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Il ponderoso volume «I giorni dell'anima», che si articola in cinque sillogi e racchiude tutta la produzione in versi di V. Rossi, dal 1960 al 1995, rappresenta per l'autore molisano il frutto più cospicuo della sua attività di poeta, «la summa», in cui si compendia tutto il suo mondo interiore, il punto d'approdo, nella progressione dalla prima all'ultima raccolta, della sua evoluzione spirituale ed artistica.

Figlio autentico di quella terra aspra e forte, il Molise, cantata da F. Jovine nelle «Terre del Sacramento», dove ha rappresentato, in termini realistici, la drammatica situazione delle popolazioni meridionali caratterizzata dal sottosviluppo, dall'arretratezza, dalla disoccupazione, e la vita grama e disagevole dei contadini asserviti ai padroni ed anelanti, attraverso la presa di coscienza sociale, al progresso civile, morale, economico, V. Rossi, scrittore eclettico, saggista insigne, critico acuto, interprete fine e delicato di Platone-poeta, in quest'«opera omnia» dà la misura esatta del suo talento; infatti, frugando nelle pieghe più intime dell'animo, dove si annidano le molle dell'agire stesso, e facendo ricorso alla memoria «che non fallisce», affida ai suoi versi i pensieri più segreti, sensazioni, immagini di un passato che, in apparenza, sembra sepolto, appunto, nella memoria e che, invece, ritorna prepotente, vivido e suggestivo alla sua mente lucida e precisa.

Convinto che la poesia non consiste affatto in un complesso di figure retoriche e meccanismi tecnici, ma è proiezione all'esterno degli «intimi moti», creazione — non per niente il termine «poesia» deriva etimologicamente dal greso Poiests che significa creazione —, che va fruita e gustata nella sua pienezza, e che, illuminando le coscienze, diviene veicolo di educazione, assolvendo una funzione paideica, V. Rossi ritiene, a mio avviso giustamente, che il poeta non deve cantare in falsetto, ma deve far sentire la sua voce ed esprimere con immediatezza le sue pulsioni, le sensazioni, le emozioni.

Sulla scorta di tali presupposti, V. Rossi parla in termini lirici, e per lo più, quasi sempre sul filo della memoria, di se stesso, degli affetti familiari, del paesaggio, della sua gente, non tralasciando, però, qualche riferimento ad aspetti e problemi della vita contemporanea — ad es. egli rifiuta il topos, il luogo comune di un Sud pittoresco e solare, meta di turisti provenienti da ogni parte del mondo, di una zona, dove allignano ed imperano solo delinquenza e malcostume, anzi mette in evidenza la laboriosità, l'intelligenza, lo spirito di adattamento delle masse meridionali, trascurate per secoli da quelli che detenevano il potere e desiderose di un pronto riscatto.

È il suo un mondo variegato sì, ma presente in maniera compatta nella sua mente, un mondo evocato in virtù del potere magico della poesia, capace di suscitare ricordi, emozioni, associazioni mentali, è un affresco di vita, in cui si rispecchiano i palpiti, i fremiti, le voci della gente molisana.

Invero, il ricordo sempre vivo del tempo passato, della terra natia con i paesi abbarbicati sui cocuzzoli dei colli, con i monti svettanti, con i fiumi scorrenti, con le «morge», — attestazione emblematica dell'attaccamento, della fedeltà assoluta da parte dell'autore alle proprie radici, — la rievocazione di episodi semplici di vita paesana, l'appartenenza sentimentale e culturale a quei luoghi che l'hanno visto crescere e maturare le prime esperienze umane costituiscono per V. Rossi l'occasione per riscoprire i valori veri di laboriosità e di fierezza propria della sua gente e per affermare la propria identità morale, quell'autenticità che sta alla base della creazione poetica. In sostanza, senza alcuna retorica, ma con semplicità e naturalezza, V. Rossi riesce a riprodurre nei suoi versi un mondo ormai scomparso, di un'Italia contadina che, col trascorrere del tempo, ha mutato costume e modo di vivere.

Prescindendo da alcuni specifici aspetti della tematica rossiana, che saranno presi in esame nell'analisi delle singole sillogi, i motivi dominanti della poesia di V. Rossi sono il paesaggio, la natura, l'amore, gli affetti familiari, la nostalgia della terra natia, l'infanzia, l'adolescenza; questi, intersecandosi ed intrecciandosi spesso dietro immagini intensamente liriche fatte di uno scorcio limpido, di squarci paesaggistici — il cielo, il monte, il fiume, gli alberi —, di tocchi coloristici, di descrizioni suggestive di aspetti della realtà, che va al di là della semplice apparenza, di ispirazioni che nascono dal ricordo di un incontro, assumono una veste simbolica ed entrano a far parte di un mondo magico, irreale, atemporale.

