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Comisso e il paesaggio veneto

in: Quaderni Veneti, nr. 17/1993
Longo Editore, Ravenna, pp. 117-127.

In nessuno scrittore d'oggi, e forse anche del passato, il Veneto è, come in Comisso, realtà di partenza, esistenza. Il venetismo [...] è in lui [...] un fatto di natura, paesaggio esterno ed interiore rappresentazione. Comisso ha dentro di sé gli assilli del Veneto come li ha il Veneto, che tende ad evaderne in belle forme, armonie di colore [G. Piovene, in G. Comisso, Veneto felice, a c. di N. Naldini, Milano, Longanesi, 1984, p. X. Corsivi miei.].

Così Guido Piovene. Ed è vero, anche se il Veneto di Comisso non si risolve solo in belle forme ed armonie di colore; senza di lui l'immagine della regione, quale si disegna attraverso i suoi scrittori, sarebbe incompleta, impoverita, troppo legata ad una dimensione intimistica e provinciale, troppo storicizzata, di matrice abbastanza ottocentesca: e mancherebbe di quello speciale «spessore atemporale» e terragno, di quel respiro lungo di percezione primitiva della vita come fatto naturale (e come gioiosa avventura) che fluisce come un setoso e scintillante continuum attraverso tutta la sua scrittura, ben riflettendo in questo una specifica caratteristica dell'essere veneto.

Comisso rappresenta infatti la coscienza felice del Veneto fuori della storia, ma in un modo un po' particolare. È un Veneto immerso in una luce classica (sono numerose e belle le pagine comissiane dedicate alla Grecia, come anche a un confronto fra il paesaggio veneto e quello, appunto, greco). Ma è una luce classica speciale, permeata da una specie di forza divina primordiale, armoniosa e soprattutto unificatrice.

E qui vedo una caratteristica tipicamente veneta. In tutto il XX secolo, in ogni manifestazione artistica — musica, filosofia, pittura — l'uomo si definisce attraverso la contrapposizione tra il suo io e il mondo, perché capisce che la «sua» definizione del mondo, della Welt, attraverso la «sua» Sorge — per usare un quadro interpretativo heideggeriano — non gli dà una conoscenza vera della stessa Welt, del mondo. Il mondo si contrappone quindi all'uomo come qualcosa di inafferabile, mentre l'io si contrappone al mondo come qualcosa che sia ad esso alieno.

In molta scrittura veneta c'è invece un'essenziale continuità e una definizione reciproca dell'io (l'uomo) e della Welt (la terra). Se vogliamo, è la triade idealistica, che sta al fondo del pensiero romantico e della stessa contrapposizione tra l'uomo e il mondo (tesi-antitesi-sintesi), che nel mondo veneto viene rovesciata: si parte dalla sintesi, dalla terra come generatrice dell'uomo, e dall'uomo come generatore della terra: per cui tra l'uomo e la terra c'è sempre dialogo, e non alienazione, appunto perché l'uomo e la terra hanno come matrice comune il loro rapporto.

Ci sono certo dei limiti. Per esempio, in Buzzati, la contrapposizione si opera fuori della natura, del paesaggio nativo (la montagna) in cui c'è armonia, ed è la città che per lui diventa inferno, impossibilità di dialogo, stasi circolare: viene in mente il Viaggio agli inferni del secolo, che non a caso comincia con una discesa in profondità sotto la metropolitana di Milano. Eppure, in generale, il paesaggio per un veneto è l'altro in cui identificarsi: non perché, idealisticamente, il paesaggio derivi dal soggetto, ma perché il soggetto deriva da esso e ad esso ritorna. E mentre Buzzati è all'eterna ricerca di questa unione — come si vede dal bellissimo capitolo finale del Deserto dei Tartari, nel quale la prospettiva dei ventinove capitoli precedenti viene capovolta, o dalla nascita del bambino, finale, di Un amore — Comisso invece la incarna felicemente.

Due citazioni mi pare che siano illuminanti a questo proposito. Una è ancora di Piovene, che nella prefazione alla Lettere di una novizia scrive:

Rita, la mia protagonista, vive con me come un paesaggio [...] sembra raccogliere [...] il più caro e il più molle paesaggio della mia vita, il Veneto di terraferma [G. Piovene, Prefazione a Lettere di una novizia, Milano, Bompiani, 1941, p. 4.].

