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Col saggio-traduzione «Platone Poeta», Vincenzo Rossi, scrittore molisano di chiara fama, ha dato un'ulteriore, indiscussa prova della sua versatilità e della poliedricità dei suoi interessi culturali, associando alla sua attività di poeta, narratore, filologo, critico d'arte anche quella di esegeta, cultore ed interprete dei testi classici. Nel suo lavoro, pregevole per l'impostazione e le tematiche affrontate, Vincenzo Rossi, che segue prevalentemente l'edizione critica oxoniense «Platonis opera» a cura di J. Burnet, con acutezza di argomentazioni prettamente personali, intende sottolineare, attraverso la traduzione di quattro dialoghi socratici: «Simposio», «Apologia», «Critone», «Fedone» come nell'ambito della speculazione filosofica di Platone si possono rinvenire passi di pura, schietta, autentica poesia.

In genere il pensiero filosofico nelle sue varie articolazioni, per i temi che affronta e per la densità concettuale propria del linguaggio filosofico, può talora presentare una certa difficoltà di intendimento, ma questo non significa che nel contesto di una discussione serrata, su argomenti di difficile comprensione, anche se interessanti, debbano mancare di squarci di vera poesia.

Vincenzo Rossi, alla stessa stregua dei positivisti, che individuano prevalentemente nei miti spunti di poesia, intende dimostrare proprio questo, che Platone, oltre che filosofo, è soprattutto poeta. A lui interessano marginalmente la teoria delle idee, la metafisica, l'aspetto etico-politico ed etico-educativo, che costituiscono l'ossatura, la struttura portante della filosofia platonica; gli preme, invece, «cogliere» le parti poetiche, che, dando, in virtù della magia della parola e della potenza espressiva, la misura della valenza poetica del filosofo ateniense, illuminano, come un bagliore tra zone d'ombra, quelle prettamente filosofiche.

Di conseguenza, rinunciando a teorizzazioni astratte e a classificazioni, che spesso comportano il rischio di travisamenti e di forzature, ma facendo leva esclusivamente sulla sua sensibilità di uomo e di poeta, l'autore molisano, già nell'introduzione, confessa candidamente la sua indifferenza nei confronti di Platone filosofo ed esprime, invece, la sua «commozione di fronte alle situazioni poetiche, ai racconti mitici, ai personaggi poeticamente vivi, immortali».

Dopo aver sottolineato, tra l'altro, la tendenziale avversione di Platone alla poesia o almeno ad alcune manifestazioni di essa, per la sua capacità di suggestione e per l'influenza negativa sulla formazione e sull'educazione dei cittadini, Vincenzo Rossi rileva la condanna che il filosofo greco, dopo un severo esame critico, fa, nella «Repubblica», della poesia come mimesi, condanna, però, che non riguarda la poesia, in quanto tale, ma quella tradizionale, da Omero ad Esiodo fino ai tragici, — di questa accoglie soltanto «gli inni agli dei e gli encomi di uomini virtuosi» (Rep. X-607 a).

Proseguendo nella sua analisi, quindi, Vincenzo Rossi, a differenza di Platone, indica come momenti di poesia e non di speculazione filosofica i miti e cita quelli della «Biga alata» e delle «Cicale» nel «Fedro», degli «Androgini» e di «Penia e Poros» nel «Simposio», di «Cadmo» e di «Er», rispettivamente nel III e nel X libro della «Repubblica».

Il mito, che è presente in molti dialoghi platonici (1/3), non è il mito tradizionale, né ha la finalità di quello, è vario per carattere e per ampiezza (alcuni, ad es. il mito del piacere e del dolore nel «Fedro», quello della caverna nella «Repubblica», Si risolvono in una metafora, in un apologo, altri, ad es. il mito di Er nella «Repubblica» e quello di Atlantide nel «Timeo», sono estesi ed allegorici, altri, ancora, ad es. il mito delle cicale nel «Fedro», sono delicati, intensamente lirici); non ha carattere eziologico, alla stessa stregua dell'epillio alessandrino, nel senso che voglia spiegare riti, istituzioni, culti religiosi, né vuole essere una leggenda eroica, dove venga esaltata la potenza straordinaria dei semidei, ma è espressione di una razionalità, che si propone fini ben specifici, speculativi, nel senso che viene introdotto, quando l'argomento su cui si discute non va avanti secondo la logica ferrea della verità, dell'Aletés, ma sconfina nell'opinabile, nella Doxa, in ciò di cui non è possibile avere una dimostrazione precisa.

