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Francesca Luzzio è nata a Montemaggiore Belsito in provincia di Palermo, capoluogo nel quale risiede e svolge la professione di insegnante di materie letterarie presso il locale liceo scientifico S. Cannizzaro". La sua prima raccolta Cielo grigio è stata pubblicata nel 1994. Presente su numerose raccolte antologiche di concorsi letterari, la sua attività di insegnante si integra nella collaborazione alla rivista "Allegoria" diretta da Romano Luperini dove nei numeri 19 del 1995 e 24 del 1996 ha pubblicato studi intorno alla poesia e alla narrativa novecentesca relativi all'antologizzazione scolastica. La silloge poetica Ripercussioni esistenziali, edita nel marzo 2005 per i tipi della Fondazione Thule Cultura di Palermo evidenzia nel titolo un exergo heideggeriano quasi a "volersi confrontare – afferma nella prefazione Affio Inserra – con questo dasein che va dalla nascita alla morte".

Le Ripercussioni esistenziali destano in noi, per estensione, l'accezione di respingere/rifrangere d'onde sonore. E come onde sonore – voce – la parola affidata alle pagine, dove versi dai tratti discorsivi raggiungono un sommesso intimo raccontare/raccontandosi, cogliendo aspetti esistenziali forse più subiti che vissuti e mai resi innocui – mai annullati nella cristallizzazione del ricordo che, espressione della memoria involontaria, riaffiora al riaffiorare di sensazione già note, oppure sopite e ridestate proprio come ripercussioni "Forse dirai il non detto" (Auspicio, pag. 50) "e l'eco del silenzio riempirà la coppa" e qui mi sovviene – riferimento letterario – un grande della letteratura mondiale, l'Henry James artefice de The Golden bowl – la coppa d'oro – a cui attingere la conoscenza, ma anche resistenza stessa, scacciando perciò il pericolo del taedium vitae mediato da Lucrezio, a cui tributiamo l'aver destato in noi la consapevolezza di quel male che oggi forse più ci affligge. Vorremmo staccarci da noi stessi, ma tanto più tentiamo quanto meno raggiungiamo il nostro obiettivo. arrivando anche ad odiarci, ammalandoci ignari di quanto l'essenza del male sia dentro di noi. E se in Socializzando un auto di speranza aleggia sui versi di Francesca Luzzio, tanto da ridare luce al suo navigare verso l'infinito, da meteora a stella ("rapida e impaziente mi aggrego: sono costellazione") ed ancora in Protesta "vogliamo immergerci nel mare | e poi volare | unirci all'essenza estrema che ci fa sentire | Unici e Immortali", altrove, in Alienata, già denuncia la sua localizzazione: "non ho più un quanto e un dove: | sono un semiproduttore della produzione" e ancora in Vuoto nero dove tra ruderi di pensieri "posso solo aggrapparmi | ai brandelli del sentire", come affetta da un male che pervade e di cui non sappiamo o meglio non vogliamo troppo sapere. Già, quale male se non quello dell'anima, afflitta talvolta dalle sofferenze altrui che facciamo nostre, per una fisiologica e non caratteriale disposizione (è recente la scoperta che si tratta di una particolarità allocata nel cervello)? La società non è immutabile – tutto muta – tutto si ripete viene spontaneo affermare. nel continuo modificarsi della vita, finché ci sarà concessa.

E tanto dovrebbe bastarci, a vivere e godere, anche di un solo giorno di Luce, o di un raggio di sole tornato a splendere dopo la pioggia. Ma fin dai primi versi di Ripercussioni esistenziali. la denuncia è per un male che oscura e corrode l'anima: incapacità di sognare. Ecco una pioggia di meteorite, grigie fredde che vagano per il cosmo, non astri a cui affidare un desiderio o colmare di illusioni la nostra notte ancora lucida e insonne. "Mi butti vento indifferente | mi porta via" (Leit motiv) afferma la nostra poetessa, e ci perderemo nell'infinito non sapendo cogliere del sogno il segno, sognare ancora. affinché nulla del nostro breve tempo sia costretto all'oblio prima che i nostri corpi siano ridotti a cenere nel vento: altro non siamo che la proiezione di ciò che fummo la prima volta, una volta per tutte, l'infanzia dove tutto accadde affinché l'esistenza fosse un affannosa rincorsa del tempo perduto, inconsapevoli di inseguire un mito, il nostro personalissimo mito. Scomoderemo oltre l'antichità invocando la divinità che ci consente, imitandone le gesta, di rigenerarci nel divino Eracle, il più umano degli dei, ciò che dentro di noi alberga, (nel ghiaccio meduseo del cuore) intima essenza del trascendere? Forse la rigenerazione dei primordiali Attis e Cibele, un continuo entro cui si realizza il ciclo vita-morte e risurrezione, da sempre, per l'eternità? Ma per Francesca Luzzio la stagione tarda spegne ogni speranza: nemmeno "la cultura ci può (potrà) salvare". Nella sua poesia, simbolismi e allegorie si insinuano nel linguaggio: ad essi ricorre per celare una realtà opaca. E non solo versi come "Rotola roboante la ruota" evidenziano allitterazioni che sfidano l'onomatopea: una certa concisione del testo è volta ad interpretare l'angoscia che contrae il respiro e urge sintetizzare nel pensiero, non soccombere alla parola non sfidare l'esteriorità attraverso la sentenza, arma di cui potremmo pentirci domani. Nella sezione Arancia solare appare evidente il rapporto con la terra Non diversamente la scelta di espressioni emblematiche, una tra morte "brilla nel verde agrumeto" rivelano una consuetudine a noi sconosciuta e sempre meravigliosa, così vincolati ad altre immagini quasi commoventi come queste colte in Giorgio Caproni: "mandano uno scialbo odore | gli aranci per i malati" dove l'intimo è tra le pareti domestiche o tra vie alte e strette di una terra non avvezza ad altra luce, ad altro sole. E proprio questa solarità tutta meridionale appare contrastante con taluni aspetti di riverberata introspezione che dilagano nei versi di Francesca Luzzio. come ad esempio nelle Dediche. dove le Ripercussioni esistenziali si tramutano in Rivelazioni esistenziali: l'aspetto della preghiera intonata sommessamente in apertura si dipana in versi talvolta eccessivamente scarni e semplici tanto da sfiorare forse volutamente il banale (es. "cinguettio di rondini | nelle vecchie grondaie | di lunghe file di case"), ma evidenziano la precisa volontà di riavvicinarsi a quanto smarrito, l'attesa di un segno, di un varco da attraversare, per contrastare una realtà stridente. E' infatti il centro storico dal cuore rosso, la città vissuta e forse subita, dove un'acuita sensibilità rende insanabile il contrasto tra ieri e oggi: "vecchi paladini fanno capolino (..) ma Angelica non c'è più, non basterà forse un bacio a ridestarla, non il silenzio nel crepuscolare rossore del giorno che muore, non il fruscio di lunghe sete o lo scalpitio della carrozza nel grigio di indistinte nebbie. Solo un mattino d'estate, ancora una volta all'alba del nuovo giorno, scacciate le paure che la notte incute, sonnolenti litanie svelano il sommesso epilogo di lunga preghiera.

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