L'altra è di Comisso, che dice molto di più:

...io vivo di paesaggio, riconosco in esso la fonte del mio sangue. Penetra per i miei occhi e mi incrementa di forza. Forse la ragione dei miei viaggi per il mondo non è stata altro che una ricerca di paesaggi, i quali funzionava-no come potenti richiami. Forse vi è in me ancora di quell'istinto che doveva dominare le razze emigratrici, istinto che era sete di paesaggi nuovi e meravigliosi, prima ancora di essere istinto di preda e di conquista. Nel paesaggio è il primo segno delle mani di Dio e giustifico certi esseri sensibili che nel mezzo dei paesaggi più belli attestano d'aver veduto l'apparizione della divinità. L'altro segno è l'uomo, ma l'uomo si forma e cresce in rapporto al paesaggio: è uno specchio del paesaggio [G. Comisso, Veneto felice, cit., p. 6.].

Giovanni Comisso all'epoca del servizio militare.

Giovanni Comisso, Autoritratto "Il folle avventuriero".

In Comisso la vita è affrontata naturaliter (con «felicità», come nel bel titolo che Naldini ha dato alla raccolta di articoli sul Veneto, che Comisso non aveva mai riuniti in volume), con la saggezza profonda di seguirne il flusso senza contrastarlo; e il gusto di comprenderlo raccontandolo. Un racconto che scorre inesauribile attraverso una scrittura continuamente ricorrente, che mai s'impenna e mai si svuota di senso, ma aderisce, sinuosamente, a una rincorsa della vita che è sempre un passo avanti, ingannevole, e che ci offre «capricci e illusione» [Cfr. G. Comisso, Capriccio e illusione, Milano, Mondadori, 1947.].

In Comisso frasi staccate e brani interi si riconoscono da un testo all'altro, senza noia, con l'affabilità servizievole di una storia che ricomincia sempre, del racconto orale di un popolo istintivamente creativo. Millenarie radici contadine sulle quali la storia scorre dal di fuori, e uomini e paesaggi sono pervasi dalla stessa tenera luce.

Comisso racconta questo Veneto, immerso nella sua continuità atemporale; e la sua personalità di scrittore spicca certamente come un'anomalia nel panorama degli scrittori veneti a lui contemporanei, portati all'indagine introspettiva e agli «affanni psichici», che riflettono un rapporto di odio-amore inestricabile con il dato religioso, benissimo esemplificato sempre da Piovene:

Pure in quello che scrivo forse si sente, non il pensiero cattolico che sarebbe eresia, ma il riflesso di una civiltà del sentimento, che nasce dalla pratica del cattolicesimo e dalla sua cauta legislazione dei sentimenti dell'uomo [G. Piovene, Prefazione a Lettere di una novizia, cit., p. 7.],

dando espressione ad un vago senso di colpa nei confronti della vita, a un fare i conti sotterraneo ma continuo con tematiche spiritualistiche di timbro otto-novecentesco.

Ma questo è un percorso possibile, non l'unico. L'occhio sul Veneto di Comisso si apparenta invece agli altri scrittori veneti nella direzione di una religiosità primordiale, a priori, che non si riflette sull'etica individuale, e di un equilibrato e «mercantile» realismo. «Maniera per resistere nella vita di campagna è di avere il senso avaro della terra» [G. Comisso, La mia casa di campagna, Milano, Longanesi, 1968, p. 159.]: bisogna perciò aver fede nella sua lavorazione, compiacersi della lotta contro le difficoltà, immergersi nella vicenda delle stagioni con l'occhio attento ai raccolti, ritrovando l'oculatezza e insieme la riconoscenza verso Dio del contadino, e la sua antica pazienza verso la ciclicità delle opere e del tempo.

E il realismo di Comisso è anche figlio di una civiltà multirazziale e tollerante, capace di ironia intelligente e di umori sarcastici, attaccata alla tradizione e alla lingua che la innerva, senza chiusure e senza grettezza; senza veli ideologici: «conservatrice» nel senso di un duttile rifiuto di rinnegare la propria antica civiltà e di una grande capacità di saldarvi il meglio del nuovo.

