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Un libro-diario e un libro-confessione è questo di Anna Maria Guidi, “In transito”. Certo, è un libro nel quale l’autrice si rivela totalmente. Il transito di cui ci parla la Guidi è quello della vita, e lei sviluppa esemplarmente questo tema, trattandolo in maniera spigliata, con novità di immagini e incisività di espressione: “Abito | ma non possiedo il tempo” (Il prestito); “Qui sto | con la vermiglia certezza del sole” (Lo sposalizio); “Affacciata quassù, | al poggiolo degli anni” (Vertigine fredda); “Semino sogni dentro le parole” (La semina); “Tiepida, nella zana dei suoi colli | Firenze stamani | è un adagio di grazie” (Controluce), “Consola senza affanno la bellezza” (ivi); ecc.

Domina in questo libro una sottile analisi interiore, con subitanei soprassalti dell’animo, che intuisce aspetti insospettati della propria personalità e della propria vicenda esistenziale: “Se mi guardo allo specchio, | mi viene spesso il dubbio | di vedermi in un altro” (In incognita); “Non cerco di saziarmi d’ogni vizio | infilando con l’illusione il vezzo | della necessità” (La necessità e l’illusione); “Vasti di rughe | mi rende lo specchio | disseminati arcipelaghi” (La fattura). Ma non sempre il dire della Guidi è così serio e teso. Talora, anzi la sua voce si fa più lieve, come accade in “Aladino”: “Fossi Aladino | scortato dalla lampada | susciterei da questa carta specchi, | non miraggi | dell’intangibile corpo delle cose”; come accade in “Passi di terra”: “Insomma, gioco al topo, | ma d’astuzia, al gatto con me stessa”, o come pure accade in “Segnali di fumo”: “Verseggiare |  è come fare il pane”.

Ciò che però più colpisce di questa silloge è l’affiorare di talune figure di personaggi disegnati con particolare bravura, quali: Celestino, Fidelmo, Ernesto e Teresina, Sterpignèra, Lena, Schicchero, che si presentano a noi come una galleria di uomini e donne falliti o comunque verso i quali la vita si è dimostrata matrigna. Anche il linguaggio della nostra poetessa  pare farsi più forte e realistico nel descriverli, come è il caso di Lena, la quale “porta orgogliosa | il suo mantello di cane” o quello di Schicchero, che indossa “il berretto untuoso e la zimarra | tutta sdrucita, intignata d’inverni”.

Ma si vedano anche Fidelmo, che così ci appare: “Fidelmo tornava dai campi | a sera, avvelenato di sole” e Sterpignèra, che tutto intero emerge da altri versi: “I meriggi d’estate | (sfrinite le cicale | chiudevano rochi i loro ventagli | all’ombra assolata degli orti), | vecchio pascià installato sul trono | d’una sedia spagliata, | Sterpignèra mondava il giaggiolo”.

Scioltezza di ritmi e sapienza espressiva connotano le poesie della Guidi, la quale, come nota Giorgio Luti nella sua prefazione a libro, rivela anche un’ampia cultura, che spazia dalla Bibbia a Dante, da Petrarca a Pascoli e a Montale; cultura che costituisce “l’indispensabile supporto…di una lirica che trattiene  e supera il tempo e lo spazio in un canto fluido di memoria e di speranza, che affiora come motivo segretamente operante in gran parte del testo”.

Che al fondo della poesia di Anna Maria Guidi vi sia un elemento di speranza lo dimostra, del resto, la poesia conclusiva della raccolta, la quale costituisce una preghiera a Dio, affinché la soccorra e la perdoni, nonostante abbia “marinato la fede | per una vendemmia di dubbi”; il che rappresenta un moto di schietta ed intima liricità, annoverabile fra i più vivi e riusciti di questa silloge.

Recensione
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