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Il seme del piangere

Treccani

Poeta, traduttore, critico letterario e uno dei pochi, benemeriti estimatori d’un outsider come Antonio Pizzuto (ha al suo attivo numerose sillogi poetiche, tra cui Gli gnomi del verso [1979], Dieci inverni [1989], Grilli e spilli [1998]; per la saggistica e la filologia Guida alla lettura di Verga [1986], Guida alla lettura di Leopardi [1987 e 1998], le edizioni critiche di I Malavoglia [1989], Mastro-don Gesualdo [1990], Novelle [1991]; ha tradotto i Lirici greci [1991, 2009], i Poeti latini [1993], i Carmi di Catullo [1986 e 2005], i Versi aurei di Pitagora [1988 e 2005], i rimbaudiani versi latini di Tu vates eris [1988], i Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen [1996] e nel 2006 il Poema sulla Natura di Parmenide), Vincenzo Guarracino cura con acribia e completezza d’informazione, per la collana «Nuovi Fermenti. Classici italiani e internazionali», un florilegio tematico intitolato a una delle celebri raccolte di Giorgio Caproni (Livorno, 1912 – Roma, 1990), pubblicata nel 1959 da Garzanti e ora nel Meridiano Mondadori; questa la poesia epònima:

Quanta Livorno, nera
d’acqua e — di panchina — bianca!

Sperduto sul Voltone,
o nel buio d’un portone,
che lacrime nel bambino
che, debole come un cerino,
tutto l’intero giorno
aveva girato Livorno!

La mamma-più-bella-del-mondo
non c’era più — era via.
via la ragazza fina,
d’ingegno e di fantasia.

Il vento popolare
veniva ancora dal mare.
Ma ormai chi si voltava
più a guardarla passare?

Via era la camicetta
timida e bianca, viva.
Nessuna cipria copriva
l’odore vuoto del mare
sui Fossi, e il suo sciacquare.

«Prerogativa degli esseri umani — scrive il curatore nell’introduzione —, che trova espressione e compimento in un resto, in un liquido (“acqua del cielo”) che si versa e dissemina, il pianto genera una corrente che trova sì piacere e consolazione in se stessa, perché dà al soggetto la soddisfazione di ritrovarsi e mostrarsi bambino, debole e forte al tempo stesso, ma reclama e gode anche, di là di ogni censura, di un interlocutore empatico ed ‘enfatico’ […] disposto a recepire il messaggio più vero, quello profondo del corpo senza bisogno delle parole» (p. 7).

E sulla qualità dei testi selezionati: «Una gamma molto vasta di emozioni, positive o negative, della più diversa natura, ognuna con linguaggi e modalità comunicative differenti. Impulsi, moti spirituali e corporei, irrefrenabili, capaci non di rado di contagiare, di provocare anche negli altri reazioni altrettanto forti e precise, di comprensione e commozione, mai di indifferenza: lacrime d’amore, come quelle della schiava Briseide per l’Eroe dall’“ira funesta”, ma anche pianti di sdegno, di rabbia, di delusione, di rimpianto, di astio, livore e risentimento, di nostalgia, di sofferenza fisica o psicologica che sia, di lutto per una perdita irrimediabile, e inoltre anche di gioia, di commozione, che chiedono di essere comprese, e possibilmente consolate e asciugate» (p. 8). Ciò vale per tutti i poeti antologizzati, fuorché per Claudio Damiani, presente con un testo inficiato da un patetismo eccessivo:

In questa guerra virale

Tutti quelli che muoiono in questa guerra virale
sono come i morti insepolti degli antichi
lasciati ai cani sul campo di battaglia,
non poterono i familiari lavare i loro corpi
ungerli e piangerli e preparare il rogo,
trasportati di notte su camion militari
come sacchi di spazzatura in altri cimiteri.
Ma noi sappiamo che la loro battaglia fu eroica,
combatterono fino all’ultimo sangue
un corpo a corpo senza risparmio di colpi,
alla fine caddero facendo risuonare
con fragore la loro pesante armatura.
La loro vita è incisa nel cimitero del tempo
a memoria perenne, e la loro tomba è un altare.

