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Ripercorrere a ritroso l'itinerario umano e poetico di un autore, mettendo in rilievo, attraverso un'esegesi circostanziata e precisa, gli aspetti più significativi della sua opera, richiede doti non comuni di laboriosità, espressività, acume critico. E’ un compito questo piuttosto arduo, al quale non si è sottratto Antonio Crecchia, che analizza con competenza, impegno, passione, nella sua monografia: L 'evoluzione poetica, spirituale ed artistica di Pasquale Martiniellol'intera opera dello scrittore irpino.

Il saggista molisano, critico acuto e perspicace, nonché poeta delicato e profondo, non nuovo alla stesura di monografie – assai significativa è quella dedicata a Vincenzo Rossi, il maggiore poeta, scrittore e saggista del Molise, accolta con entusiasmo dalla critica militante – prosegue, infatti, sulla strada impervia, ma prestigiosa della saggistica con l'analisi dell'opera di autori, che hanno lasciato un'impronta incisiva ed efficace nel panorama della cultura contemporanea.

L'intera produzione letteraria di Pasquale Martiniello, nelle varie componenti, che, nel corso degli anni si sono dilatate, passando dalla sfera prettamente personale a quella sociale, in quanto il poeta, affrontando problematiche diverse, soprattutto quelle attinenti la società civile, e rilevando in essa lo squallore, il degrado, che minano alla base la civile convivenza, non può fare a meno di esprimere la sua indignazione e di propugnare una poesia che si ispiri al rispetto della persona umana e affermi valori concreti, non effimeri, che privilegino la dignità dell'individuo, viene passata al vaglio ed analizzata con avvedutezza critica, per cui dall'insieme emerge non solo la visione del mondo, la cosiddetta Weltanschaung, ma anche e soprattutto la personaltà completa e nello stesso tempo complessa dello scrittore irpino.

I diversi nuclei ispirativi, per lo più consueti ed analoghi a quelli di altre raccolte poetiche, sono resi, però, con spirito diverso, a seconda che toccano la sfera familiare o sociale.

Martiniello è tenero, delicato e commosso, quando rievoca aspetti e situazioni della sua terra, l'Irpinia, o richiama dal fondo della memoria i valori eterni di laboriosità e di onestà propri della sua gente, aspro, mordace, pungente, invece, quando, raccontando, senza enfasi e senza indulgenza,il mondo in cui vive ed opera, squarcia il velo dell'ipocrisia e mette a nudo, ridicolizzandoli, i difetti, i vizi umani; di conseguenza, sotto i colpi della sua satira sottile e amara, vengono colpiti tutti i tabù della società, la protervia, l'ambizione, la corruzione, la meschinità, la menzogna, le debolezze, il trasformismo degli uomini politici, gli speculatori di professione, le organizzazioni malavitose, gli spacciatori di sostanze stupefacenti, per cui la sua opera risulta un grande affresco sincronico della condizione umana, un affresco fatto di tarsie diverse, ognuna, però, con un particolare significato.

Infatti egli, consapevole dello squallore che regna nella società, di cui è osservatore acuto e rigoroso, e della funzione della poesia – quella vera – di guardare non solo dentro di sé e di tradurre il pensiero in arte e l'arte in esperienza ideologica e sentimentale, ma anche di cogliere e sferzare gli aspetti più degradanti della realtà esterna, denunciando i mali sociali, il disadattamento, l'alienazione indotta dai ritmi impersonali della città, la frantumazione di un mondo in cui nessuno sa e può recuperare l’unicità perduta, in sostanza le perenni contraddizioni, che caratterizzano l'evoluzione storica dei tempi moderni, prova un senso di tristezza profonda che si traduce in versi intensi ed amari, nei quali stigmatizza si le storture sociali, ma si augura anche una palingenesi civile, nel segno della probità, onestà, serietà.

Poiché le opere – oggetto di analisi – sono numerose, ben ventidue, comprese nell'arco di un trentennio, dal 1976 al 2007, ed è impossibile menzionarle tutte, mi sembra opportuno, anche perché i motivi caratterizzanti sono comuni ad alcune di esse, accorparle ed indicarne i principi ispiratori.

La monografia, che si articola in due parti, di cui la prima, molto corposa, – venticinque capitoli – comprende l'analisi delle varie raccolte, la seconda, invece, meno estesa, contiene tre squarci di recensione critica sull'istanza religiosa nell'opera di Martiniello – cap. 26 – e l'esegesi di numerosi testi dell'opera omnia – cap. 27 –, si apre con uno scritto introduttivo dello stesso Crecchia, dove viene presentata la figura dello scrittore di Mirabella Eclano (AV), un autore che ha fatto della poesia uno strumento di contestazione globale, armato com'è di "raspa, lima, artigli, punteruolo, rompiscatole", che ripudia sia "la poesia delle avanguardie dei trapezisti della parola, contagiata da scarti di formiche", sia quella "anoressica in vetrina", che si fanno gioco della tradizione, inclini alla faciloneria e alla parola incomprensibile. Per questo scrive nel solco della tradizione, dando alla sua prova "sangue, radici ed anima".