Se Comisso non è «cattolicamente veneto» — ma come parla di Dio nella Mia casa di campagna! — direi insomma che in lui il Veneto si rispecchia, forse più che in ogni altro, come rappresentazione di concretezza e di vitalità sensuale e avventurosa: appunto perché in lui si riflette il Veneto più antico, insieme più avventuroso e più solido. E quel necessario fare i conti — fissato e nevrotizzato nell'Ottocento — tutto interiore fra coscienza e autoindagine religiosa, estenuazioni psicologiche, morbidezze peccaminose, non esiste in lui, proprio perché egli si riallaccia a una diversa ma altrettanto viva tradizione arcaica, avventurosa e mercantile, bilanciata fra un sontuoso esotismo e l'attenzione puntuale agli oggetti del quotidiano, simboli e feticci, objets de vertu del mondo interiore dei sentimenti, in una descrittività casalinga che è tensione verso l'interno: la casa, il nido degli affetti, ma anche il paesaggio fermo, gonfio di nuvole e colori, come racchiuso in una conchiglia.

È in questo che Comisso è tipicamente veneto. È proprio il paesaggio intero della regione, molle e materno, che funziona da avvolgente nido protettore verso l'esterno, avvolge e stempera gli impeti dei protagonisti, trasmette loro un'assorta saggezza: è elemento femminile, grembo che assorbe — e imprigiona o nutre, o entrambe le cose — da cui è inevitabile fuggire, ma a cui è inevitabile ritornare. Scrive Comisso, parlando dei suoi ricordi di paesaggi infantili:

Non costituivano un'eccezionale bellezza l'incrocio delle valli, i dorsi spogli, i dirupi rocciosi, ma costituivano un adorato aspetto che per questo si affermava come una bellezza assoluta. Era quel paesaggio come per ognuno il volto della madre che è indiscutibilmente bello perché adorato [G. Comisso, Veneto felice, cit., p. 7.].

In una pendolarità di fuga e ritorno indispensabili l'una all'altro, il ritorno segue al desiderio del fuori, dell'esplorazione, dell'avventura. Perché il Veneto è anche, da sempre, una terra di viaggiatori, di mercanti, di missionari, di descrittori dell'avventura propria e altrui, da Marco Polo a Hugo Pratt, da Gian Dàuli a Salgari, il cantore principe dell'avventura piccolo-borghese italiana. La bipolarità ossessiva, la tensione elettrizzante che scaturisce come un arco voltaico fra questi due poli, è molto ben rappresentata, fra i contemporanei, da Dino Buzzati, ma più ancora appunto da Comisso, nel quale l'appassionata felicità del ritorno segue al vitalismo amoroso del viaggio: quel vitalismo che nelle prose di viaggi — Viaggi in Oriente, Amori d'Oriente, Cina e Giappone — pare imprimere al racconto un'accelerazione in linea retta verso un'estasi, un sogno sempre provvisori e sempre rinnovati. Al sogno segue una delusione, una caduta ed una ripresa dello stesso, perché qualcosa porta l'io narrante continuamente in avanti, verso nuove avventure, dando al testo la struttura di un romanzo a puntate con un solo attore, che è proprio l'ego di Comisso. Ma il nóstos piega questa struttura e le dà un carattere non lineare ma ciclico: solo nel ritorno c'è il ritrovamento dell'armonia, ed il cerchio si chiude.

Il tema del viaggio verso un «altrove» è d'altronde presente in moltissimi veneti del Novecento, nella dimensione del giornalismo come mestiere, nella compresenza dello scrittore puro e del giornalista, che sarà soprattutto viaggiatore e inviato speciale: da Buzzati a Comisso, da Parise a Piovene, fino a Renato Ghiotto e a Gino Pugnetti.

