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Con la delicatezza ed il pudore. che lo distinguono, Antonio Chiades ha offerto per Natale ai suoi lettori una strenna singolare. Nell'82 col suo ultimo libro Un giornale, una storia aveva dato ottimo saggio della sua capacità di leggere tra le righe di una breve ma significativa esperienza giornalistica trevigiana (Il Monitor) un capitolo di storia locale, fatta di luci e di ombre, di sofferenze quotidiane, di pronunciamenti retorici, di illusioni. Vi emergeva, nella rilettura umanissima, un poco ironica, sempre attenta, del Chiades; una umanità di provincia che vive la sua Storia con più sincerità di quanto non credesse, sotto i veli trasparenti della proiezione giornalistica. Meditando sulle pagine ingiallite, l'autore raccontava, con quel tanto di distacco che permette insieme di godere e di riflettere.

Questa volta il rischio era più grosso. Venuto a contatto con un'ingente numero (centinaia) di cartelle cliniche, conservate in un ospedale psichiatrico «di frontiera» e riguardanti soldati della guerra 1915-18 travolti dalla follìa, si trattava di scegliere quale uso farne. Molte di esse erano corredate di lettere e di testimonianze. Poteva uscirne un saggio che partendo da una approfondita analisi psichiatrica sviluppasse il discorso sulla realtà di quella guerra storica e sulla ideologia della guerra; ne sarebbe uscita un'opera antimilitarista forte e radicale come il grido della follia.

Una denuncia della follia della guerra, costruita col dolore delle «folli» vittime dell'inutile strage. Antonio Chiades non ha scelto quasta strada, che forse è estranea al suo spirito. Ma quelle cartelle lo hanno totalmente coinvolto; attraverso di esse si è trovato davanti a degli uomini, dei vinti dal «dovere» imposto di immettere la loro semplice storia personale (quanto vera ed umana!) in una storia patria da loro non capita e non voluta. Attraverso le registrazioni cliniche e le varie testimonianze conservate, il Chiades ha dato un volto a questi uomini ed ha tentato di rianimare la loro storia, sconquassata dagli scoppi delle granate e dal fischiare delle pallottole, ma originariamente lineare e felice, come prima di un uragano.

Nascono così le venticinque «storie», reali, fondate su documenti, ma narrate come fossero memorie, confidenze di amici. L'autore giustamente confessa il suo atteggiamento mentale di comprensione, la totalità emozionale, le tonalità liricamente intense, anche per non prevaricare l'essenzialissima disponibilità di notizie. Per ogni episodio, due o tre pagine soltanto, per non tradire la nuda forza di un messaggio che l'autore intende consegnare intatto.

Diego è di Napoli, marinaio, ha conosciuto il re: in ospedale parla di lui, senza farsi capire. Francesco, che in ogni medaglia vedeva la Madonna, è di Messina, ed è stato sconvolto nella mente dentro le caverne della Valsugana. Nel baratro mentale è caduto Piero, lombardo, quando la camionetta di soldati era precipitata dalla montagna per il franare della strada; ora insiste per la giusta punizione e domanda il perdono. Pompeo, vicentino, tradito dalla moglie mentre era al fronte, è passato dalla trincea, alla prigione, al manicomio: con l'immagine ossessiva della moglie infedele.

Questi ragazzi, protagonisti di tragiche storie, vengono da tutte le regioni della penisola; sul medesimo fronte, la guerra non li ha fatti italiani, li ha tragicamente immobilizzati nella follia perché perpetuassero gesti e voci che nessun libro di storia vuole raccogliere e che nessun monumento può immortalare.

L'impossibile dialogo, confessato dall'autore, è forse l'aspetto più drammatico di questi racconti, la denuncia più forte della follia della guerra (non solo di quella guerra), denuncia definitiva nel progressivo crescere della consapevolezza e della commozione. All'amico Chiades un plauso, poiché nella narrativa contemporanea, raramente come in quest'ultima sua fatica abbiamo incontrato un impegno lirico così squisito nutrirsi con tanta lucidità e sincerità di impegno civile.

L.C.

Recensione
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