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Dopo aver commentato, nel 2005, Versi alfabetici di Maria Lenti, leggo ora il suo ultimo libro Cambio di luci. Di nuovo riconfermo che Lenti ha la capacità di attrarre il lettore con un minimo spreco di passione senza però bloccarlo solo alla sua indubbia destrezza formale. Anche questi testi dimostrano come, in certa poesia, la lingua fa più di quanto basta.

Non conosco gli scritti compresi tra le due raccolte, comunque il suo lavoro attuale mi sembra – rispetto a quello di cinque anni fa – molto più carico di tristezza e nostalgia espresse non solo in situazioni autobiografiche.

Il motore poetico tuttavia non si è allontanato dalla metodologia lentiana, pur includendo una specifica variante. Intendo dire che stavolta abbiamo l’emozione quasi illusionistica che l’autrice faccia apparire e sparire davanti a noi “oggetti” reali ma imprevedibili usando la propria scrittura come mezzo comunicante e di distrazione. In questo libro, infatti, Lenti “tira fuori” da sé un minimo di parvenza psicologica (e qualsiasi effetto illusionistico parte ugualmente da una situazione comprensibile anche se esigua), senza sovvertire la complessità del proprio ego, così come l’illusionista mai confesserebbe di aver manipolato l’ambiente in cui agisce.

Nella lirica a p. 21, “Stanza del riso”, Lenti scrive che la vita è quello che ti succede quando pensi ad altro. Ebbene, verrebbe da continuare che la poesia è quello che non ti succede quando pensi a lei. Grazie appunto a questa capacità illusionistica di Lenti a far sentire chi legge dentro un particolare stato emotivo, che invece è solo l’allusione a se stesso, giacché simultaneamente si è verificato uno spostamento impercettibile di verità.

Tale metodologia, già presente in Versi alfabetici, qui si allarga. Un immaginario cono di luce mette in primo piano persino sezioni di mondo, eppure viene da chiederci: tanta realtà oggettiva, e questi amori, giochi, ricordi personali, passioni, come ci si presentano? Come enunciazioni di vedute reali – apparizioni, per dire meglio –, giacché resta in noi l’idea che nella profondità da cui esse si sollevano verso la luce, sia trattenuto, al buio, il meccanismo-trucco del loro spostamento. Tale meccanismo Lenti non lo fa capire, essendo inconscio oppure perché non rientra nella denuncia, ovvero perché qui, il gusto è, giustamente, un divieto di parola.

Non alludo a ermetismi di sorta, sottolineo invece come la poesia in questione riveli una sentimentalità politica, quale visione del mondo e del proprio esistere individuale; quindi l’autentico interesse del poeta, in ogni sezione del libro si adegua a un’educazione, più che a una cultura, appunto, politica; e che questa viene espressa con profonda cautela emotiva. Da qui la rappresentazione di una totale assenza di un detto ben anticipato e compreso nel titolo: Cambio di luci. In tale tenuta di rigore sta il coinvolgimento autentico dell’autrice, la più pudica degli appassionati, direbbe qualcuno.

L’intestazione del libro, a mio parere, denuncia chiaramente ciò di cui parlo e da subito, nell’introdurre sé, a volte con divertita leggerezza o apparente ruvidità. Si legga, ad esempio, la poesia Per versi ipotetici, “…se un giorno tu tornassi | …se posso oltre sottrarre | …se ubbidienza non è agiremo |… ecc. (p. 22). Quel se ricorrente a ogni capoverso è molto importante non solo per il motivo che così la poesia è stata scritta, ma in quanto sede di un pensiero concettuale. Quel se parla molto perché molto pensa. Se potessimo toglierlo rileggendo il testo, verrebbe invece alla luce il cosiddetto pensiero mitico, verrebbe fuori la psicanalisi, si abbasserebbe tutto di un gradino.

L’autopensiero analitico, genericamente inteso come poesia, lo incontreremo solo una volta e all’ultimo, nella pagina di chiusura del libro, dopo essere passati attraverso l’ingrandimento “ingannevole” (in quanto mitico) di liriche dedicate appunto alla mitologia, la quale non ci fa uscire nemmeno per un attimo dalla cerniera spontanea di queste poesie. Non si registra infatti nessuna evocazione o sostanziale tono diverso, abbiamo solo la riconferma, in altre sfere, di quel che l’autrice costantemente vuole comunicarci. E così accade nella sofisticata “illusorietà” degli haiku.

Simile rigore o fedeltà quasi etica a un’idea attrae, a mio avviso, il lettore che pur non rintracciando, o poco, un’affinità con se stesso, è obbligato ad andare al di là di quel feeling binario che solitamente si stabilisce con la lettura.

Alla fine, dicevamo, ecco la poesia storia mia (p. 87). Leggendola è come se l’autrice, dopo uno spettacolo di illusionismo o manipolazioni, si concedesse a un’ipotetica intervista liberatoria. Questa è infatti la poesia meno “educata”, qui cade ogni “allusionismo” perché Lenti rientra biologicamente dentro il proprio io, dopo tanto apparire e sparire in realtà parallele, però cade, a mio avviso, anche un po’ di quella abilità formale fino ad ora messa davanti ai nostri occhi e al cuore forse di se stessa. Perché, dunque, un simile contorsionismo?

Capacità di farlo si potrebbe rispondere, certo, ma ogni contorsione è l’opposto di una legge fisica, dell’economia motoria, quindi della naturalità. Mi sembra quindi valida come spiegazione a tutto ciò, che una siffatta operazione si qualifica – ripeto – in una visione naturalmente politica di Lenti.

Ella è una manipolatrice di linguaggio molto esperta, sa che il linguaggio non ha mai per oggetto la felicità pura. Per questo non scopre quasi mai la propria sensorialità, non si immerge in una dimensione univoca certo più comprensibile; resta invece nel “gioco” illusionistico e più efficace che intende dirigere.

Potremmo obiettare che anche così siamo nella norma, giacché qualsiasi autore procede seguendo le proprie scelte. Non direi. Mi sento di affermare che generalmente il linguaggio non si vede, nel senso che non si riesce ad allontanarlo dagli avvenimenti (nel momento creativo, intendo). Lenti invece opera il distacco della retina linguistica dalla pupilla dei fatti. Interviene, ancora ripeto, “politicamente”. Vale a dire: solo nella misura in cui ogni percezione sarà ridotta, potrà essere accettabile a sé e agli altri. L’angoscia non deve operare come distruzione, la tragedia diventa disubbidiente se non attrae anche gli amanti della vita, il pathos viene dominato, corretto ed esiste e si esprime con una sottrazione costante di volume che porta a un’estensione più che a una cronica profondità.

Tale poetica – soprattutto in Cambio di luci – non si realizza attraverso l’ironia. Questa, parlando adesso in termini generali, toglie parte di un senso comunicante a favore di uno parallelo e più intenso; l’ironia “drammatizza” in quanto non distrae né “allusiona” ma approfondisce; produce un’inconscia esaltazione dell’ego, pur stando ai bordi di ciò che investe. L’ironia, mi sia concesso, è l’anestetico umano più usato dopo la speranza.

Per questo continuo a pensare che la poesia di Maria Lenti, oltre a sfuggire ad ogni facile definizione (nel caso deprecabile che a qualcuno piacesse farlo riguardo a chiunque), si pianti su un’elevata educazione poetica; che la sua emotività – e ce n’è – venga generata da tale educazione di tono civico; che questa emotività abbia degli scambi termodinamici solo suoi e che per fortuna essi disidratino quasi sempre scorie quali soggetto, morte, infelicità, rimozione o quant’altro.

Recensione
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