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Con la rivoluzione industriale sul piano sociale e con il dibattito illuministico sul piano culturale si poneva con forza l’attenzione dei popoli al problema dei diseredati. Le trasformazioni dell’economia agricola e le frantumazioni dei ceti tradizionali imponevano nuovi parametri di vita alla comunità umana, per cui le consolidate stratificazioni di norme e di costumi non potevano più rispondere alle esigenze delle nazioni moderne né soddisfare ai bisogni della società civile. La miseria non era solo un problema etico, quindi, ma investiva le medesime strutture della convivenza umana coinvolgendo le istituzioni e richiamando come non mai l’interesse degli intellettuali, pensosi del destino della comunità umana e della sorte del progresso civile.

Anche Manzoni per vocazione morale, per curiosità culturale e per convinzioni religiose ebbe chiara coscienza del fenomeno e quando si accinse a scrivere pensò di dare una soluzione al problema, interrogando il proprio mondo etico, confrontandosi con le sue nozioni spirituali e concordando con le personali esperienze cristiane. La Chiesa, d’altra parte, per precetto evangelico aveva sempre atteso alla redenzione materiale e morale dei diseredati, promuovendo nel corso della sua storia millenaria iniziative caritative di grande rilevanza, che incisero profondamente nel tessuto sociale dei popoli e nella cultura collettiva delle genti. L’indigenza, d’altra parte, per la dottrina cristiana non è solo una condizione economica o uno stato sociale, ma anche e più di tutto una categoria dello spirito, perché l’umiliazione terrena prepara e favorisce il premio celeste. Il discorso sulla miseria, perciò, non si esaurisce con il Manzoni nell’ambito delle rivendicazioni salariali o della giustizia sociale; ma investe le valutazioni morali e le implicazioni religiose in una prospettiva che coinvolge la parabola esistenziale e il destino umano. L’attenzione manzoniana per gli umili apre nuovi orizzonti e si differenzia dai coetanei o successivi interventi per la sua sensibilità morale e per la sua proiezione religiosa, che legano il contingente all’eterno in un inscindibile rapporto di causalità e di continuità.

Nella cristianità gli ordini mendicanti interpretano in modo corretto questa dimensione umana e divina della miseria e, segnatamente, Francesco d’Assisi promosse un movimento che ha mostrato nel corso dei secoli la validità di una contemporanea sollecitudine terrena e celeste per gli indigenti. Manzoni nelle sue riflessioni su questa area del vivere non poteva ignorare il contributo del francescanesimo nella soluzione del perenne problema e pose a modello di una società migliore e laboriosa i cappuccini che con abnegazione e premura sollevano gli umili dalle ambasce esistenziali.

Rimeditare su questi temi come ben fa Francesco di Ciaccia (Umiltà e francescanità nei «Promessi Sposi»), è quanto mai utile, anche perché spesso le discussioni critiche hanno smarrito le vere scaturigini e l’esatto orientamento del problema, che va collocato nella sua atmosfera di fede cristiana e di proiezione metafisica. Intatti l’opera manzoniana non si può catalogare nel contesto comune della narrativa romantica, perché ha una peculiarità che la differenziano da altre, situandosi nel panorama letterario con proprie caratterizzazioni non solo artistiche ma anche etiche. I suoi umili, che pure vivono nel clima del rinnovamento sociale, promosso dall’industrializzazione ottocentesca, si distinguono dagli straccioni degradati del naturalismo, dagli indigenti protestatari dell’operaismo o dai diseredati sconfitti del verismo, manifestando una dignità nella miseria e una speranza nel riscatto, che va oltre le contingenze e la sfera dell’umano.

Ma la condizione di umile nell’opera manzoniana si estende a tutte le espressioni del vivere, privilegiando le manifestazioni dello spirito e i rapporti tra le persone poiché pervade ogni piega dell’esistenza e trasforma ogni umano sentire. Infatti le vicende del romanzo sono consegnate più ai gesti di quotidiana solidarietà che all’ostentazione di eroiche imprese, tanto che l’azione tenace e benefica di padre Cristoforo si sviluppa sul metro delle consuetudini domestiche e si avvale dei rapporti di modesti personaggi o di usuali strumenti. Anche la morale ubbidisce alle esigenze di un mondo che accomuna aristocratici e popolari in una paritaria dimensione di uomini uguali dinanzi al precetto evangelico e distinti solo per meriti personali e non per censo, poiché la vita è pratica di virtù e non sfoggio di privilegi. In tale ottica l’insegnamento e il modello non muovono dal ruolo sociale dell’individuo, ma dalla bontà dell’attore per cui Cristoforo disquisisce dottamente sul voto di verginità, ma Lucia lo «conquide» con la sua cieca fiducia nella Provvidenza, strappando su tale terreno anche l’ammirazione del Cardinale Federigo. Al potere e all’arroganza il Manzoni contrappone la solidarietà in una condizione sociale di uguaglianza e di sollecitudine con l’intento di una convinta prospettiva di amore per il prossimo e di compartecipazione ai suoi travagli.

Questa morale, nutrita di cristianità e di francescanità, permea la struttura sociale e il clima comunitario del romanzo, che si colloca, anche per questo verso, in antitesi alla predominante narrativa coeva, ostile e denigratoria dell’ambiente cattolico. I preti e i frati, che una letteratura di area protestante additava all’esecrazione, perché fomentatori di vizi e di delitti, ritrovano nel Manzoni la loro veritiera dimensione di apostoli e di benefattori dell’umanità secondo il modello francescano. Cristoforo, infatti, è il penitente e il paladino in una nobile missione di affrancamento di Lucia dalle torbide voglie di un prepotente e la sua opera si conclude con il trionfo della giustizia e il suo supremo olocausto. Federigo, su altro versante, interpreta l’eroismo della fede cattolica, mentre Abbondio ne raffigura l’aspetto negativo per codardia ed egoismo in una contrapposizione che meglio evidenzia lo scarto tra il bene e il male, la carità e la grettezza. Cristoforo annulla le individuali esigenze e si propone messaggero di una dinamica condotta caritativa esponendosi al ricatto e alle vendette dei malfattori e mostrando una superiore spiritualità in consonanza con  l’insegnamento di Francesco.

Dal santo di Assisi si origina appunto quel sentimento di umiltà che informa il romanzo poiché Renzo, confidando nella Provvidenza, offriva al poveri tutto il cibo che possedeva senza contropartite e senza tornaconti, Federigo esultando per la visita dell’Innominato si sentiva immeritevole di tale grazia divina, Lucia cedendo alle argomentazioni del frate sul voto abbandonando una decisione meditata in spirito di sottomissione. Il cristianesimo, perciò, filtrato attraverso il modello francescano, impegna la cultura del Manzoni, che rivive con animo moderno e  con consapevole adesione l’insegnamento del santo di Assisi non solo per consonanza spirituale ma anche per razionale conquista di un esempio impareggiabile.

Recensione
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