Oltre a Damiani, gli autori prescelti (una vera e propria armata) sono nell’ordine: Giovanni Pascoli, Sergio Corazzini, Carlo Michelstaedter, Sibilla Aleramo, Marino Moretti, Corrado Govoni, Dino Campana, Clemente Rèbora, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Umberto Saba, Antonia Pozzi, Sandro Penna, Leonardo Sinisgalli, Cesare Pavese, Lorenzo Calogero, Marino Piazzolla, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, «Pierpaolo» (recte: Pier Paolo) Pasolini, Mario Luzi, Giorgio Manganelli, Cristina Campo, Giovanni Giudici, Franco Fortini, Andrea Zanzotto, Maria Luisa Spaziani, Roberto Sanesi, Edoardo Sanguineti, Gilberto Finzi, Raffaele Crovi, Luciano Luisi, Antonio Spagnuolo, Curzia Ferrari, Gianni Rescigno, Tomaso Kemeny, Rino Mele, Franco Ciullo, Emilio Coco, Giovanni Fontana, Margherita Alecci, Umberto Piersanti, Velio Carratoni, Franco Cajani, Myrna Bongini, Angelo Maugeri, Gilberto Isella, Federico Roncoroni, Gemma Forti, Vivian Lamarque, Renato Minore, Mauro Macario, Maria Rita Bozzetti, Franco Buffoni, Fabio Dainotti, Antonio Nesci, Enrico Brambilla Arosio, Paolo Ruffilli, Roberto Mussapi, Stefano Lanuzza, Mario Rondi, Massimo Scrignòli, Antonio De Marchi-Gherini, Alberto Toni, Alberto Bertoni, Fabrizio Dall’Aglio, Annitta Di Mineo, Franco Manzoni, Giancarlo Stoccoro, Emanuela Niada, Alfredo Tradigo, Adele Desideri, Lidia Isella, Paolo Fabrizio Iacuzzi, Giovanna Rosini, Eliza Macadan, Claudio Compagni, Gabriella Colletti, Nina Nasilli, Paride Mercurio, Luca Raul Martini, Lucrezia Algozzino, Ernesto Ciorra, Marika Mitta Lindo, Serena Rossi, Francesca Serragnoli, Barbara Tonon, Niccolò Nisivoccia, Marta Celio, Gianluca Costanzo Zammataro, Veronica Chiossi, Sergio Racanati, Arianna Sonia Scollo, Alessandra Corbetta, Gerardo Masuccio, Chiara Evangelista.

Ogni capitolo è articolato in tre parti: un cappello critico, uno o più testi poetici, una breve nota bio-bibliografica. L’impressionante numero di presenze vieta un rendiconto puntuale. Due soli esempî.

Su Umberto Saba: «Un testo centrale, in qualche modo programmatico, questo di Umberto Saba: Parole contiene una lucida definizione del significato che la parole assumono nella sua visione della vita, quale specchio del “cuore”, rivelatrici delle “origini”, dei sentimenti più autentici, quella che in un altro testo, Amai, chiama “la verità che giace al fondo”, alla base cioè di tutto, un “angolo del mondo” profondamente inscritto nelle cose e nelle coscienze. Con una precisazione, fondamentale all’interno del nostro discorso, ossia la funzione del “pianto”, della sofferenza, come lavacro purificatore di ogni menzogna, di cui il poeta avverte e dichiara l’assoluta necessità» (p. 39).

Sul nostro massimo poeta sonoro-visuale (qui nella sua seconda anima lineare, ma traumaticamente sperimentale): «Giovanni Fontana riconferma la sua fede nella pratica di “formar parole” in modalità che si avvolgono a spirale su se stesse, come il mitico ouroboròs, per continuare a dire nonostante tutto, “ciò che si deve pur ricominciare a dire”» (p. 107).

Recensione
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