma ingiustizia, si eleva, con toni ispirati e quasi profetici, un inno alla vita, alla solidarietà e si fa certezza la speranza di un mondo migliore, come ben simboleggia la poesia che chiude il libro Ultima visione.

E’ questo il percorso ideale che attraversa tutto il poemetto e che lo rende fortemente unitario e in sé concluso.

L’interpunzione

Un altro aspetto che colpisce è l’uso della punteggiatura. E’ costante, in tutta la produzione dell’autrice, il ricorso all’uso scarnificato dell’interpunzione, che si rastrema fino a quello soltanto del punto.

Premesso che questa tecnica è antichissima e ha investito poesia e prosa, tornando in auge soprattutto nel secolo scorso sulla spinta di movimenti letterari europei, nell’uso che ne fa la poetessa c’è il bisogno assoluto di non spezzare l’evoluzione del pensiero per pervenire ad immagini armoniche e fuse nelle quali ogni elemento costitutivo ha la sua importanza e acquista l’importanza se messo accanto ad un altro che precede o segue, senza essere diviso da un segno grammaticale.

Struttura poetica

Ogni poesia, breve o lunga che sia, è strutturata in forma diversa: sono frequenti spazi vuoti, strofe brevi, lunghe o lunghissime, versi corti o lunghi in rima sciolta. Tutti questi accorgimenti insieme con altri che tralasciamo per necessità espositive hanno la funzione precipua o di fermare un’immagine o di dilatare un pensiero. Immagini e pensieri che ora si posano pacati, ora si allungano in una lenta processione di versi fino alla conclusione finale che spesso ha un’icasticità e che è forse una delle migliori caratteristiche poetiche dell’autrice, se non la migliore.

Vedi a tale proposito le poesie A porcospino, Una madre, Una bambina, Una casalinga:

Ancora i morti del 1908 invocano / una sepoltura. Affossati tra le pieghe della terra / concimano nuovi semi di vita (A porcospino); Morta insieme a te morta / montagna / madre mia e tomba (Una madre); “Voglio la mia mamma grido / Ma la bocca è già piena di fango (Una bambina); E’ questa la morte? / Un sepolcro di fango (Una casalinga).

Dotata di vasta e profonda cultura, non solo classica e non solo italiana, padrona dei mezzi tecnici più noti e meno noti, oltremodo sensibile ai fatti quotidiani, l’autrice riesce, con somma naturalezza, ad esprimere il suo io e le relazioni tra questo e i fatti o le cose, pervenendo ad originalità di accenti e di composizione, distinguendosi nella pletora del letterati di oggi e ingenerando nei suoi lettori il piacere di leggere.

Analogia, anafora e altro

Anche la tecnica analogica, l’anafora, le allitterazioni ed altri procedimenti similari afferiscono alla costruzione poetica. A tal proposito piace citare la poesia Magna Mater con l’ossessiva ripetizione della parola fango dal forte impatto fisico e dall’aspro suono gutturale e l’immagine del livello del fango che s’innalza, che genera con rara pertinenza quella del pane che fermenta.

Si passa da un’immagine di morte orrifica a una di vita quanto più intima possibile e direi quasi sacrale. Qui si coglie veramente la perizia tecnica e l’originalità dell’autrice.

Aggettivazione

Parco l’uso dell’aggettivazione, perché la commozione non affiori con enfasi, ma vibri all’interno del tessuto di immagini senza disturbarlo: è come porsi fuori della scena, pur essendovi dentro, figura muta che ascolta la voce degli altri e quasi la sostiene con la sua presenza nel suo bisogno di essere ascoltata e approvata.

Metafora e paratassi
Il linguaggio

Spesso i nomi si caricano di altri significati, diventano metafore come nelle poesie Una madre, Una casalinga, dove la parola tempo, più volte presente e già altrove commentata, assurge a simbolo di mostro, male assoluto, presenza immanente della violenza che soffoca la vita, gli affetti familiari, le speranze in un quadro di cupo dissolvimento.

La stessa cosa può dirsi per l’espressione acqua nera, simbolo di morte, tante volte ripetuta – cfr. Una madre, A porcospino, La danza dei delfini – , che richiama reminescenze classiche e della tradizione letteraria italiana.

