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Il testo di Mariagrazia Carraroli (con le immagini di Luciano Ricci) coglie uno degli aspetti più tragici della società di oggi: attraverso la ondivaga esplicazione degli atteggiamenti del Nannetti che ci fa sentire con la sua vaghezza mentale – da imperatore francese a ingegnere minerario – la chiusura dei luoghi di pena oltre alla sordità delle famiglie che lasciano i loro congiunti malati in una nicchia di egoismo tipico della società di oggi.

Ma Nannetti, dentro l’orizzonte di una incalzante alienazione, è compensato dalla esistenza di una polla creativa che gli consente di esternare, con disegni e graffiti, le luci e le ombre di una esperienza che condanna l’egoismo nostro e delle Istituzioni: l’egoismo sociale.

Nannetti con una grande parete di graffiti – alcuni fotograficamente ripresi – esprime una commovente voglia di umanità, quando desidera tornare a fare l’elettricista, per ripagare i compensi e gli aiuti ricevuti.

Quali sono gli strumenti per la sua produzione creativa? La fibbia del panciotto d’ordinanza di cui si serve per lanciare i frammenti di una lunga disperazione illuminati da momenti di toccante sensibilità.

Merito della Carraroli è di aver descritto questa esperienza umana e sociale, attraverso un coinvolgente diario poetico in cui la vicenda personale di Nannetti suggerisce momenti di riflessione e di rimpianti. Come quando afferma che “passano le ore senza fretta“ e i suoi graffiti diventano la testimonianza di una personale sofferenza.

La sua follia (come non evocare Erasmo da Rotterdam e Pirandello?) diventa una lucida e angosciante lezione di vita, un messaggio che scavalca le mura della Casa di Pena. Che la Carraroli ha saputo ricomporre in versi in cui la scorrevolezza e il sapore graffiante delle parole diventano la chiave per entrare dentro lo scrigno segreto di una esperienza sofferta ma capace di spezzare la pochezza del cosiddetto risvolto umanitario. Giustamente la Carraroli richiamandosi alla lezione dell’antica tragedia greca, fa intervenire il Coro con la saggezza della ragione e con momenti di efficace proiezione, quando il Coro chiama i pensieri “ragni industriosi “ che al posto del sorriso sostituiscono la smorfia e lo sberleffo.

Si tratta di una testimonianza di alta levatura morale che ha saputo nobilitare un’esperienza amara proiettandola con ammonimento, in un mondo che ha perduto i valori reali e brancola alla ricerca di briciole sostitutive.

Un lavoro ottimo, letterariamente e teatralmente, che meriterebbe di essere oggetto di uno spettacolo, prima nelle Case di Sofferenza come quella di Volterra, ma anche al pubblico normale perché si tratta di un problema che ci chiama tutti in causa con le nostre debolezze e ambiguità.

Lettera giunta il 12 luglio 2007

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