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Un ininterrotto dialogo con se stessi. E' questo il leit‑motiv dell'ultima silloge di Francesca Luzzio, Poesie come dialoghi, che ci racconta, attraverso uno stile sorvegliato debitore della migliore tradizione otto-novecentesca — senza dimenticare la lezione dei classici — l'esistenza con le sue infinite ripercussioni, l'amaro dei giorni e il mistero dell'universo, gli attimi bui e i bagliori di vita, in una continua ricerca di verità percorsa a tratti da un'ansia metafisica. Una riflessione condotta quasi sempre con razionale passione, una poesia ragionativa attraversata al contempo da profonda partecipazione emotiva, dove l'impiego degli accorgimenti grafici e della punteggia tura tenta di tradurre il costante alternarsi d' interrogazione esistenziale estensione etica e propositiva, senso di "finitudine" e smarrimento e «voglia di continuare». Sorretto da un procedimento contrappuntistico, l'esperimento poetico esibisce una tensione fra aridità e utopia, consapevolezza della vanitas e cristiana pietas. Sorta di archeologo malinconico che si scontra con l'invadenza della modernità.

* edizione di Palermo

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