Dopo aver accennato ai miti, in cui «Platone filosofo ingannava se stesso e mentre condannava il poeta, metteva a tacere il filosofo e vi faceva trionfare il grande poeta che è vivo e attuale», Vincenzo Rossi esprime alcuni giudizi critici sui dialoghi, di cui evidenzia il movimento, il fascino, il pathos, la drammaticità, e sui personaggi che si ergono «immortali, fatali ed affascinanti, umanissimi e drammatici», per poi passare a riportare alcuni passi del «Fedro», che più degli altri gli sono rimasti impressi nella memoria per la suggestione profonda del paesaggio colto nel pieno della calura estiva, paesaggio campestre attraversato dall'Ilisso dalle limpide acque, che serpeggia tra le sponde ricoperte di fiori variopinti, mentre le cicale dall'alto dei platani intonano i loro lunghissimi canti.

Per comprendere il contributo che lo studioso molisano col suo lavoro ponderoso ha portato a sostegno delle sue idee su Platone, occorre, a mio avviso, analizzare i quattro dialoghi, frutto della venerazione che il discepolo nutrì per il suo maestro Socrate, e rilevare, per quanto è possibile, la presenza in essi di situazioni e di personaggi che si segnalino sotto il profilo altamente poetico.

Premesso che di nessuno dei dialoghi platonici è possibile conoscere la data di composizione e di pubblicazione, — fanno eccezione le «Leggi», l'ultima opera in ordine cronologico — e che il «Simposio», il primo dei dialoghi tradotti si differenzia per contenuto dagli altri tre, che riguardano il processo e la morte di Socrate, c'è da dire che in essi risalta l'alta figura morale di Socrate, coerente coi suoi principi, abile nella sua attività maieutica, consapevole sì della propria ignoranza, ma anche di quella di coloro che si vantavano di essere sapienti, pronto ad accettare l'ingiusta condanna comminatagli dalla città, che pure veniva esaltata come «scuola dell'Ellade». Il «Simposio», che s'impone, insieme col «Fedone», per altezza di pensiero e per splendore di poesia, deriva il titolo dal simposio che segue al banchetto offerto dal poeta tragico Agatone per festeggiare la vittoria riportata nelle Grandi Dionisie del 416 a.C. È incentrato sui discorsi, infarciti di retorica sofistica, che i convitali fanno su Eros, il dio dell'amore: Fedro, Pausania, Erissimaco, Aristofane — che con la consueta arguzia narra il mito degli androgini, relativo alla condizione umana primitiva, punita da Zeus col taglio del corpo in due parti «come succede per le sogliole», per cui da allora, per desiderio di completamento e di perfezione «ciascuno di noi è alla continua ricerca della sua metà», — e lo stesso Agatone. In contrasto con loro, Socrate riferisce quanto ha appreso da Diotima, una sacerdotessa di Mantinea, che lo «ha iniziato ai misteri di Eros» (Eros, figlio di Penia e Poros, è un essere intermedio tra gli dei e gli uomini, amante del bello e della sapienza, simbolo dell'amore come aspirazione al bene supremo).

Al termine del discorso di Socrate, irrompe nella sala del banchetto Alcibiade, ubriaco, incoronato di edera e di viole, che improvvisa uno stupendo elogio di Socrate, indubbiamente tra le cose più altamente poetiche di Platone. Egli, paragonando il maestro alla statua di un Sileno, brutto esternamente, ma bello internamente, intende evidenizare la portata dell'insegnamento socratico volto all'educazione e alla perfezione morale dei cittadini.

Nel dialogo, dove la poesia raggiunge vertici notevoli soprattutto nel punto in cui l'atmosfera quasi religiosa che regnava nella sala viene interrotta, in un contrasto artistico efficacissimo, dall'irruzione di Alcibiade, con la sua brigata di amici, a prescindere da Socrate, come giustamente osserva Vincenzo Rossi, campeggia la figura indimenticabile di Alcibiade. Estroso ed affascinante, si segnala non solo per la sfrenata eccentricità, il brio, la spigliatezza, l'originalità del carattere, ma anche e soprattutto per il modo appassionato con cui tesse l'encomio di Socrate, capace, in virtù della sua parola, di ingenerare nell'animo altrui il senso del bello.

L'«Apologia», l'unico scritto in forma non dialogica, rappresenta idealmente la prima opera di Platone ed è il resoconto dei tre discorsi corrispondenti alle tre fasi del processo che si tenne ad Atene nel 399 davanti agli Eleasti; nel primo Socrate respinge le accuse mosse da Meleto di corrompere i giovani e di introdurre nuove divinità, da Anito, ricco conciatore di pelli, esponente della vecchia classe conservatrice, un retore di scarso rilievo; nel secondo propone lui stesso, dopo il verdetto di colpevolezza emesso dai giudici, la pena cui dovrà essere condannato, di essere cioè nutrito nel Pritaneo; nel terzo rivolge parole di commiato ai giudici che l'hanno assolto, dimostrando loro che la morte non è un male — egli spera, infatti, di «incontrarsi con Palamede, con Aiace Telamonio e con altri di quegli antichi, morti per ingiusto giudizio». Si raggiunge il vertice della tensione poetica con le parole conclusive, da cui traspaiono la serenità e la speranza con cui Socrate affronta la morte — «Vedo che ora è già tempo di andare io a morire, voi a vivere: chi di noi andrà verso un futuro migliore è ignoto a tutti, tranne che a Dio». «Il nome di Dio suggella l'abbandono di Socrate alle leggi arcane della vita, estrema purificazione dell'esperienza e della polemica» (Pontani).