Il paesaggio, prevalentemente quello del Molise con le Mainardi e il Cimerone tanto cari al poeta, pur nella sua diversificazione, nella sua mutevolezza, a seconda delle stagioni e delle ore del giorno, assolve un ruolo essenziale nel contesto della poesia rossiana — fa da sfondo a quasi tutte le liriche — e con la sua presenza costante ispira pace e serenità; esso non viene descritto in maniera distaccata, come potrebbe avvenire da parte di uno spettatore neutrale, interessato solo alla sua intrinseca bellezza, ma serve a determinare e sottolineare lo stato d'animo dell'autore ed è sempre rappresentato con una forza di suggestione potentissima, con pennellate incisive. Le albe, il sole che con i suoi raggi riscalda la natura anelante, i meriggi, i crepuscoli, i tramonti, le notti con quello scintillio di stelle e la luna, che illuminano le tenebre, sono ricreati con tonalità ed immagini solenni, così com'è descritta con immagini solenni la campagna che, al canto degli uccelli, alle voci delle campane, delle fontane, allo scorrere del fiume, sembra riscuotersi dal suo torpore e risvegliarsi a nuova vita.

L'amore è anch'esso una componente fondamentale della poesia di V. Rossi; esso è vissuto come un sentimento ora casto e delicato, ora intenso ed ardente, è una forza rigenerante, che dona energia e calore all'anima e fa sì che la vita sia vista sotto una luce migliore, in una prospettiva foriera di appagamenti interiori. L'amore non è inteso solo come slancio ardente dell'anima, come eros, o passione, che avvince i sensi e provoca sublimi, eteree sensazioni, ma anche come trasporto affettuoso verso ogni aspetto della vita, della natura, verso gli animali, verso le piante, verso ogni manifestazione del creato, come si evince dalle numerose liriche, dove un ruolo importante rivestono le creature della fauna e, direi, della flora.

Gli affetti familiari, il sentimento di gratitudine verso il padre, di cui evidenzia il lavoro continuo ed estenuante, il buon senso, la rettitudine morale, la dignità comportamentale, e di amore verso la madre, creatura dolcissima e nobile, di una nobiltà che non è quella di stirpe, ma, alla stessa stregua di quella dantesca, di azioni, che vive in funzione della famiglia, conformemente all'educazione ricevuta e alle tradizioni ancestrali della propria terra, l'apprezzamento per i valori morali e religiosi, che i genitori gli hanno trasmesso, il ritorno alla sua terra, dopo un periodo trascorso «da esule» in posti lontani per motivi di lavoro, sono altri elementi caratterizzanti della poesia di V. Rossi, che inserendosi nello stesso filone dell'amore, costituiscono la sorgente prima, la radice profonda dell'ispirazione.

In conclusione, la poesia dell'autore molisano, fatta di cose quotidiane e comuni — senza andare troppo lontano nel tempo e «scomodare» Esiodo, Teocrito, Lucrezio, Virgilio e quanti hanno cantato il mondo della natura — risente, a mio avviso, dell'eco delle «Miricae» pascoliane. Tale poesia, da cui traspare un caldo amore per la vita, una schietta tensione morale, una sentita compartecipazione alle vicende umane, nonché un'apprezzabile disponibilità al dialogo col prossimo, si connota spesso di un'atmosfera struggente, per non dire patetica, con immagini toccanti, impressioni fuggevoli sì, ma puntuali e precise, e sintetizza la visione del poeta, che non può fare a meno di esprimere una sorta di rimpianto per l'inesorabile scorrere del tempo e di preoccupazioni per l'avvenire che prevede meno roseo del presente, a causa del deterioramento del genere umano.

Per quanto concerne la parola poetica, che, in virtù della sua semplicità, crea spazi emotivi straordinari, V. Rossi non cede mai alla tentazione di un'eccessiva astrattezza, anzi il suo linguaggio, caratterizzato da immagini accostate, da aggettivazione elegante, senza però essere ricercata, da una musicalità del verso, è legato a moduli espressivi semplici, facilmente comprensibile, ricco di richiami culturali, riconducibile alla nostra grande tradizione classica.

V. Rossi, pur essendo un personaggio di rilievo nel panorama della letteratura italiana del secondo Novecento, tuttavia non appartiene a nessuna scuola specifica, non è ascrivibile a nessuna corrente letteraria; avverte in sé il palpito possente della poesia, sente in sé la vocazione di poeta e, sorretto da una salda coscienza morale, che gli deriva dall'educazione familiare e dall'appartenenza ad una regione aspra sì, ma fiera e generosa, è un maestro di vita, un modello da seguire per la sua estrema sensibilità, per la sua fede costante nei valori eterni dell'umanità, per il suo messaggio di amore e di speranza.