Ma quello di Comisso è l'«altrove» più concreto, proprio perché legato al tema di una giovinezza vagabonda che sottintende ossessivamente il nóstos, il movimento all'indietro che si riassorbe nella circolarità perenne della vita. Riflettendo esattamente la natura veneta: da giovani si parte, da vecchi si ritorna. Il Veneto è un paese di emigranti — tema questo carissimo a Comisso — che, se possono, ritornano e non dimenticano: si pensi alle recenti indagini sulla conservatività altissima del linguaggio in americani di origine veneta emigrati anche da tre o quattro generazioni. Emigrano i giovani insofferenti, maturando altrove la loro vitalità senza sbocco — e Comisso si identifica con loro: li segue nelle loro nuove sedi con una pietas profonda, li sente simili a sé, li racconta come altre incarnazioni del suo stesso io [Si pensi alla splendida novella Un ingrato destino (G. Comisso, Il grande ozio, Milano, Longanesi, 1964, pp. 165-168); e cfr. N. Naldini, Vita felice di Giovanni Comisso, in Veneto felice, cit., p. XI.]. E il suo vitalismo, pieno di estri vagabondi, lo porta in giro di avventura in avventura, di paesaggio esotico in paesaggio, apparentemente ebbro e dimentico di qualsiasi cosa che non sia l'attimo, il godimento, la curiosità incessante; ma la salda affezione alla terra natia, alla piccola patria, è sempre presente, come termine interno del profondo, come ciò che permette la sicurezza del viaggio.

E poi, ritorno è anche necessità di maturazione artistica:

...avevo trentacinque anni, vissuti sempre con la frenesia di muovermi, di vedere e di godere, anche la mia arte risentiva di questo cogliere la vita in superficie, tutto era per me paesaggio, anche l'essere umano. Fino allora potevo dire di avere soltanto goduto, non avevo sofferto per alcuna passione, perché mai ero rimasto fermo a un essere umano o a un paesaggio, ma sempre ero passato con avidità e insofferenza dall'uno all'altro [G. Comisso, La mia casa di campagna, cit., p. 14.].

Ed è solo attraverso la riflessione a cui dà vita il ritorno che emerge l'arte e si approfondisce nella sua espressione più pura; l'arte che

...non solo rende memorabile la vita, ma la plasma. Se non vi fosse l'arte, gli uomini vedrebbero le cose del mondo solo in rapporto ai loro istinti di paura e di brama, non sentirebbero con le orecchie che solo per richiesta di questi istinti e non avrebbero neanche la parola, ma solo si esprimerebbero per muggiti, ruggiti e lamenti [G. Comisso, I sentimenti nell'arte, Venezia, Il Tridente, 1945, p. 1.].

Tema che nella Casa di campagna Comisso riprenderà, tornando sul «mondo senza parola» degli animali.

La maturazione dell'arte coincide dunque per Comisso col ritorno alla sua terra. E se il viaggio è avventura romantica, la terra veneta è appunto classicità felice: necessari l'uno all'altra, poli esistenziali di una realizzazione poetica; ma sempre nel segno del realismo, del ciò-che-si-vede, del come-è. Il Veneto di Comisso non è mai lirismo o sognante indeterminatezza, è concretezza veridica. La poesia può nascere perfino dai conti della campagna.

D'altronde non si conosce la propria terra se non dopo il ritorno, e il confronto: la conoscenza vera passa attraverso l'esperienza, come appare evidente dalla bellissima pagina, più volte ripresa, in cui Comisso descrive il suo definitivo radicarsi, l'acquisto della casa di campagna:

Entro l'anno comperai una piccola terra poco distante da Treviso. Il posto era bellissimo, pure essendo in pianura, isolato nella campagna, le montagne sfumavano lontano, cineree come le Colline dell'Occidente viste da Pechino, un fiume fluiva lento come i canali di Olanda, vi erano campi gialli di colza come a primavera attorno a Sciangai e ciliegi in fiore come sulle montagne di Nicco e prati verdi e grassi come nei dintorni di Londra. Perfino una casa di contadini prospiciente alla mia era costruita a tetti sovrapposti come quelle dell'Oriente. Queste apparenze cominciarono a convincermi che tutto il mondo sta in un metro quadrato, ma sentivo anche formarsi in me una nuova formula di vivere, senza più tanto viaggiare, per restare fermo approfondendomi dentro di me. Strana ironia, questo paese dov'era questa mia terra e che mi appariva così vasto si chiamava: Zero [G. Comisso, Le mie stagioni, Milano, Longanesi, 1963, p. 327.].