Successivamente Crecchia entra nel vivo della sua analisi, passando in rassegna le singole raccolte di Martiniello, pubblicate a scadenza quasi annuale, dalla prima – Testimonianze irpine – del 1976, poesie giovanili, dove si avverte l'influsso della poesia carducciana e pascoliana col richiamo al mondo bucolico e georgico della sua Irpinia, appena sfiorata dai primi "segni della modernizzazione", un'Irpinia non ancora contaminata "dalle nuvole tossiche e nere" e dagli appetiti degli speculatori, ma ancora rigogliosa e lussureggiante, nel suo mondo patriarcale, legato a riti e tradizioni ancestrali, alla ventiduesima – Le faine, metafora del male che esiste nei mondo – del 2007, il punto d'approdo della sua pluriennale esperienza, dove l'autore, attento fustigatore dei costumi dell'Italia contemporanea, condanna, con ironia mista ad indignazione, lo Stato di diritto sprezzante ed indifferente verso i deboli, la Legge dell'indulto, varata dal Centro Sinistra per accontentare "i compagni di merenda", dagli strascichi amari (Piancone Cristoforo,ergastolano), i politici, i mezzi d'informazione, RAI TV, persuasori-occulti con la loro propaganda, i poetastri o finti poeti "in cerca di luce", lo sperpero nelle feste paesane, il teppismo, l'anarchismo, la diffusa pratica "dell'ipocrisia del perdono", lo scempio ecologico, le deforestazioni, il terrorismo, la prostituzione, la giustizia corrotta.

Di tale scempio, che si presenta al suo sguardo indagatore, cui contrappone i principi di libertà, giustizia, pace, solidarietà, educazione, onestà, per i quali si batte, Martiniello, che è arrivato ad un punto di saturazione tale da lanciare fendenti a destra e a manca, cerca di rinvenire le cause, che addita poi "nell'assenza di Dio, la cui potenza è disarmata di fronte ai potenti della terra".

Nelle raccolte intermedie compaiono i motivi caratterizzanti l'ispirazione martinielliana, che abbracciano temi diversi da quello affettivo/memoriale a quello politico/sociale – una sorta di climax ascendente – temi che, presenti anche nelle sillogi predette, talora sono a sé stanti, talora s'intrecciano e si fondono insieme.

Per quanto concerne il primo aspetto, Martiniello, che è di estrazione contadina, ma che è riuscito ad emergere nella scala sociale – è stato professore e preside – non solo esalta la figura paterna, portatrice dei valori della civiltà agreste sana e laboriosa, dedita al culto della famiglia e del lavoro, legata all'amore per la terra, gli animali, la natura (Testimonianze irpine, Il passo del sole, I canti della memoria, Memoria e tempo), che viene contrapposta ai lunatici, "impantanati nel crogiuolo della meschinità del mondo" (I lunatici), ma aderisce affettivamente anche al mondo dei "cafoni", al vissuto della sua terra, ricordando sia aspetti lieti di vita paesana (matrimoni – nascite – festività) e tristi (decessi – funerali – vedovanze), sia la catastrofe naturale, il terremoto del 1980, che rese l'Irpinia "un covo di morti" e che comportò una serie di problemi connessi con la ricostruzione (corruzione – degrado istituzionale – collusione tra politica e camorra – appalti pilotati, che determinarono l'arricchimento degli sciacalli (geometri ed ingegneri), proprietari di ville sontuose (Lacrime sulla soglia, Vipere nello stivale).