Passando all'analisi della sua «opera omnia» — «I giorni dell'anima» —, che abbraccia un arco di tempo molto ampio, dal 1960 al 1995, di circa 35 anni, c'è da dire, in linea preliminare, che il volume, nonostante qualche dissonanza tra la prima silloge «In cantiere» e l'ultima «Tempo e parola», a mio avviso, facilmente giustificabile, dato l'enorme lasso di tempo intercorso tra la pubblicazione delle due raccolte, presenta, nel contesto dell'evoluzione spirituale ed artistica di V. Rossi, la stessa unità di tono e d'ispirazione, non solo sul piano degli affetti, dei sentimenti, della creazione poetica, ma anche sul piano della forma espressiva, che, se dapprima è ancora un po' acerba, diventa poi sempre più matura e robusta.

Nella prima silloge «In cantiere», che costituisce l'esordio letterario dell'autore e contiene in «nuce» i grandi tempi dell'ispirazione rossiana, si individuano nell'amore per la sua terra e nella visione cosmica gli aspetti primari, i punti fermi della sua poesia.

Il poeta dotato di un'acuta sensibilità, nonché di una profonda cultura classica, da un lato riporta in una dimensione attualissima la grande tradizione bucolica, che, però, non si risolve tanto nella descrizione pura e semplice di paesaggi o di episodi di vita campestre, quanto in un richiamo viscerale, ancestrale, ad un mondo contemplato con simpatia sì, ma anche con la consapevolezza di chi, nato e cresciuto in quelle contrade, ne conosce la storia dolorosa, dall'altro avverte l'infelicità della sua condizione di uomo tormentato dal tarlo roditore del pensiero, per cui prova l'ansia irresistibile di evadere e di librarsi verso gli spazi inesplorati dell'infinito, alla ricerca di beni supremi, che diano un significato alla vita: l'amore, la speranza, la solidarietà. Il Molise è presente nei suoi versi con i suoi monti — le Mainardi e il Cimerone —, con i suoi fiumi — il Volturno, il Biferno, il Fortore —, con i suoi borghi, con i suoi paesaggi, con la sua gente, legata alle tradizioni, ai riti ancestrali, atavici, trasmessi di generazione in generazione; è la terra, alla quale V. Rossi anela tornare per rivivere nostalgicamente l'età dell'infanzia e dell'adolescenza, fatte di fervide illusioni e di attività piene di slancio, per riscoprire il profumo dei fiori, degli alberi, della natura nel vario alternarsi delle stagioni, per richiamare alla mente i primi palpiti del cuore, i primi sussulti, le prime emozioni sentimentali. (Umile canto d'amore, Conosci quei boschi, Ginepri dei miei colli, Ritorno).

Di queste liriche la prima, delicatissima, si segnala per una serie di immagini intense e suggestive: si sente il respiro della natura nelle giovani foglie dei cespugli, brucate dalla capra, si evoca il bue che diffonde per il piano il suo richiamo, si sottolinea il lavoro tenace e spossante dei contadini, tesi a ricavare dalla terra il loro sostentamento, diventa elegia, motivo di struggente tenerezza il pensiero accorato e costante delle madri, rivolto ai figli che lavorano lontano nelle miniere in terra straniera. Il canto che ha un avvio malinconico a poco a poco si addolcisce e la tristezza si purifica attraverso la sensibilità del poeta, che «invoca un'ora di pace | nella profonda luce del meriggio». Spira nella prima raccolta anche un'intensa, gagliarda ispirazione cosmica, che si traduce in un abbraccio universale tra cielo e terra, per cui l'uomo perde ogni sua essenza corporea e diventa parte integrante dell'universo, un essere «confuso e senza nome», un'eco nel vasto e perenne ciclo di trasformazione, dove, smaterializzandosi, si annulla completamente. (L'urlo veloce della vita).

Non mancano anche altri temi: gli affetti familiari con la rappresentazione del padre, visto come «un'anima che fiamma nella vita», soldato sul Carso a difendere i confini della patria, lavoratore instancabile della terra tra le zolle, il trifoglio e gli alberi, trasmettitore di ideali puri ed incorrotti (Come un seme caduto dell'onore); la nostalgia della terra molisana, dove porterà come segno della sua permanenza a Napoli «un aspro sasso del Vesuvio» (Napoli); il desiderio di vivere e di amare anche «nelle gelide nebbie dell'inverno» accanto al focolare insieme con la sua donna (Non altro invoco), il progresso presentato non come simbolo di evoluzione, ma come apportatore di sventure per l'umanità intera (All'uomo dell'atomo).

Nella seconda silloge, dal titolo della prima lirica «Dove i monti ascoltano», pubblicata nel 1973, tredici anni dopo la prima, sono ripresi prevalentemente i temi della raccolta precedente: il regionalismo e la visione cosmica.

