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Sebastiano Schiavon: lo "Strapazzasiori"

Il 9 febbraio 1919 la Difesa annuncia: «In seguito alle più vive insistenze delle nostre organizzazioni e anche per l'intervento della giunta diocesana dell'Azione cattolica, l'on. Sebastiano Schiavon ha accettato di dirigere l'ufficio del lavoro».

Il giovane deputato, che già nel 1913 era stato eletto nelle liste cattoliche promosse dal vescovo Pellizzo e nel 1919 era stato uno dei tre deputati padovani del neonato Partito popolare, sarà uno dei protagonisti dell'impegno sociale in campo agricolo fino alla prematura morte nel 1922 a soli 38 anni. Il programma d'azione è quanto mai vasto: «La rinnovazione dei patti colonici, la difesa delle piccole proprietà, una più equa ripartizione delle finanze in certe località della provincia dove domina un latifondismo irrazionale e dannoso, il collocamento della mano d'opera, lo sviluppo delle cooperative di consumo e di lavoro, la lotta per le bonifiche di terreni tuttora lasciati in preda alle acque: sono questi i quadri di un programma di azione che oggi è imperiosamente reclamato».

In un momento in cui l'Italia deve ancora riprendersi dalle conseguenze della guerra e già inizia a confrontarsi con le agitazioni socialiste, il sindacalismo cattolico ripropone anche in campo agricolo quello stile che già lo aveva contraddistinto nell'appoggio alle rivendicazioni operaie del decennio precedente. Il modello indicato è quello di una progressiva affermazione della piccola proprietà e delle forme cooperative, attraverso il frazionamento dei latifondi invece della collettivizzazione invocata dalle leghe rosse.

L'ostilità degli agrari a ogni proposta di cambiamento, prima di trovare una sponda risolutiva nel partito fascista, si manifesta comunque con virulenza fin dall'immediato dopoguerra, di fronte ai proclami del movimento cattolico e ai progressi che registra nell'organizzazione dei contadini in gran parte del Padovano.

Il primo passo compiuto dall'ufficio del lavoro, in cui Schiavon è affiancato da don Giacomo Gianesini – successore di don Cecconelli nel 1912 alla direzione diocesana delle attività sociali, eletto nel 1919 segretario provinciale del neonato Partito popolare italiano, conferenziere e commentatore politico per la Difesa fino agli anni Cinquanta – è di riunire fittavoli, salariati, bovari e piccoli proprietari in un'unica organizzazione, capace di superare la frammentazione dei contratti e delle condizioni di lavoro per interloquire in maniera unitaria con i grandi proprietari terrieri.

Nel settembre del 1919, al termine di una capillare azione propagandistica, decine e decine di leghe in rappresentanza dell'intera diocesi si incontrano per concordare la linea di azione da tenere dopo la disdetta del patto colonico provinciale da parte del padronato agrario.

Gli obiettivi possono essere riassunti nello slogan "Non rivoluzione ma evoluzione": aumento dei salari, riduzione dell'orario di massima a otto ore, trasformazione (lei contadini in piccoli fittavoli. Come sintetizza sulla Difesa l'ufficio del lavoro il 14 settembre: «Ecco la differenza tra noi e i socialisti. Essi vogliono che le terre siero tutte dello stato e che tutti dipendano da questo, noi invece domandiamo che ogni famiglia abbia il terreno proporzionato alle sue braccia ed ai suoi bisogni. I socialisti domandano alti salari, noi invece domandiamo terreni per lavorare perché sappiamo che a nulla valgono gli alti salari quando manca la produzione e quando i generi sono giunti a prezzi proibitivi come gli attuali».

L'anno successivo i cattolici sfileranno in 20 mila a Padova per chiedere il frazionamento dei latifondi, e raggiungeranno anche un accordo con l'Unione agraria. Il problema, come titola un lungo editoriale del 21 febbraio 1920, va risolto senza spogliazioni né speculazioni, ma «con un processo che valga a creare il maggior numero possibile di piccoli proprietari, traendoli soprattutto dalla classe dei salariati, facendoli diventare proprietari coltivatori diretti, mutandone la funzione e la posizione sociale».