Per quanto concerne il secondo aspetto, dalla portata più ampia ed articolata, Martiniello affronta problemi e temi che riguardano aspetti per lo più deleteri della nostra quotidianità: il triste fenomeno dell'emigrazione (Esodo), il rapporto sovente contraddittorio e traumatico tra padri e figli (II passo del sole, Lacrime sulla soglia), la sperequazione tra ricchi e poveri (Verso il giudizio, La Vetrina, Radici), il clima nefasto dell'eversione di sinistra (Brigate rosse ed uccisione della scorta di A. Moro) e di destra (Strage di Bologna) – (Lacrime sulla soglia) –, la mafia letteraria, radicata nei centri nevralgici del potere editoriale, operanti al Nord, monopolio dei salotti letterari (Occhio di civetta, non simbolo di sfortuna o malattia, come comunemente si crede, ma di accortezza e sapienza), la classe dei politici arroganti, detentori, oltre agli altri privilegi (auto blu – viaggi – aerei – telefono – ferrovia), di quello eccezionale e sconosciuto al "povero disgraziato", quale l'aumento degli .stipendi ai deputati, in base alla Legge del 25/02/2005 – esempio tipico di marciume sociale–, il fondamentalismo islamico con le azioni sanguinose di cui è responsabile, la ricchezza illecita, la prostituzione, il parassitismo intellettuale, lo spaccio di stupefacenti, cancro rovinoso della società, (II picchio, La zanzara), la collusione tra organizzazioni delinquenziali e politica, (I ragni, dove i politici, i quali, paragonati metaforicamente ai ragni, che tessono le loro tele per acchiappare mosche e moscerini, acchiappano gli elettori in buona fede e conoscono vicoli e buchi dove infilarsi per i loro loschi affari, sono indicati con una terminologia particolare (pescatori di frodo – cecchini – giocolieri – falchi – alligatori), indifferenti come sono ai problemi delle loro regioni, come quello della captazione delle acque del Calore e del Sele a vantaggio dei Lucani e dei Pugliesi (I ragni), la corruzione della giustizia, la cui indipendenza non viene sempre rispettata.

I due capitoli successivi – il XXIV e il XXV – contengono osservazioni di carattere estetico e squarci di recensioni critiche sulla produzione letteraria del poeta irpino.

Nel primo Crecchia esamina l'opera sotto l'aspetto semantico, stilistico ed etico, sottolineando come in Martiniello ci sia un'evoluzione poetica, dalle prime dieci raccolte – da Testimonianze irpine a Le piste del tempo –, dove prevalgono la punteggiatura (segni d'interpunzione) e il "verso libero", all'undicesima – L 'orlo del bicchiere –, dove, accanto alla interpunzione tradizionale, incomincia ad affacciarsi la barra, la lineetta obliqua, a quelle successive, come ne I lunatici, dove l'interpunzione scompare e si privilegia la lineetta per evidenziare particolari espressioni sia in lingua che in dialetto italianizzato, o in altre, dove il linguaggio è più ricco e suggestivo, attinto dalla tradizione classica, dall'ambiente, dalla cronaca, linguaggio che, riproponendo i temi cari a Martiniello, evidenzia i1 carattere della sua poesia, che non è "lusus", ma denuncia delle disfunzioni sociali, dei mali che minano alla base la civile convivenza.

Nel secondo Crecchia riporta note e stralci critici di personaggi insigni della cultura contemporanea, tra cui – è impossibile enumerarli tutti Giuseppina Luongo Bartolini, Silvano Demarchi, Pasquale Matrone, Vittoriano Esposito, Paolo Saggese, Orazio Tanelli, Ninnj Di Stefano Busà, Leonardo Selvaggi, i quali, nel passare in rassegna ed analizzare le varie opere, affrontano le molteplici tematiche di Martiniello, di cui si è parlato, con spirito critico, con scandaglio profondo, sottolineando non solo la diversità dell'ispirazione nei suoi aspetti negativi (l'Irpinia con i suoi problemi endemici – il degrado morale della classe dirigente –la collusione tra politica e malavita organizzata – i problemi del Terzo Mondo – l'Islamizzazione strisciante – la Chiesa attraverso alcuni suoi rappresentanti) e in quelli positivi (la rievocazione del passato, attraverso il ricordo delle proprie radici, collocata in uno spazio atemporale, che rappresenta simbolicamente anche una sorta di fuga dalle brutture del proprio tempo – l'esortazione all'uomo a svegliarsi dal torpore in cui è caduto e ritrovare la sua identità che è stata smarrita nel ritmo frenetico della vita), ma anche la varietà dello stile nuovo, ricco di metafore, di figure retoriche, che danno maggiore risalto alla creazione artistica.

Non manca l'elemento religioso, che costituisce l'argomento del XXVI cap. e che si esplicita nella presentazione di squarci di scritti di Luisa Martiniello, Dante Del Vecchio e Giuseppina Di Spirito. Quella di Martiniello – rileva Crecchia – non è religione totalmente ossequiente dei riti, dogmi, norme, degli apparati esteriori, non somma di certezze, non culto esteriore, ma religione dell'anima, interiormente sentita, intimo bisogno di ricerca. In sostanza il poeta irpino ha nei riguardi della religione un atteggiamento ondivago, non uniforme, che scaturisce dalla sua vigile e puntuale osservazione della realtà contemporanea.