In essa si individua la poesia più genuina ed autentica quando il poeta confessa la sua grande commozione di fronte agli spettacoli della natura, che nei suoi molteplici aspetti gli ispirano i versi più intimi, sia quando egli si abbandona al ritmo estatico dello spirito, al palpito ardente del cuore, che, innestandosi e confondendosi nel respiro dell'universo, in una ideale simbiosi tra mondo ed «io», fa sì che l'animo si libri verso spazi sconfinati e sogni l'infinito. Nella raccolta compaiono altri temi che fanno parte del patrimonio culturale e dell'ispirazione rossiana: il sentimento d'amore per la sua donna (Verdi tappeti), ove c'è «il richiamo alla casa che la vide bambina» — (La prigioniera), dove, a mio avviso, si avverte un'eco foscoliana nei versi «Quando più non vedrò l'occhio di rondine | della mia bella prigioniera | e non mi volerà intorno | la nube dei suoi capelli corvini, né sentirò lo scatto di gazzella | ... chi potrà darmi pace?» — (La danza), dove l'amore vive nel rimpianto del ricordo — (La rossa lampada), dove all'autore la bellezza assurge a simbolo di immortalità —; il dramma dell'uomo smarrito e chiuso nella propria solitudine esistenziale, deluso nelle sue speranze — (La rocca del silenzio), dove «vengono sottolineate la calma che nasce dal travaglio e la misura degli stupori», come acutamente osserva G. Porto; la nostalgia per la terra natia («Verdi colline»), dove è evidenziato il contrasto tra la vita tumultuosa, asettica, priva di affetti della città e quella serena, tranquilla del paese, — «Più non odo il fiume», dove il ricordo si fa struggente per il rimpianto di beni perduti —; il paesaggio, che vive in un alone magico e sacrale («Verdi colline»), viene rappresentato altrove nella varietà dei suoi aspetti, sia che si tratti di una serena notte d'estate, che anticipa «l'invadente autunno» (La tua voce s'affioca), sia di una giornata tempestosa (Tempesta), con la descrizione di una bufera che trascina tutto nel suo impeto, non lasciando «nulla alla cagna nel canale»; la disumanità verso tutti gli esseri viventi, uomini ed animali, («Uomo di calcoli e di strepiti»), dove viene stigmatizzata l'esistenza arida dell'uomo, che vive la sua vita secondo calcoli precisi, i quali escludono ogni partecipazione del cuore, — («La cagna»), dove attraverso il simbolismo — nella cagna sarebbero adombrati i contadini molisani, costretti a subire e a vivere stentatamente — viene evidenziata l'insensibilità umana con la rappresentazione dell'animale scacciato a pedate e costretto a rifugiarsi nella tana delle volpi; la pietà per i morti in guerra, sepolti a Cassino («Sulla tua patria lontana»), con l'immagine della bionda donna che depone un ciuffo di viole sulla tomba dí un soldato polacco oppure per i nomadi costretti a condurre una vita raminga, malvisti e sfuggiti da tutti, «carovana di canto | all'ombra delle stelle» (Zingare).

Nella terza silloge «Verdi terre», che prende il nome dal titolo della seconda lirica, si avverte, come giustamente osserva Ferruccio Ulivi nella sua dotta prefazione, «l'eco di un mondo storico, non di un'assurda Arcadia, un tono, un timbro di virginea meraviglia...». I temi d'ispirazione sono gli stessi delle sillogi precedenti — qui, però, l'aspetto regionalistico prevale su quello cosmico, a differenza di quanto avverrà nella raccolta successiva —; V. Rossi, però, ha raggiunto un equilibrio, una maturità maggiore, per cui ancora di più, a differenza di altri, rifugge dall'intellettualismo, dal cerebralismo e si abbandona alla musicalità delle immagini, ai motivi semplici, che la sua vena di artista gli suggerisce. Il suo è il consueto mondo dei sentimenti semplici e schietti, visto attraverso il prisma miracoloso dell'arte, che rende suggestivo anche ciò che può sembrare a prima vista ovvio e banale agli altri, è la sua una poesia che è traduzione del vissuto e che, ricca di delicate sfumature, ci svela in maniera ancora più evidente il sostrato emotivo, il volto segreto, l'animo di V. Rossi non freddo e irrazionale, ma pieno di amore per tutto ciò che lo circonda.

Pertanto, sulla base di moduli espressivi, dove la delicatezza dei sentimenti si fonde con la musicalità del verso, il poeta canta con immediatezza e con spontaneità d'accenti le dolcezze dell'amore, i propositi di una vita sana in un ambiente incontaminato, i valori perenni dell'esistenza in contrasto con quelli effimeri dell'era consumistica, il dramma delle popolazioni meridionali emarginate e condannate ad una vita grama e stentata.

