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Suor Bertilla, una vita per gli altri

«Non chiedeva nulla. Si limitava a sorridere, con quella mestizia dolce che era diventata una sua caratteristica abituale. Tutti sapevano che suor Bertilla stava morendo. Anche chi passava nel cortile sottostante. faceva attenzione a non calpestare la ghiaia, temendo di disturbare l'assopimento di quella giovane donna senza età».

Inizia così un recente. prezioso racconto che Antonio Chiades. giornalista e scrittore trevigiano. già autore di una biografia della Santa (Suor Bertilla. Il carisma di una Santa nella quotidianità, Morcelliana, Brescia 1988), ha recentemente dedicato alla bellissima figura di santa Bertilla Boscardin, delle Suore Maestre di S. Dorotea, Figlie dei Sacri Cuori. nata vicino Vicenza il 6 ottobre 1888, entrata nella vita religiosa nel 1905. a diciassette anni, e dedicatasi per gran parte della sua breve esistenza, chiusa a Treviso il 20 ottobre 1922, al servizio di infermiera. E già da queste poche frasi è possibile cogliere il pathos e la partecipazione con cui l'autore narra un evento che, evidentemente, non è per lui fredda cronaca distaccata.

E' la stessa intensità che hanno percepito, venerdì scorso 22 giugno, le numerose persone presenti, nella Sala Toniolo del Seminano di Fiesole, all'incontro promosso dal Centro Culturale Cattolico di Fiesole e dedicato a santa Bertilla: relatore, appunto. il dottor Antonio Chiades, che ha premesso allo svolgimento della conferenza – un'ampia e vivace ricostruzione della vicenda storica e umana di suor Bertilla – una singolare testimonianza del suo incontro con questa Santa solo in apparenza piccola e modesta. Un incontro che voleva anche rendere omaggio, in un certo modo, all'umile e tuttavia fecondissima presenza che le Suore Maestre di S. Dorotea prestano nel nostro Seminario diocesano da più di ottanta anni e che continua ancora oggi con una singolare testimonianza di vita interiore e di umanissima dedizione.

E in effetti, è proprio di un incontro che si tratta quando ci si accosta ai santi. O meglio, solo attraverso l'esperienza di questo incontro, che non è altro che una scoperta più immediata e diretta della profondità di una testimonianza cristiana che ci viene comunicata – magari in un momento di particolare sofferenza o smarrimento interiore – la santità può continuare a svolgere nella Chiesa e nel mondo la missione cui è chiamata. quella, appunto, di accompagnare e sostenere la nostra vita di fede.

Ma dove si nasconde il segreto di quest'anima così umile e così tuttavia eloquente. che Giovanni XXIII ha canonizzato l' l11 maggio 1961? Chiades ricorda le parole con cui suor Bertilla chiuse la sua vita terrena. rivolte alla sua Madre Generale che fece appena in tempo a visitarla nella stanzetta dell'ospedale: «Dica alle suore che lavorino solo per il Signore, che tutto è niente, tutto è niente!». Un'espressione che indica bene la radicalità con cui Bertilla ha abbracciato la sua esistenza e che rimanda chiaramente al Signore cui ha consegnato tutta la sua vita. Suor Bertilla ha risposto con generosità e pienezza all'amore di Dio rivelato in Gesù Crocifisso: una risposta non teorica o artificiosa, ma fondata sulla sua radicale povertà. E il senso di quel tutto è niente che potrebbe apparire solo una forma di incoraggiamento, e invece è la rivelazione del primato della grazia di Dio in lei, e tanto ricorda l'esclamazione «tutto è grazia» con cui si chiudeva, pochi anni prima di quella di Bertilla, la vita di santa Teresa di Lisieux.

Nei suoi anni di formazione religiosa, più volte suor Bertilla si rivolgeva alla sua Superiora dichiarando di non essere capace di nulla: «m'insegni come debbo fare: voglio farmi santa». Pochi anni dopo, però. sembra aver già trovato la risposta.ai suoi interrogativi. in una sintesi che sorprende per profondità. semplicità ed efficacia concreta: «Gesù per modello. Iddio per fine. Maria per aiuto. Io per sacrificio». scrive infatti nel suo diario nel 1914. Un impianto teologico cui non si può eccepire niente: il miracolo è che suor Bertilla vi è rimasta fedele fino all'ultimo, e a partire da quella sua limpida povertà che ha un solo e unico vanto: quello, appunto, della fedeltà all'amore di Dio rivelato in Gesù. «Tutto è compiuto – scrive ancora –, ha detto Gesù mio Sposo ed io per assomigliargli più da vicino mi sono legata a Lui con i santi Voti e tanto, tante volte ho giurato che voglio essere tutta sua senza nessuna riserva».

Grazie, dunque ad Antonio Chiades e all'intensità delle sue parole, che ci restituiscono, in un certo senso, la verità e la profondità di un'esperienza di Dio che ci sostiene proprio perché mostra, ancora una volta, che Dio non schiaccia mai l'uomo, ma lo invita a una comunione liberante e consolante con lui.

A.A.

Recensione
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