Nelle campagne però la rivalità con i socialisti degenera sempre più spesso in disordini e atti di violenza, mentre nella Bassa si vanno affacciando le prime squadre fasciste. Nel giro di pochi mesi, a cavallo tra 1921 e 1922, verrà così cancellato ogni spazio per un riformismo alieno dalla violenza, come dimostra anche il naufragio delle proposte popolari in parlamento.

Nel luglio del 1922 i deputati cattolici riescono infatti a far approvare alla camera quella che avrebbe potuto essere considerata la prima vera riforma agraria italiana, finanziata con un miliardo di lire. Ma il testo, che doveva essere ancora approvato dal senato prima dell'entrata in vigore, venne subito ritirato dal nuovo governo Mussolini dopo la marcia su Roma.

Ci sarebbero voluti altri 25 anni prima di tornare a discutere di latifondo, diritti dei contadini e riforma agraria in Italia.

T ra le molte iniziative promosse dal movimento cattolico, un posto di assoluto rilievo merita l'impegno profuso nella promozione di cooperative e società di mutuo soccorso, riprendendo quella che era stata la più felice intuizione del cattolicesimo sociale di fine Ottocento.

Già nella seduta fondativa del movimento del 29 febbraio 1908 si contano diciannove assicurazioni del bestiame, cinque cooperative di consumo, quarantré società di mutuo soccorso e una cooperativa di braccianti. Il lavoro dei propagandisti cattolici. Un anno dopo, nello stilare il primo bilancio dell'opera compiuta in diocesi, Sebastiano Schiavon annuncia l'esistenza di settantré società di mutuo soccorso, trentatré assicurazioni del bestiame e diciassette cooperative di consumo e di lavoro.

Oltre a rappresentare la più efficace forma di tutela degli interessi dei piccoli e piccolissimi proprietari, a garantire loro un reddito più alto tramite forme di contrattazione collettiva e a permettere l'approvvigionamento dei beni di prima necessità a prezzi convenienti, le cooperative sono una preziosa forma di partecipazione alla vita sociale, in particolarenelle comunità più piccole e periferiche.

All'inizio degli anni Venti, saranno proprio le cooperative a scrivere una pagina importante nella rinascita della Valdastico e dell'altopiano di Asiago, profondamente provati dalla guerra di trincea e dalle devastazioni provocate dai bombardamenti che avevano costretto all'esodo le popolazioni di interi paesi. Nell'agosto del 1919, in una bella corrispondenza "tra i paesi che furono", il settimanale diocesano racconta la nascita di dodici cooperative di lavoro e dieci cooperative di consumo. Il genio militare affida loro importanti lavori di ricostruzione delle strade, dei ponti e delle abitazioni, oltre al recupero e al trasporto del legname.

«Per farsi un'idea delle difficoltà, basti pensare che si trattava di dover organizzare operai tutti profughi e sbandati qua e là, che le strade erano impraticabili, e che bisognava trasportare lassù non solo gli operai ma anche tutti i viveri e creare ex novo l'alloggio, essendo le case ridotte tutte a un cumulo di macerie e di polvere. Eppure tutto si è vinto, tutto si è superato».

Prima ancora del ritorno delle popolazioni, in tutti i comuni dell'Altopiano e a San Pietro Valdastico sono le cooperative cattoliche a ripristinare le condizioni minime di vita e a permettere il trasporto in montagna dei beni di prima necessità, con un'opera meritoria anche perché chiude la strada al mercato nero e alle speculazioni di equivoci intermediari.

Anche il movimento cooperativo, tuttavia, al pari delle potenti unioni del lavoro cattoliche, non resisterà che pochi anni alle mutate condizioni politiche e sociali. Nell'aprile del 1923, la Difesa lancia un preciso grido d'allarme: una a una le cooperative chiudono, «rose dal tarlo di una cattiva amministrazione, disfatte dalle incomposte discordie interne, travolte dalla concorrenza dell'esercente privato, assorbite, inghiottite dalla speculazione!».

Le grandi speranze di riscatto e miglioramento sociale che avevano alimentato, si affievoliscono per poi spegnersi inesorabilmente. Bisognerà attendere altri vent'anni perché la cooperazione torni a occupare un ruolo di rilievo nell'economia italiana.

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