Nelle liriche, il sentimento dell'autore che circola spontaneo ed aperto, anche quando sembra piuttosto frenato e imbrigliato dall'osservazione e dalla riflessione, è sempre arioso; talora può essere amaro, ma mai disperato, anche quando lamenta la triste situazione della sua gente, alla quale va la sua commossa solidarietà. Di conseguenza il tono malinconico e la rispondenza del linguaggio, trattato con consumata perizia, conferiscono alle immagini che ne derivano un fascino di notevole rilievo, un aspetto di suggestiva potenza, una risonanza di estremo vigore.

Come ho detto all'inizio, i temi ricorrenti sono gli stessi: — la nostalgia della propria terra («Voglio tornare», dove si avverte struggente il desiderio del «Nostos», di abbandonare le città caotiche ed avvolte dallo smog, i fiumi avvelenati e tornare «ai fiumi d'acqua chiara, lungo i sentieri odorosi ldi spighe e di vigneti, e ribere il vino gorgogliante dalla fiasca di creta» — «Verdi terre», dove vibrante è l'esortazione a lasciare il «mondo di petrolio» e a tornare «contadino all'erba medica, al fiato del bue e dell'agnello», alle proprie radici — «Lungo il Volturno», dove la memoria gli riporta «l'ombra dei saliceti... la cavalla che invecchiò nella stalla... e soprattutto le morte voci») — il dramma di coloro che sono stati costretti ad abbandonare le loro terre per trasferirsi altrove in cerca di lavoro — «Il Sud non chiede più nulla», dove alla commossa partecipazione del poeta si associa l'invito a chi è lontano per lavoro a ritornare nella terra dei padri, alle loro origini, e a non subire più l'oltraggio, l'umiliazione degli altri, in quanto «il Sud non ha più bisogno di bestemmie, né d'insulti e nordiche illusioni»; — «Un canto per il Sud», dove è evidenziato tra l'altro il contrasto tra il «pallido Nord senza sole né stelle» e il Meridione «dal cielo di fiammante azzurro e dalle donne da cui promana un aroma che avvolge il cuore»; — «La prima e la seconda sinfonia per il Sud», dove degne di ammirazione sono le aperture paesistiche con la rappresentazione di uno scenario fantastico, di cui sono partecipi tutti gli elementi della natura (animale e vegetale). Gli affetti più cari, che si affacciano sempre al suo cuore, suscitando dolci ricordi («Teneri profili», dove, attraverso la delineazione di una figura femminile, si sente, a mio avviso, l'influsso di Archiloco; — «Maddalena», dove con delicatezza di espressione si nota il rimpianto di un amore lontano nel tempo, ma sempre vivo e presente nella memoria; — «Il tuo sorriso di primula», dove è rievocato un incontro lontano con la donna che si offre all'abbraccio e ai baci col suo sorriso di primula) — il paesaggio, delineato con sguardo rapido che coglie l'essenza delle cose»; «Come un testardo inganno», in cui con pochi tocchi viene descritto un paesaggio visto nei suoi elementi essenziali — nebbia, sole, fiume, colombe, alberi —; «Settembre», mese visto in alcune delle sue caratteristiche fondamentali, come trapasso dall'estate all'autunno, con i funghi che incominciano a spuntare, con il giallo che cresce nell'erba, con la foglia che trema sull'albero; «La quercia», che nel titolo e nel contenuto richiama la poesia del Pascoli, descritta «con le verdi braccia» protese a terra, fa sì che il colle, su cui si ergeva maestosa, privo del suo stormire, «sia avvolto di nero velluto»; — «Il vicolo», in cui è descritto un particolare del paese, dove il poeta è tornato, con alcune figure da lui incontrate — un uomo di pensiero, un vecchio prete, una mondana, e con alcuni elementi naturali — il tuono, il lampo —; «Inverno», rappresentato in un'atmosfera triste, — dove con immagini di stampo impressionistico vengono delineate alcuni aspetti della stagione invernale — «il fiume che scorre muto senza rive | lente voci di cani | ai piedi delle Mainardi due merli in cerca di rifugio»; il progresso, che rende l'uomo insensibile e gli fa perdere di vista i valori essenziali dell'esistenza («Non uccidere la chiocciola», dove si riscontra la condanna dell'uomo che con le sue scoperte non solo ha distrutto se stesso, ma anche la natura e le sue creature — chiocciola, rospo, viola; — i genitori che gli hanno inculcato sani principi morali («Presso il Sassotondo», dove vivo balza il ricordo della madre morta, di cui evidenzia «il battito del cuore, il volto e le pupille pensose», alla quale chiede una risposta al suo interrogativo sul perché dell'esistenza; — («Non silenzi», dove è ricordato il padre per il quale chiede «non crisantemi, ma la calda voce, il ricordo di cavalli e buoi, l'odore del pane, il fiore della lupinella)»; — la morte, il riposo eterno («Altre mani», dove è rievocato il rintocco funebre delle campane che accompagnano all'estremo riposo il campanaro); lo scorrere inesorabile del tempo («Fuggono i giorni», dove V. Rossi ricorda il momento in cui scendeva in giardino e staccava dall'albero la mela più rossa); — l'elemento cosmico che ha risonanze infinite («Il mondo ricomincia», dove, attraverso le immagini della «stella che scoppia sulla testa, la frustata e l'immobilità della mente» si avverte la consapevolezza che l'uomo è un granello di sabbia nell'ampio mare dell'essere) — il rimpianto («La serenata», in cui viene rievocata con espressioni toccanti la serenata che soleva rivolgere alla sua donna).

