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La strategia di Eros

La creatività di Maria Grazia Lenisa accompagna e generosamente il “secolo breve” come un originale contrappunto, innovativa eppure partecipe degli aspetti più stimolanti della tradizione, delle scritture, in un quadro di spiccata ed alta polisemicità.

Quale genesi per la sua arte? L’onnicomprensiva forza degli elementi testuali evoca l’idea di una frequentazione del linguaggio non improvvisata, ma ricca di proposte, provocatoria e vissuta all’interno di una flessibilità e modernità del dire. Nessuna figura di artista ha forse creduto davvero tanto, e a modo suo, nel linguaggio della poesia, irridendolo talvolta, giocandoci per rime ed assonanze, con la facile, ma non scontata, vivacità del padrone di una giostra fantastica e misteriosa. L’arte così è “poco seria” e flirtante, non si riconosce la seriosità del poeta laureato, ma la radicale messa in questione di ciò che “in ultima analisi” deve essere preso davvero sul serio.

All’origine vi è dunque lo sforzo, la prospettiva demiurgica, volta all’uni-verso da rifondare nel sovrammondo poetico, sotto valori che sconfinano allegramente nel territorio concettuale del sacro, per renderlo più umano, nell’eros più esplicito, per confondere la mente piuttosto che i sensi. Siamo davanti perciò ad una vocazione artistica matura e orchestrata all’interno di una poetica insondabile, eppure dai sottili legami d’acciaio con quella vita, per principio respinta, tuttavia metonimicamente richiamata ‘de facto’ nella prospettiva di un impegno inesausto. Essa è allontanata, in ogni caso, per la maggior laude della poesia, in una prospettiva sia metatestuale che metafisica, immanente e libera nel suo “infinitarsi”.

E l’Eros? E chi lo conosce? Potrebbe essere uno dei tanti giovani ambigui e seduttori del nulla, oppure di Dio-madre, ma non sarebbe sbagliato identificarlo con la testualità, concepita come un mondo che si palesa attraverso l’atto creativo, intrinsecamente linguistico. Di sicuro è come il suono di un tamburello festoso che risuona nella mente, ovvero in qualche fiera orientale della inesauribile fantasia lenisiana, anarchica e tenera, vendicatrice della vita, disperata, complice di essa al fine di suscitare poesia.

Il linguaggio però non apparirebbe veramente innovativo se non osservassimo con attenzione gli schemi, le reticenze ed i silenzi della poesia. Essi affiorano quando ci soffermiamo ad osservare e meditare “l’uni-verso nel verso”, una sorta di parola/frammento sintattico, dislocato a margine di un contesto che contribuisce a ridefinire e rifondare. La poesia è dunque labirinto, armonioso, melodico frastuono, dissonante, eppure musica celestiale di angeli vagabondi, ironici e veggenti, a contatto con la pietà del dolore.

Dell’erotico lenisiano occorre parlare a fondo. Esso destruttura le tradizionali categorie del linguaggio amoroso, i canoni dei comportamenti, ascrivibili all’immaginario maschile e femminile, presentati dai testi della letteratura. Le differenze di genere appaiono abbastanza inadeguate e del tutto arbitrarie, l’eros non genera vita, ma arte, perciò non si sostanzia in un modello di comportamenti, azioni e reazioni, legate a questo o quel costume sociale e relazionale. Molte volte le poesie richiamano ambienti e rapporti inconsueti, esotici, favolistici e fantastici. Una simile proiezione esuberante, ma in fin dei conti distaccata dall’emotività sessuale, ci offre la rappresentazione di un eros che è anche ‘delocalizzato’. Si veda per esempio la stupenda produzione attribuita alla poetessa mussulmana, per finzione d’arte, oppure quadri che raffigurano giovani da tutti i paesi del mondo ( per esempio albanesi) intrattenersi nell’assurdo gioco d’amore.

Se l’uomo è misura di tutte le cose, alla maniera di Protagora, allora possiamo convenire che nelle stesse c’è un simbolismo, una traccia della presenza umana, forte e delineata, tanto da essere rinvenuta e rielaborata nei testi poetici. Maria Grazia Lenisa indica spesso piste da seguire, simboli alchemici di un mondo a più livelli di comprensione, sono le strategie che premiano il lettore ostinato, questi si lascia sedurre, abbandonato alla serietà del gioco.

I contrasti stridenti del mondo quotidiano hanno tutta l’aria di essere interpretati come artifici, mentre fluisce, a suo modo armonioso e naturale, seppure come un pezzo dodecafonico, lo svolgersi del testo poetico. La struttura parte spesso da versi ipermetri conosce una dislocazione particolare, sorprende, ma è appropriata per la sua eleganza formale, noncurante di pregiudizi puristici, algidi e noiosi, piuttosto attuale nelle forme scioltamente colloquiali, ovvero dotte, auliche per gioco, onomatopeiche e ritmiche, ludiche e danzanti sulla pagina bianca.

L’amore non si riduce quindi a … semplice mania di far versi! È presente negli spazi dell’intertestualità, si consuma nelle riflessioni ad ampio spettro, nei confronti della morte specialmente. Non ha solo un valore scaramantico, è potentemente evocativo di uno status, quello di essere umano, animale insicuro e ferito dal suo stesso eros, dal timore di non esser più, dalla violenza della natura ammaliante, ferina ed amica del mistero cosmico. Bando alle sterili lamentazioni sulla natura, sulla morte, sembra dire la Lenisa! Inventiamo un gioco, un rito alternativo che diverta e sfiori gli apici del desiderio, rendendo possibile l’inverosimile. Tanto… cosa importa al poeta ?

Materiale
La strategia di Eros
saggistica 
Autori
Marzia Alunni

Pubblicato su:
Literary nr.9/2009
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