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Da qualche mese è stato pubblicato  un consistente volume di saggi critici riguardanti la produzione in versi e in prosa dell'illustre autore molisano Vincenzo Rossi. Non mancano nella raccolta nomi ben noti della nostra letteratura contemporanea, a cominciare da Ferruccio Ulivi, Antonio Di Tullio (di cui è riportata una bella nota critica dalla trasmissione del Tg3 del 9 gennaio 1981) e Orazio Tanelli, militante in America, nel New Jersey, dov'è docente universitario. Sono presenti altresì critici stranieri, vivamente interessati alla produzione rossiana, come Solange de Bressieux. Di Rudy De Cadaval riportiamo un breve ma importante giudizio: «la poesia di Vincenzo Rossi segna un momento storico di rinnovamento lirico». Diremo subito che con vero diletto si leggono queste pagine critiche riguardanti le varie opere di Vincenzo Rossi quali Conto alla rovescia, Fonterossa, Il Cimerone, Lola tra le prose; Dove i monti ascoltano e Il grido della terra tra le poesie. Sì, perché ognuno dei critici spazia completamente a suo agio in questa mirabile produzione, soffermandosi in particolare su ciò che è più affine al proprio mondo interiore e ne stimola la fantasia, i sentimenti, le immagini. Si determina così, nel libro, un ampio ventaglio di valutazioni diverse ma tutte altamente positive. È questa una prova chiarissima dei valori universali dell'arte del nostro autore. È indiscusso infatti che a suscitare tanto entusiasmo è l'offerta molteplice, generosa e variegata che il lettore riceve, dalle opere del Rossi, di una natura autentica, viva, inesauribile fonte di dolcezza e di visioni supreme in cui tutti trovano, commossi, il loro appagamento e lo stimolo ad originali valutazioni riflettenti la propria indole e le personali tendenze.

In altri termini, pur attraverso il filtro del proprio «io», chiunque legga le pagine del Rossi non può non trovarsi in sintonia con quanto in esse l'autore va esprimendo. Solo qualche esempio: il giornalista Mario Di Nezza esalta della prosa rossiana il motivo delle Mainardi... «ove le sensazioni, non meno che le passioni, hanno l'autenticità delle cose». Di «Fonterossa», a sua volta, Pasquale Di Petta rileva che «quest'opera... per i ragazzi di città è una miniera di conoscenze, di fatti, di avvenimenti di cui essi non immaginano nemmeno l'esistenza».

Ed ecco una tra le tante personalissime osservazioni di Ninnj Di Stefano Busà a proposito de «Il Cimerone»: «Vi è la ricognitiva evocazione di uno spazio sociale ed intimistico... nel significato metaforico di una storiografia connessa alle sue origini». Sempre più ci convinciamo, pertanto, che tutto ciò che ha espresso e continuerà ad esprimere questo eccezionale artefice dell'immagine e del sèntiménto deriva in gran parte da un suo spontaneo colloquio con l'Eterno in cui l'essenza stessa della vita ha le sue scansioni di luci e di ombre, nel fluire perenne del tempo avvolgente le sacre memorie e le consuetudini venerate degli antenati. Sì, le stesse che stimolano incessantemente alla creazione di così pregevoli opere il mondo interiore del grande autore molisano, mondo armonioso e limpido come il cielo che illumina d'azzurro le Mainardi, a primavera.

Recensione
Vincenzo Rossi nella critica - I
antologica 
Autori
Aa Vv
Edizione:
Il Ponte Italo-americano
New York 1993

pp. 408

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Narrabilando nr.10/1993
 

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