A conclusione della raccolta, V. Rossi presenta dodici epitaffi, che non sono fredde esercitazioni letterarie, ma componimenti che, attraverso un difficile gioco di assonanze, di allusioni, denotano la capacità di cogliere, con rapidi tocchi, aspetti caratteristici ed attività di chi è sepolto. A prescindere da qualcuno che, a mio avviso, risente di modelli greci (Callimaco), significativo per conoscere la poetica rossiana è il dodicesimo, in cui l'autore espone la concezione della sua poesia intesa come momento aurorale dello spirito, concezione che non è quella dei sofisti, cerebrali ed intellettualistici, che sono freddi e razionali, ma quella di chi fa leva sul sentimento che sgorga dall'animo, per esprimere le sue pulsioni.

Nella quarta silloge, «Il grido della terra», pubblicata nel 1987, V. Rossi ancora una volta si ispira, con espressioni commosse e vibranti, alla natura, che descrive con stupa:e sorgivo, sempre rinnovantesi, proprio di un'anima poetica, che scopre ogni giorno di più le bellezze del creato.

Questo ritorno alla natura, alla sanità della terra è il rimedio che egli prospetta in seguito allo spettacolo desolante che si presenta ai suoi occhi e che lo induce a riflettere sull'esistenza, sulla mancanza di ideali, sull'anelito dell'uomo a conseguire il benessere, anche a danno dei suoi «fratelli»: la società è in declino per il dilagare del consumismo, la religione della famiglia viene messa in discussione per l'ansia di libertà che, come una droga, pervade tutti, le tradizioni avite vanno tramontando per far posto a nuovi valori effimeri — benessere materiale, lusso, confort —, la terra è minacciata dall'inquinamento, dal degrado ecologico; è uno spettacolo desolante, al quale occorre porre un argine.

Secondo V. Rossi, la poesia può avere questa funzione salvifica, può, attraverso il suo messaggio di salvezza, far riacquistare all'uomo la sua identità, fargli riscoprire la sua dimensione di essere umano, «fratello» tra «fratelli» in una comunione e consonanza quasi francescana, e placare nella serenità della natura le lacerazioni prodotte dalla società, su cui incombe lo spettro della distruzione totale, minacciata dalle armi atomiche.

Col ritorno al paesaggio della mitica innocenza dell'infanzia, ad una vita semplice e serena, ad una corrispondenza di affetti veri, ormai sconosciuta a quanti preferiscono la vita ambiziosa ed ipocrita delle grandi metropoli si possono recuperare quei valori, tanto più bramati, quanto più sono smarriti, tra i quali soprattutto lo spirito di fratellanza.

Il poeta, quindi, con squisita sensibilità e con immensa gioia, traduce tutto il suo mondo di affetti nel miracolo della parola estrema, colta nella sua purezza, nella sua verginità; di conseguenza, gli elementi realistici sono trasfigurati dalla magia del linguaggio poetico, così come nella pittura impressionistica il disegno e i contorni sfumano e scompaiono nei valori cromatici. La sua sensibilità, in effetti, è qui espressa in una temperie stilistica, in cui si fondono armonicamente l'equilibrio classico e la musicalità moderna, per cui chi legge è affascinato dalle parole e conserva nello spirito un'impressione di profonda dolcezza, un'arcana serenità «che intender non si può se non si prova». Altro importante tema è il dilatarsi del senso del mistero in ampie visioni cosmiche; l'uomo, per la disumanizzazione originata dal progresso, è chiuso sempre più nella propria solitudine, non riesce a comunicare con gli altri in questo mondo privo di ideali, è un alienato, per cui la sua esistenza precipita negli spazi sterminati e muti del cosmo. La poesia, quindi, è ascesi e partecipazione dell'uomo al ciclo perenne della vita.

