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Con Il Torsolo del ventre ed altre fandonie, Erminia Passannanti imbocca la via del pamphlet dissacrante di stampo illuministico. L’intento è l’attacco trasversale al ”corpo” dei discorsi, teorici ed istituzionali, della cultura occidentale, attacco teso a svelarne l’inconsistente natura di “fandonia” collettiva utilizzata a fini di dominio. L’arma scelta è la mimesi – volutamente parodistica parossistica – dei linguaggi specialistici, dei gerghi tecnici, dei registri retorici dalla teologia al decostruzionismo, dal medico al camorristico, con una resa formale ricchissima di sfumature e di rinvii che si sostanziano in vere e proprie fughe barocche nella stessa alternanza di prosa e poesia. Le quattro sezioni del testo (“non-sense”: sulle filosofie e teorie letterarie; religio: sulle teologie; status quo: sulle politiche e sulle dinamiche sociali; senso de l’apparente: sulla poesia e il dissenso) scandiscono il fil rouge del lavoro della Passannanti, laddove il “Torsolo” diventa parodistica icona del corpo carnale e teorico con effetti talvolta rabelaisiani quando non deliberatamente grotteschi. La forza icastica di taluni personaggi (Bella Mazza de Fero, I Delinquenti di Canale 23, Pascalone) sembrerebbe tuttavia ambire una più decisa scelta e struttura narrativa che meglio avrebbe colto i bersagli polemici, a volte soffocati dalla ricchezza vertiginosa e centripeta dell’impasto linguistico. Paradossalmente è proprio nel ritorno alla forma metrica dell’ultima sezione che la genetica voce di poeta rintraccia un senso – per quanto apparente – del mondo, limpidamente scandendo la propria esperienza “incarnata” nel dissenso e nella resistenza.

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