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L'ultimo volume di poesia di Giovanni chiellino, Tela di parole, mi ha profondamente coinvolta per la raggiera di esperienze di vita e di scrittura che affiorano alla superficie di un mondo talvolta inconscio, talvolta consapevolmente sofferto. C'è come un vento orfico, fortemente evocativo che muove il verso, un pan naturalismo e un panteismo, a mio giudizio, di matrice greco e greco-ellenistica su cui il poeta, con uno stile inconfondibile, va costruendo una complessità di componenti esistenziali ed artistiche che giungono fino al simbolismo e alle conquiste delle avanguardie. In Chiellino la natura vibra di echi ancestrali e ha risvolti biologici e antropologici indimenticabili che si liberano nel canto. Pensiamo alla presenza femminile sentita come forza propulsiva della creazione, come coinvolgimento panico in uno scenario arcano e attuale che non trascura i percorsi tangibili sullo sfondo di una terra remota e mitica, ma anche viva e pulsante quale è la Calabria mai dimenticata dal poeta. Il Dio di Chiellino determina questo mondo magmatico non estraneo a violenza e morte, ed è un Dio che sembra derivare dal neoplatonismo: un'entità che si identifica con l'Anima mundi" ma non è detto che si interessi dell'uomo. Miguel de Unamuno afferma: "e se Dio cessasse di sognarci?" Nella poesia di Chiellino il concetto di "morte in vita" e di "vita in morte" (vedi Yeats) circola continuamente, ma non mi sembra di segno cristiano; Cristo stesso si è sacrificato nell'abbandono. Piuttosto il poeta avverte un fluire incessante che trasfigura il tutto nell'evolversi di un linguaggio antico e sorprendentemente nuovo, incisivo e dalle molteplici varianti nella brevità dell'essere.

Recensione
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