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Ineffabile, imprevedibile Maria Grazia Lenisa. Stavamo per concludere alcuni appunti sulla sua opera di poetessa e critica, quando ci fa recapitare il volumetto, con dedica ad altri, intitolato, derivando da Mallarmè, Il pomeriggio di una ninfa. E' un'agile "plaquette" con il testo francese a fronte, tradotto dall'italiano da Paul Courget, il quale, insieme con l'autrice, ha guadagnato la medaglia di argento dorato (versione letterale di "vermeil") dell'Accademia Internazionale di Lutèce nel 1983. Il libro è dedicato alla memoria di Ungaretti, che nel 1946 tradusse Il pomeriggio di un fauno di Stèphane Mallarmè, pubblicato nel 1876. Rappresenta l'atto di nascita ufficiale della poesia simbolista. Sembrerebbe che le radici siano scoperte. Ma nel caso di Lenisa non è così.

Occorre procedere con cautela. perchè la poetessa di Udine che vive a Terni non ha rielaborato i versi di Mallarmè. In questo modo non avrebbe compiuto un'opera meritevole e originale. E' stata spinta, invece, da una sua ispirazione personale, anche se ha conferito al poemetto il titolò che somiglia a quello del poeta francese ed ha indicato il seguente sottotitolo: "Mallarmeana fantasia erotica".

Queste premesse andavano fatte, perchè in Lenisa c'è un flusso immaginativo copioso, torrenziale, che talvolta ci fa pensare a Govoni; e un sapiente dosaggio di versi sull'originaria matrice fantastica, che spesso riconduce, come l'autrice sostiene in una nota. alla scissione tra amor fisico e spirituale. Tanto che proprio in apertura, nel secondo ritmo, c'è un richiamo a Pasolini, che scrisse: "Questo fiore è segno | nel mio intimo della caducità | della religiosa caducità | niente altro". Lenisa armoniosamente così compone: "Li voglio, questi fauni, perpetuare. | Il glicine mi scioglie | con l'odore languido | e il viola della solitudine".

E' la celebrazione dell' intuizione pura: così, di queste atmosfere, di queste gradevoli trasfigurazioni è fatta la vera poesia. E l'affabulazione procede con metri liberi, sciolti, come quando s'inalbera nell'evocazione, al pari di Mallarmè, della spiaggia siciliana, definita "calda | del ventre la sabbia | premuta". Si badi che qui non approdiamo nel regno sconfinato del paganesimo, ma in una dimensione, ci serviamo di una nota al testo, "tra sogno e realtà, tra parola e vita, lontano dall'essere un fauno beato".

Poesia che aspira ad un riscatto personale, dunque, ad una palingenesi, ad una pausa del dolore, alla ricerca della felicità: una salvezza, che è "vedere al di là dei mostri sotto il segno dell' armonia, per superare gli orrori della ragione attraverso la scienza dell'amore". E' una poetica originale, con valenze incantate, da cui "nacque casuale | la mia voce pura".

Accomuniamo nel plauso il traduttore Courget, per la sua completa aderenza e immedesimazione agli inusitati slanci lirici della Lenisa.

Recensione
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