L'esperienza di un avventuroso, giovanile nomadismo diviene nell'accettata maturità introspezione profonda ed offre i termini di confronto per cui più ricca e più affascinante appare a Comisso la sua terra, la terra materna, il Veneto. I continui paragoni, ritmati da un «come» ossessivo, attraversa-no la pagina e definiscono l'equivalenza del lontano e del vicino, del ricordo e del presente, che da quello si arricchisce e si stabilizza.

Ma naturalmente non è una stasi recessiva, lievemente mortuaria. I due poli si desiderano e si consumano continuamente, e in questa tensione sta l'equilibrio, peraltro perennemente minacciato: ma finché dura, il viaggio dà il desiderio della casa, la casa riposa e ridona la Sehnsucht voluttuosa del viaggio. Dalle Mie stagioni cito alcune pagine esemplari, in cui l'alternarsi di quiete e di moto è scandito per capoversi, con un effetto complessivo di grande armonia e necessità interne, ritmate dalle destinazioni dei viaggi e dall'alternarsi delle stagioni nella campagna. I verbi semplici di movimento e di stasi seguono — come una struttura nascosta — i movimenti dell'anima ed insieme i lavori della campagna, innestando la biografia sul tempo astorico, ciclico delle stagioni:

Ritornai ancora nella mia campagna ad ascoltare il canto degli usignoli. [...] Un giornale mi propose di andare nell'isola di Lagosta in mezzo all'Adriatico per fare alcuni articoli sulla pesca. [...] Ritornai di nuovo in campagna dove si batteva il frumento. [...] Ancora il giornale mi offerse di fare in autunno un viaggio in Sardegna. [...] Bruno era stato congedato e ritornò da me. Durante l'inverno andammo a Cortina. [...] Quando le nevi cominciarono a sciogliersi ritornammo alla mia campagna. [...] Ero ancora inquieto e volevo muovermi, avevo ottenuto dal giornale un'automobile. [...] In autunno ero ritornato a vivere in campagna [G. Comisso, Le mie stagioni, cit., pp. 393-397. Corsivi miei.].

Ma la terra materna è madre esigente, e rompe presto l'equilibrio. Impercettibilmente, giorno dopo giorno, lega a sé e trasforma:

Vivere in campagna nella sovrana pianura veneta, con il cielo ventilato ora dal mare, ora dai monti, giovò a darmi intero me stesso, decimando tutti i rimpianti per le terre lontane dove mi ero per poco radicato con ebbrezza [Ibid., p. 366.].

Se la terra materna è lontana il radicamento non può che essere provvisorio, precario: «mi ero per poco radicato». E all'inverso solo fermandosi nel suo Veneto Comisso accetta finalmente i sentimenti che durano, l'affannosa oltranza della passione:

Pensavo che nella vita basta vivere una sola volta una passione e bruciarsi in essa come un fiammifero: avrei potuto vivere cento anni del ricordo di essa. Mi ero bruciato in essa [Ibid., p. 496.].

E con la passione Comisso accetta la delusione e il suo superamento nel vivere in armonia con la natura:

Questa terra dove vivo non mi concede il desiderio di altre terre del mondo. Le conosco quasi tutte e anche se qualcuna è perennemente serena non riesce ad anteporsi alla mia [G. Comisso, Il cavallo di San Giorgio, in Il grande ozio, cit., p. 327.];

Quella terra che apparteneva al mondo universo mi riusciva così intima a esso da escludere ogni intervento umano «fino al centro della terra e fino alle stelle», secondo la concezione giuridica. Al tramonto chiudevo le imposte che cigolando mi davano il suono della loro voce, anche le porte avevano la loro voce e ogni angolo, ogni oggetto, divenuti costanti al mio sguardo dal risveglio fino al momento in cui spegnevo la luce per rientrare nel sonno, erano divenuti rispondenti con me come se in loro circolasse il mio stesso sangue [G. Comisso, La mia casa di campagna, cit., p. 140.].

Compreso, Comisso comprende. E il suo solipsismo e il suo vitalismo diventano tutt'uno con il respiro lento della terra che lo abbraccia. E la sintesi si ricompone in armonia.