Nell'«Apologia», al cui confronto l'opera analoga di Senofonte cede sensibilmente per tono e per struttura, come acutamente osserva Vincenzo Rossi, Platone, scolpendo la figura morale del suo maestro, critico verso le istituzioni della città, fermo ed indipendente nei suoi giudizi, teso a rinnovare dall'interno l'individuo e a promuovere l'educazione, attraverso il conseguimento della saggezza e della verità, «ha superato lo scalpello di Fidia e di Michelangelo» e ha proiettato su Socrate una luce tale che si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad un uomo che vive ormai nella storia.

Il «Critone», che Heinrich Gomperz ha dimostrato essere uno scritto piuttosto tardo, forse dello stesso periodo della stesura della «Repubblica», è un dialogo morale, non di ricerca, in quanto si impernia sul dovere del cittadino nei confronti dello Stato. Strutturalmente legato all'«Apologia», esso riporta il colloquio avvenuto in carcere tre giorni prima della morte tra Critone, che cerca di persuadere Socrate a fuggire, e il filosofo, che è risoluto a mantenere fede ai principi che hanno improntato la sua vita e che consistono prevalentemente nel non contraccambiare l'ingiustizia con l'ingiustizia. Il colloquio raggiunge l'apice della drammaticità nel punto in cui Socrate sostiene che ha inteso col suo esempio affermare che c'è un tribunale, quello della coscienza, al quale nessuno può sottrarsi. Con la prosopopea delle Leggi, che ricordano al filosofo il patto stipulato con loro, Socrate ribadisce questo suo principio, che le leggi, fondamento di ogni giustizia, sono sacre ed inviolabili e debbono essere sempre rispettate, anche quando esse sono esercitate male dagli uomini. Nel «Critone» molti sono gli spunti di poesia: ne sono prova l'ambientazione — la cella tetra del carcere tenuemente rischiarata dalle prime luci dell'alba — non solo, ma anche la caratterizzazione dei personaggi, Critone, ingenuo e generoso, conscio, però, dell'inutilità dei suoi tentativi, e Socrate, fascinoso e multiforme, la cui tempra spirituale, il cui candore, la cui fermezza si traducono in un'atmosfera di chiara poesia.

Il «Fedone», in cui, come dice il Lesky, «Si fondono in un'esposizione unitaria la morte del sapiente e la fermissima convinzione dell'immortalità dell'anima», è la commossa rievocazione delle ultime ore di Socrate e racchiude la discussione che il filosofo ha coi suoi discepoli sulla morte e sull'immortalità dell'anima. Diverso dai precedenti per la tecnica compositiva, indizio di una raggiunta maturità filosofica ed artistica, il «Fedone» sviluppa nella parte centrale la tesi dell'immortalità dell'anima attraverso tre argomenti socratici, reminiscenza, immutabilità e indivisibilità delle entità incorporee, impossibilità della coesistenza dei contrari (vita e morte), e si conclude con la morte di Socrate, che beve il veleno tranquillamente coronando con questo suo gesto la suprema grandezza del suo apostolato: «Avvicinò il vaso alla bocca e bevve tranquillo di un sol fiato».

Le pagine che cantano l'ultimo atto del dramma — «Lo sguardo di Socrate si irrigidì. Critone, notando ciò, gli chiuse dolcemente la bocca e gli occhi. Così finì il nostro grande e fedele amico, mio caro Echecrate, ....l'uomo più buono... in quel tempo. Sì, lui fu proprio il più sapiente e più giusto» — sono senza dubbio le più belle sotto il profilo artistico e le più toccanti che l'antichità ci abbia lasciato. La penombra che regna nella cella, la graduale trasumanazione di Socrate, che si allontana dalla terra libero e sereno, il contrasto tra il silenzio dei presenti, attoniti e tristi, e la grandezza morale dell'uomo, esprimono un momento di autentica poesia.

In queste pagine — scrive Vincenzo Rossi — «Platone ha espresso la sue più alta poesia che va oltre la divina malinconia» di cui aveva parlato il Perrotta. Mi piace concludere con qualche nota sull'interpretazione e sulla traduzione dei dialoghi platonici.

Vincenzo Rossi con fine sensibilità e con estremo garbo, facendo leva sulla sua straordinaria cultura classica, è riuscito a penetrare nell'animo di Platone e a mettere a nudo il suo pensiero in un linguaggio agile, colorito, snello, fresco, ricco di sfumature, che rende appieno quello platonico, modello dell'atticismo puro, in cui si fondono armonicamente la semplicità lisiana, la spezzatura tucididea e la rotondità isocratea. E questo non è poco.

Recensione
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