Mentre, infatti, in "Non è Natale", che fa parte de L'ora della iena (1993), si avverte l'amarezza dell'autore nel constatare l'Assenza di Dio nei risvolti drammatici della Storia e ne I ragni (2005) la fede sembra vacillare, in Occhio di civetta (2006) Martiniello, superato il momentaneo pessimismo, recupera il suo rapporto con Dio, scagliandosi, poi, con particolare violenza ne Le faine (2007) contro i religiosi che violano le regole dettate da Dio.

Dall'insieme emerge sì un'amarezza di fondo, ma anche la fiducia in un avvenire più roseo, allorché, rivolgendosi alle nuove generazioni, che sono incerte sul loro futuro, il Nostro auspica un nuovo umanesimo che ponga come imprescindibile condizione la priorità dello spirito sulla materia. Solo attraverso l'inversione dei valori l'uomo può progredire nel senso autentico della parola, altrimenti è destinato a soccombere.

Il saggio critico si conclude con il XXVII capitolo, molto interessante sotto il profilo esegetico. Antonio Crecchia, per avvalorare la valenza poetica di P. Martiniello, riporta numerose liriche, tratte dalle varie opere, corredate da un puntuale commento analitico, dove all'acribia critica si associa l'interpretazione personale. Infatti, descrive e commenta con osservazioni adeguate e profonde, sotto il profilo critico, l'evoluzione poetica ed artistica dello scrittore irpino, dando al tutto la sua impronta di provetto esegeta.

Nelle liriche esaminate il saggista molisano rileva come Martiniello "abbia legato la poesia alla vita", in quanto nulla sfugge al suo sguardo, come si può dedurre dalle poesie riportate, i cui temi sono quelli espressi nelle singole opere che, ripeto, riguardano la sfera memoriale e sociale.

Infatti, scorrono sotto il nostro sguardo le tematiche proprie della poesia martinielliana: la gente della sua Irpinia con i suoi problemi atavici, priva di prospettive, il cui unico rimedio è lo sradicarsi dalle proprie radici ed emigrare altrove (Storpi e poveri), il dramma dell'immigrazione clandestina con l'incognita del futuro, esposta a disagi di ogni genere (Escono come i topi), il problema degli anziani, che vivono soli, senza prospettive, col pensiero rivolto al passato (Vecchi in Ottobre – lirica di altissimo valore umano e poetico) – tema questo che è presente anche in "Ora che mi approssimo –, l'esortazione ai giovani a non vivere nell'otium più dannoso, a non cadere nell'abisso della droga, ma a dare un indirizzo positivo alla loro esistenza (L’ oltre), il contrasto tra i ricchi che vivono nel lusso e frequentano la Scala e i poveri che vivono nei tuguri, nelle baracche, esposti alla pioggia e al gelo (La "scala" e il sottoscala), il crollo dei valori saldi di un tempo in seguito al degrado della società, che persegue paradisi illusori, artificiali, sempre in cerca di emozioni, come le orge a luci rosse e a luci spente (La vita non ha più radici), la tragedia della guerra civile in Bosnia, attraverso il sacrificio della piccola Irma di Sarajevo (L’aurora), l'orrore delle organizzazioni malavitose dirette da delinquenti incalliti o, in loro mancanza, dalle loro donne (In crescita qui è l'orrore), il fenomeno triste della prostituzione (Arrivano nel bel paese), il mal costume dell'assuefazione al sistema delle ipocrisie e delle truffe – i governi cambiano, ma la sostanza è la stessa – (La terra), la "casta" dei detentori del potere, incapaci di risolvere i problemi del paese, la categoria dei burocrati, pigri e indolenti (Più li batti e più non fuggono),lo scempio ecologico operato, per motivi speculativi, contro la Natura (Non dite), la rapacità dei politici (I politici i veri rapaci), la crisi economica con la conseguente fuga verso il Nord non tanto degli analfabeti, quanto dei laureati, degli intellettuali, (Qui il potere in piedi si tiene), la fine di un'epoca ancora viva nella memoria attraverso il rito della trebbiatura e il trionfo della tecnologia (Addò stace cchiù chera ggente), l'accenno alle ultime consultazioni elettorali con l'avvento della nuova classe politica, cui va il "merito" di aver liberato dalle carceri il fior fiore dei delinquenti (Morrai d'anoressia), la prova di coraggio di una giovane che denuncia i mafiosi e che, dopo la morte del giudice Borsellino, si suicida e viene sepolta nel paese d'origine – "approda straniera al cimitero"– tra il silenzio generale e la maledizione della madre (Rita Atria).

De hoc satis. Concludendo, ad Antonio Crecchia va il merito "sacrosanto" di aver svolto un lavoro eccellentissimo, da cui emergono, in tutta la loro evidenza, la compostezza e la nobiltà di un uomo dignitoso ed assetato di ideali inappagabili. Il che non è poco.

Recensione
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