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Due sono i testi teatrali di Dario G. Martini pubblicati sul numero 677 di "Sipario" nel Novembre 2005: Viaggio di nozze da Cape Canaveral e Perché non gridate?. Il primo, breve, destinato piuttosto alla radiotrasmissione, tratta del viaggio su una stazione spaziale organizzato da una ex soubrette d'origine francese, Angelique Pierre du Vaux-de-Cernat, vedova Béziers, divenuta imprenditrice miliardaria, con il suo nuovo coniuge Alexis Uriel, vice campione mondiale di body building.

Tutto sembra procedere nel migliore dei modi, quando l'uomo si accorge di essere spiato da alcune telecamere, fatte collocare a bordo dalla moglie, per riprendere i loro momenti di intimità, ed ottenere così lauti guadagni. Alexis è amareggiato perché credeva che la sua compagna avesse voluto portarlo lassù, "a un passo dalle stelle", soltanto per spirito romantico, mentre ora scopre che il suo è soltanto un intento pubblicitario e di lucro. Riaffiora qui, come sempre, la satira di costume e la vocazione morale del nostro autore.

Ben più ampio sviluppo ha Perché non gridate?, che si articola in sette scene, un testo nel quale Martini riprende la sua battaglia contro il nichilismo e quindi contro tutti i sostenitori del Nulla, i quali affermano l'inutilità di ogni azione umana. Martini invece crede che ci si debba opporre al Nulla e alla Morte, la grande Nemica, attraverso un attivo operare.

Personaggi del dramma sono Il Vecchio, Il Giovane, La Ragazza, che recitano alternando alla prosa il verso, adoperato da Martini in maniera disinvolta ed efficace. Molte sono le citazioni tratte da Shakespeare, ma anche da altri autori, che compaiono in questa pièce, come Baudelaire, Cavalcanti, Joyce, Eliot, Montale, Trilussa, ecc.

Tema portante è quello della lingua e delle sue potenzialità espressive, cui s'accompagna quello di un Grande Dizionario che Il Vecchio vorrebbe realizzare, con l'aiuto del Giovane e della Ragazza. Il dramma sembra dunque dapprima svilupparsi intorno all'efficacia del linguaggio. "Le parole, parole, le parole | tante volte son solo delle intruse" dice La Giovane nella scena terza ed Il Giovane le risponde: "Parole buone a nulla, inconsistenti, | non certo in grado di certificare | quanto la vita dice e non dice, | quanto in loro ed in noi si contraddice". Tra richiami a teorie scientifiche sui "buchi neri" e sulla semantica, si perviene al cuore del dramma, ove è prospettata la lotta del Vecchio con i tre autori: Dio, Il Maestro (Shakespeare) e il drammaturgo che ha creato il personaggio, cioè Martini.

In un crescendo di foga oratoria, Il Vecchio si identifica con Re Lear, per lanciare i suoi anatemi contro la morte (vero bersaglio del testo) che tutti sovrasta, ma che non deve comunque condurre ad "un'abdicazione della volontà", come in Amleto, bensì deve essere uno sprone per l'uomo ad agire, al fine di lasciare un'imperitura testimonianza del suo passaggio sul mondo. E ciò "perché la vita è vita e sopravvive | e le parole, parole, le parole | staranno attente a non perderne una, | la più a rischio di tutte: umanità".

Con questi versi il dramma si chiude, lasciando in noi una profonda impressione per l'intensità con la quale i personaggi, specie Il Vecchio, si esprimono e per il peso delle problematiche che in esso si agitano, sempre coinvolgenti ed eternamente attuali. E' questo certamente uno dei testi nei quali Martini ha saputo meglio parlare di s‚ e anche a nome di ciascuno di noi, con una veemenza e una forza che riconfermano le sue qualità di drammaturgo dalle meditazioni profonde e di vasto respiro.

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