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Il più recente volume di liriche del giovane poeta siciliano Lucio Zinna Sagàna (Quaderni de «Il Punto» politico letterario artistico, Palermo 1976) porta il nome di una zona collinare del Palermitano, tra Giacalone e Montelepre «che resiste anch’essa – come può – all’impietosa avanzata del cemento». È un simbolo, praticamente quasi inaccessibile per le difficoltà e gli ostacoli frapposti dall’intenso vivere quotidiano, ma spiritualmente sempre presente nell’Autore, perché esso riassume e rappresenta, nella memoria continua, i «luoghi del cuore», cui egli ritorna costantemente con gli affetti e la nostalgia.

La raccolta riunisce una scelta accurata di due precedenti libri: Il filobus dei giorni (1955-1963) e Un rapido celiare (1964-1974), preceduti, appunto, dalle poesie di Sagàna (1974-1976).

Una raccolta antologica, quindi, dal cui insieme si ha così modo di cogliere il significato del mondo poetico di Zinna, attraverso i suoi sviluppi storici, dalla prima suggestiva formazione agli attuali sicuri esiti. Un mondo che – emerso da un caldo sentimento di umanità aperto alla piena partecipazione alla quotidianità della vita, con una sensibile comprensione delle condizioni esistenziali, passando attraverso l’evocazione affettiva delle persone amate – la madre e il padre, soprattutto – di luoghi familiari perduti per sempre, di vicende e momenti profondamente sofferti, in cui si avverte un lontano senso di disperazione – sfocia in una libera discorsività raziocinante, nella quale ogni cosa viene sottilmente analizzata.

Ricordi e stati d’animo, figure e paesaggi, sentimenti e presentimenti vengono selezionati e sezionati con la stessa oggettività degli strumenti espressivi, in modo che la realtà della natura e delle cose prende, alla fine, il sopravvento sulle emozioni e sulle sensazioni, spesso cosi imponderabili, allo stesso modo che le parole, usate senza luoghi comuni, e la sintassi svolta al di fuori di ogni formalismo ritrovano, nel contesto lirico, il loro antico significato, la loro penetrante razionalità espressiva.

Nelle liriche più recenti, cioè in quelle che compongono la parte propriamente intitolata Sagàna, si avverte, con la scorrevolezza semantica di un periodare che evita la facile musicalità dei versi, la puntualizzazione dei sentimenti e non solo dalla familiarità e accessibilità di una tematica comune, condivisa spiritualmente dal lettore, ma anche, e in specie, dall’incisività del linguaggio così razionalmente usato. Si oda. «...“Se chiediamo giustizia non c’è pace | nei nostri cuori noi che il mondo vorremmo | stringere in forte abbraccio – uomini | tra uomini – aridi come ci troviamo | a sera di ritorno dalla vecchia officina | dall’assillante catena di montaggio | dalla nostra puntigliosa freddezza | di burocrati. || Non possiamo che cercare – fratello – un’altra pace”». («Un’altra pace»)

Recensione
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