L'opera, che si articola in quattro sezioni — «L'altalena dei giorni», «I giardini di Venere», «All'uomo dell'atomo», «Erbe, boschi e montagne» —, accoglie anche dieci traduzioni dal greco (Mimnermo e Saffo), dal latino (Catullo ed Orazio), dall'inglese (Shakespeare), dal francese (Baudelaire), (Bécquer e Marìn) dallo spagnolo

Nelle traduzioni, dove l'autore si avvale di mezzi tecnici abilissimi di versificazione, di analogie, di trasposizione, indizio di un mestiere consumato e del possesso di una chiara forma, V. Rossi, che spazia nel campo delle varie letterature, dà un saggio della sua cultura ampia e profonda, nonché della capacità di interpretare in maniera originale, agile e moderna i testi classici.

Delle quattro sezioni, dato l'ampio numero delle liriche, mi piace segnalare quelle che più mi hanno colpito e che, tra l'altro, danno per lo più il titolo ad esse. La prima di esse «L'altalena dei giorni», che indica lo scorrere lento, ma inesorabile del tempo, scandito da vicende alterne, ora tristi, ora liete, espressione dell'imprevedibilità e precarietà dell'esistenza, contiene liriche toccanti, dove sono affermati alcuni concetti-chiave della poesia di V. Rossi.

In «Solo se mi leggi», che è una sorta di confessione spirituale, il poeta afferma con amarezza che, quando si trova a contatto con la gente, manca di quella spontaneità, che, invece, recupera, quando è solo nel suo studio, dove «indossa i panni curiali», per usare una espressione del Machiavelli nella lettera a Francesco Vettori.

Nella lirica «L'altalena dei giorni», molto profonda e di ardua interpretazione, E. Panetta nella sua tesi di laurea sull'opera di V. Rossi sostiene che «attraverso la rapida evocazione in relazione al tempo terrestre/psicologico proiettato nell'altra dimensione temporale, quella che sfugge ad .ogni umana ,misura, al tempo immobile..., si possono 4ntuire le ;profonde ed alte sensazioni vissute dallo spirito dell'autore». Significative sono anche le liriche «Alla bellezza» e «Tempo e pioggia», l'una per i vari aspetti in cui si può individuare la bellezza (donne dal sorriso ineffabile, ali di uccelli battenti, schiuma di mare, visi di fanciulli, erba rugiadosa), l'altra per l'ansia, anche se senza risultati concreti, che prende il poeta, purificato dalla pioggia, di «scavalcare le barriere della nebbia».

La seconda sezione «I giardini di Venere», che si ispira alla dea della bellezza e dell'amore, «l'alma Venus» lucreziana, è un susseguirsi di liriche che hanno come elemento caratterizzante questo sentimento universale, intramontabile ed eterno.

Pregevoli sono le liriche «I giardini di Venere», in cui si fondono insieme il tempo, visto attraverso lo scorrere delle quattro stagioni, e l'amore-passione che si va continuamente, ma inesorabilmente placando, e «Sulla tua pelle scura», dove l'illusione di felicità che la fanciulla lascia intravvedere con le sue moine adescatrici e la delusione cocente che essa provoca con la sua riluttanza a cedere, diventa motivo di alta poesia.

Anche nelle poesie «Nelle tue braccia» e «Nel buio di gelido letto» il leit-motiv «è sempre questo sentimento d'amore che, essendo inappagato, lascia, per i desideri non soddisfatti, il poeta «con la bocca amara».

La terza sezione «All'uomo dell'atomo» è rivolta all'uomo «dall'occhio di acciaio e dal cuore di ghiaccio» che ha perso di vista i veri valori e che, nella sua smania di primeggiare, ricorre ad armi micidiali per portare distruzione e morte all'umanità intera.

Di fronte a tale atteggiamento irresponsabile non si può non reagire e far sentire la propria voce di protesta. Invero al grido di protesta della terra stessa che è la prima ad essere offesa nelle sue varie componenti e a subirne le conseguenze letali («Hai straziato il viso del mattino» — «La pietà della terra») si accompagna quella di V. Rossi, che, desideroso di vivere tranquillo in pieno contatto con la natura («Lasciami quieto sopra l'erba») invita l'uomo dell'atomo a fermare le mani omicide («Ferma le tue sacrileghe mani») e a non uccidere («Non uccidere»).

La quarta sezione «Erbe, boschi e montagne» Si ispira, ovviamente, al paesaggio molisano e contiene poesie intensamente liriche, dove si fondono insieme, in una sintesi armonica, il paesaggio dell'alto Molise e il desiderio di evadere e di librarsi nel cosmo.

Delle due poesie che hanno lasciato un'impressione profonda nel mio animo, la prima «Alma tellus», che risente dell'eco di autori classici, si segnala per le immagini che assurgono a simboli e che hanno una risonanza universale, in quanto V. Rossi, rivolgendosi alla terra benefica, di cui mette in rilievo i vantaggi che derivano all'umanità, condanna tutti i tentativi di coloro che le usano violenza, la seconda «Montagna» è un inno d'amore del poeta per la montagna che si spinge «verso altitudini silenziose» e che lo invita a salire «fin dove ai baci d'aria pura per gustare le bellezze del creato ed assaporare, nella solitudine delle alte vette, la sua libertà».

