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Questo romanzo di Francesco Capomazza, pur presentandosi per volontà dell’autore come il rapporto tra due personaggi immaginari, nonno e nipote, potrebbe rientrare in quel genere letterario che Maria Zambrano, famosa studiosa spagnola, in un testo pubblicato negli anni Quaranta e tradotto in lingua italiana nel 1997, etichetterebbe come “scrittura della confessione”; un genere letterario che si sovrappone all’autobiografia, pure dissociandosene, affidando al monologo uno spazio nettamente superiore rispetto alla descrizione e al dialogo.

La confessione, sostiene Zambrano, “va alla ricerca di un tempo reale, non virtuale, e poiché non si conforma con nessun altro tempo al di fuori di quello, si trattiene là dove esso inizia. E’ questo il tempo che non può essere trascritto, che non può essere né espresso, né afferrato, è l’unità della vita che non ha più bisogno di espressione”. (M. Zambrano, La confessione come genere letterario, Bruno Mondadori, Milano 1997)

Se osserviamo nel suo insieme il romanzo di Capomazza, ci accorgiamo che non solo non esiste una contrapposizione dialogica tra i personaggi, ma essi sono intenti a consegnare all’altro una sorta di testamento, indipendentemente dalla scansione temporale e spaziale.

Sin dalle prime pagine, il tono aulico, a tratti quasi retorico, ci conduce in un mondo surreale che non riconosciamo come il nostro, contrassegnato da una sorta di sospensione che sembra affidare agli eventi una condizione extratemporale, malgrado l’autore tenti di ricondurci a una entità temporale specifica ricordandoci che “la guerra infuriava al fronte come nelle città martoriate dai bombardamenti aerei. Per la prima volta la popolazione civile era direttamente coinvolta. Infatti, mai prima d’ora lo spettro della morte aveva aleggiato così incombente e truce su povere creature inermi, ignare e smarrite”. (p.9)

Tuttavia, il moto interiore del bambino che si muove nella vecchia casa “nel silenzio delle stanze ampie, dall’alto soffitto, con i mobili severi e le alte vetrate”, (p.11) ci sposta immediatamente in un mondo mitico, malgrado la tragedia della perdita della madre divenga uno dei passaggi cruciali al quale succede la comunione profonda con il nonno materno, reduce anch’egli, dalla doppia tragedia di aver perso due figli.

Da qui, scatta una profondità di affetto cui nessuno dei due può sottrarsi. “Fu proprio allora che i ricordi da cui egli era assorbito e che pareva voler custodire con tanta cura, così da sembrarne addirittura geloso, quasi ad un tratto gli si sciolsero in parole e formarono oggetto di racconti, di racconti che egli faceva a me durante i nostri incontri; i quali diventavano sempre più frequenti e prolungati, a mano a mano che i giorni passavano, e andava crescendo non solo il nostro comune piacere di ritrovarci: un vero trasporto, bensì anche un autentico bisogno di stare insieme. Le mie visite a lui divennero ben presto quotidiane, quasi degli appuntamenti, ai quali non si poteva mancare senza rinunziare ad una sorta di simbiosi che si era creata tra noi”. (pp. 34-35)

Comincia, così, il lungo racconto del nonno che, rievocando il suo passato, finisce per raccontare oltre un secolo di storia italiana a un nipote assetato di conoscenza e incantato dal modo tenero e cadenzato del suo dire.

Poi, dopo varie avvisaglie, brillantemente superate, l’inevitabile lutto, la morte del nonno che per il giovane protagonista della vicenda significa non solo la perdita di un affetto immenso, ma la perdita di un “vate”, di un “mentore” di una “guida” morale e spirituale insostituibile.

“La morte di mio nonno segnò per me la fine di un tempo ben preciso, operò una svolta, fu lo spartiacque fra due versanti esistenziali opposti tra loro. Ma, per intanto, ero fermo e fisso nella mia infelicità, in preda alla tristezza e alla malinconia”. (p.137)

La morte del nonno segna anche la fine del viaggio della memoria, e l’improcrastinabile ritorno al presente che sembra riportarci su questa terra, dopo l’immersione fantastica in un tempo senza tempo.

Recensione
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