Il suo fermarsi però non è un imborghesimento. Comisso resta antiborghese — o meglio, preborghese — e libero nell'anima, sempre, come nella sua giovinezza irrequieta — come quando seguì D'Annunzio, come quando scrive-va per i giornaletti fascisti: come la guerra, anche il fascismo pareva un'avventura, agli inizi. Ma solo nella sua terra egli ritrova infine l'armonia perduta, che è anche quella dell'abbandonarsi tattile, vegetale, all'ordine naturale delle cose. E allora Comisso supera l'angoscia del tempo, che sempre lo aveva ossessionato, e diventa disposto a invecchiare, come un animale o come un fiore. Nel ciclico ritorno alla terra-madre, nel ciclico ripetersi di frasi o di interi brani c'è insomma una specie di radicamento in sé, una discesa in sé sempre più profonda e sempre più legata al paesaggio veneto:

Certe volte ci si lascia prendere dalle radici. Lasciarsi prendere dalle radici significa invecchiare. [...] Si tratta soprattutto di non avere voglia di fare qualcosa nella certezza che tutto sia inutile, senza la possibilità di un innesto e di una moltiplicazione [G. Comisso, Sogno e realtà, in Il grande ozio, cit., p. 342.].

Voglio vivere metodico, sistematico nel chiuso prestabilito delle ore e dei minuti. [...] Non voglio né soffrire, né godere, voglio solo arrivare vecchissimo per vedere cosa è stato utile di me [G. Comisso, La conchiglia, in Il grande ozio, cit., p. 334.].

In quella giornata di pioggia avevo rinverdito come un albero, ma il mio tronco era scavato dal rodere inesorabile del tempo. Vivere era stato come più volte morire. Ancora avevo vissuto e ancora dovevo morire [G. Comisso, Una giornata di pioggia, in Il grande ozio, cit., p. 231.].

Comisso esercita fino alla fine il suo essere artista come occhio che vede, riflette e tutto comprende: perché è naturaliter un arcaico, e quella che descrive è una civiltà arcaica.

E in questo modo trova la chiave espressiva perfetta per diventare il cantore più autentico del Veneto più profondo, un Veneto appunto arcaico e poderoso, che vive secondo i ritmi del tempo naturale e di una religiosità primitiva e armoniosa, su cui gli eventi storici incidono come ferite incomprensibili.

E se pensiamo a uno stile arcaico, tutto torna: il suo amoralismo — che è un pre-moralismo —, il suo vitalismo, le strutture paratattiche del discorso, l'assenza di analisi psicologica, l'alta equanime pietas verso tutti gli esseri viventi (paesaggi, persone, animali, piante) [L'occhialaio di Un ingrato destino, il cane e le mucche della Mia casa di campagna che sono sempre animali, non bestie, la zucca intelligente che corrisponde «con la sua vasta sensibilità sempre in rapporto a calcoli precisi di ogni ordine» ...], l'assenza del senso del tempo storico, il sentimento del divino che tutto pervade, di un Dio che osserva e non giudica, ma provvede e «interviene sempre per il meglio con infinita generosità» [G. Comisso, La mia casa di campagna, cit., p. 159.], la presenza del Caso (che è la tyche arcaica), la comprensione profonda, in pagine di grande bellezza, della forza immensa della sessualità feconda e della maternità (come negli splendidi racconti La giovane carpa e Nozze campestri) e insieme l'esaltazione della irripetibile bellezza della giovinezza virile e del libero gioco delle «eterie» maschili. E ancora, la sensualità innocente, incolpevole e panica di racconti come Una giornata di pioggia [G. Comisso, in Il grande ozio, cit., p. 223.].

E si pensi allo stile: un continuum senza incrinature in cui brillano come schegge di luce singole parole, piene di colore e di festa, gioiose; o minimi preziosismi che emergono come intarsi in rilievo su un tessuto. Come i vilucchi della sua «zucca intelligente», che fittamente ricoprono tutta la pergola, così l'arcaico Comisso ha bisogno di riempire ogni spazio, non concepisce il vuoto della pagina, ma la sua maestria di tessitore è tale che il disegno appare ugualmente evidente, tinta su tinta, in un'armonia di arazzo, in cui nessun colore rileva da solo ma tutti egualmente vibrano.

(L'ultima immagine: Giovanni Comisso visto da Arturo Martini)

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