E che dire di un annegamento – In mare – che si materializza in lavacro, sublimando la tragedia di una madre e facendoci pensare al lavacro del battesimo e quindi alla vita eterna beata?

E ancora come non ricordare la danza dei delfini nella poesia omonima, dove i bimbi annegati diventano delfini che giocano con altri delfini e il mare che li ha inghiottiti assume l’aspetto di un bellissimo parco marino?

Il linguaggio si caratterizza per l’uso di un vocabolario comune, che si articola in forme sintattiche semplici, con frequenti ricorsi al discorso diretto, alla paratassi, alla descrizione prosastica, ma queste peculiarità sono lo strumento letterario messo al servizio di una ispirazione popolare che produce una poesia raffinata per la felice commistione di tutti gli elementi, poesia che talora rimanda al primo Pascoli.

Non mancano tuttavia termini desueti o completamente nuovi come creaturalità (Visione numero due), imbalsamato, onde elettromagnetiche (Una pelle perfetta), capelli irsuti come setole di porcospino (A porcospino), lavacro (In mare).

Il verso

Un esame a parte meriterebbe la costruzione del verso nell’opera dell’autrice. Qui diciamo soltanto che esso ha un andamento variegato, sia singolarmente considerato che all’interno della strofa; è costruito con grande naturalezza e richiama metricamente, pur essendo libero, schemi greco-romani.

In esso la trama fonica ora diventa sintassi lirica di grande efficacia emotiva, ora onda sonora che si libra come danza allegra. Questo poemetto si caratterizza per un andamento ritmico lento, dove il sentimento si posa lieve e pacato, dando luogo spesso ad una triste melodia. Il fatto è che la poetessa ha sublimato la sua commozione e il suo sentire nell’elaborazione poetica, trasferendo in immagini classiche di candida serenità l’urgenza della sua passione umana, facendo grande ricorso alla sua cultura classica, ben visibile negli echi catulliani, virgiliani e di Marziale per alcune chiusure icastiche, oltre che alla nostra tradizione letteraria come già precedentemente detto.

Cito soltanto qualche verso a mo’ di esempio:

da Una madre, v.17 L’eco è soffocato dall’acqua nera come una Parca

da In mare, vv.13-14 Qui a lievi passi vi seguo / e voi non mi ascoltate.

da In elicottero, v.4 Le nubi di notte cantavano / perché andavano in Paradiso.

Un discorso a parte meriterebbero la genesi e la pertinenza delle similitudini e la capacità di invenzione letterariamente intesa, ma lasciamo ad altri questo compito: noi modestamente abbiamo voluto preparare, se così possiamo dire, una scheda didattico-espositiva per uno specifico mezzo di informazione con la speranza di aver raggiunto lo scopo.

Infine, sommessamente, esprimiamo un’audace opinione che è la seguente.

Il poemetto, per l’impegno civile e oserei dire religioso, per il monito dei morti ai vivi, per la materia del racconto, per la vis polemica che lo ispira, ora sotterranea ora (troppo) manifesta, per il senso iniziale di abbandono (Primo coro dei morti) cui si contrappone la spaziosa immagine di una umanità gioiosa (Ultima visione), per la celebrazione di un eroe vero, medaglia d’oro al valor civile, Pasquale Neri detto Simone (All’avventura, sottotitolo A Pasquale Neri detto Simone), che è al centro della raccolta poetica, per tutti questi e tanti altri elementi che sarebbe lungo elencare, richiama – se è lecito paragonare le cose piccole con le grandi – il carme foscoliano di I sepolcri e pertanto parlerei, più che di un poemetto, di un breve carme.
Recensione
Morte Annunciata
poesia 
Autori
Mirella Genovese
Edizione:
Lions Club Barcellona Pozzo di Gotto
Barcellona Pozzo di Gotto 2010

Presentazione del prof. Francesco Calderone. Prefazione del dott. Francesco Borgia. Nota dell'autrice. In copertina opera di Mirella Parisi - pp. 44

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Literary nr.12/2010
 

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