Nell'ultima silloge «Tempo e parole», pubblicata nel 1995, V. Rossi, la cui vena poetica non è per nulla esausta o ripetitiva, ma al contrario più vigorosa ed ardente che mai, lega la sua autobiografia, i suoi ricordi, i dolci affetti attraverso la memoria di un tempo perduto, in una descrizione poetica per eccellenza, ma sempre in sintonia col paesaggio molisano.

Il titolo stesso è un invito a meditare sulla nostra condizione di uomo, privo di certezze, ancorato soltanto alla contemplazione del proprio dolore, e a riflettere sull'imprevedibilità dell'esistcn: a, che può scorrere senza sussulti, ma che può essere caratterizzata anche da accadimenti clamorosi.

La dimensione del tempo, che scorre impercettibile ed inarrestabile e che avvicina inesorabilmente l'uomo alla morte, ponendo fine ad affetti, a ricordi, è scandita dalla parola, capace di evocare suggestioni profonde e dare una connotazione puntuale e precisa ad episodi, ad eventi.

V. Rossi con perspicacia rievocai suoi affetti e fonda la loro rievocazione su due cardini — tempo e parola — che sono complementari tra loro e che sono determinanti con la loro complementarietà e la loro fusione per la riuscita della creazione poetica. «Il tempo — scrive V. Rossi nella prefazione — va inteso in tutta la sua misteriosa e inafferrabile estensione: dalla concezione di partenza eraclitea del Panta Rei all'altra altrettanto innegabile parmenidea dell'eterna immutabilità... ho sentito il fascino del tempo da fanciullo battere sotto la scorza degli alberi e lo sento ancora negli aspetti mutanti delle cose e delle persone, nelle visioni oniriche, nella foglia scossa dal vento, nel silenzio dei trapassati. . .». La parola, invece, indispensabile all'uomo «per conquistare la sua libertà, ha tre valenze fondamentali, psicologica, sociale, religiosa», di cui la prima è predominante, in quanto l'introspezione psicologica, che scandaglia e mette a nudo quanto ferve nell'intimo della coscienza, consente all'uomo di porsi a colloquio con se stesso e, idealmente, con gli altri e di acquisire una dimensione tale da mettersi in contatto con Dio.

Della silloge mi piace riportare «Confessione resa al tempo», che è una testimonianza indiscutibile della fralezza dell'uomo e della «possanza» del tempo, che, come una macina, stritola tutto e che solo rimane immutabile, «identico e inafferrabile», mentre tutte le cose cambiano, una volta immerse nell'ingranaggio, nel vortice, nel ciclo perenne dell'esistenza.

Suggestivo e patetico, pur nella drammaticità dell'epilogo, è il trittico, dedicato a Valentina, la cui vita breve, segnata dal destino, provoca nel poeta che l'ha vista nascere, l'ha rivista a diciotto anni nel pieno rigoglio della giovinezza, ed infine morta per un incidente stradale, una tristezza, un accoramento infinito. («Valentina», primo incontro: la nascita, secondo incontro: l'amore, terzo incontro: l'addio).

Significative sono le poesie dedicate all'insonnia, dove il silenzio notturno e l'insonnia accompagnano la vita del poeta, scandita dal sibilo del vento che «batte nelle sue vene» («Compagno delle mie notti insonni») e dove è rivolta la preghiera a Morfeo, «figlio e ministro del Sonno», affinché gli rechi il «riluttante bacio» («Disperante poesia dell'insonnia»).

Toccante è la lirica dedicata alla cagnetta Lola «dal musetto color cioccolato e la macchia bianca sul petto», morta prematuramente, della quale ricorda il momento in cui l'ha vista «spaurita e affamata» per le offese portatele dagli uomini e le manifestazioni di gioia, quando avvertiva l'arrivo e la presenza del poeta.

Concludendo, — tempus est — V. Rossi per la sua arte lirico-riflessiva, per la sua poesia ricca di intime vibrazioni e di malinconia, che si risolve in accenti di trepida tenerezza, per i sentimenti schietti e rivelatori di un sostrato fortissimo di valori tradizionali che vanno affievolendosi, per i suoi tocchi, in cui tensione emotiva e lirica pervengono ad un alto grado di concentrazione, per la meditazione tenera e melanconica che fa rivivere il passato nel presente e col presente interpreta il passato, per il suo messaggio di amore e di speranza, trascende, in virtù della sua parola poetica, ogni limite di spazio e di tempo e diviene un punto di riferimento per le generazioni future.

Recensione
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