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Il giro dei colli

Premio “San Paolo”, Treviso 2010 - 3° premio
Premio “Lilly Brogi - La Pergola Arte”, Firenze 2009 - 2° premio

Ci sono città vicine al mare, ai laghi o ai monti. La mia ha vicino le colline, e il giro dei colli è l’alternativa più rapida al giro al mare, ai laghi o ai monti. Pure per me, che guido per lavoro, e il fine settimana la macchina dovrei averla a nausea. E se in primavera l’ascesa ai declivi che ci si adagiano di fianco scopre una natura che si sveglia e si fa bella, in autunno hai l’incanto della natura che dorme, nuda, coperta dalla nebbia e dal freddo.

Anche l’autunno però ha giorni di sole, con colori così caldi da sembrare appena dipinti, quasi gocciolanti. Era uno di questi, un sabato abbagliante, e, vestito del mio taxi, ero partito per godermi la giornata. Da solo, per non spartirla con altri che me stesso.

Alle tre del pomeriggio il sole va spegnendosi, come se avesse brillato troppo prima, e fa posto a una bruma leggera. Uno zucchero filato opaco, che a finestrino aperto puoi sentire sulle labbra, in bocca, e quasi mastichi, e trovi abbia un buon sapore. Anche se non ce l’ha.

Guido piano, protetto da una coltre che man mano prende corpo e si fa più spessa, al punto da poterla indossare, come un cappotto. L’auto sembra essersi infilata in una sua manica. Una manica senza uscita.

A un tratto oltre il vetro si delinea una sagoma liquida, che muove le braccia a mo’ di odalisca. Cerco di distinguere quella specie di ombra cinese. L’ombra si avvicina, è davanti; inchiodo. In un attimo è dentro, seduta, si toglie il cappuccio dalla testa. Sembra un fuggiasco in cerca di asilo. Benché stralunata, la faccia non mi è nuova. E’ Ranzi, un compagno del liceo.

“Che ci fai qui, con questo tempo?!” dice, come se fosse lui ad aver raccolto me, e non io lui.

“Che ci fai tu?” replico ripartendo “A piedi, in mezzo alla strada.”

“Due passi.” risponde frizionandosi le cosce “Guidi un taxi?” dice mentre si guarda intorno, quanto un cliente in un negozio in cui non ha mai messo piede.

“Sì… Ma non sono in servizio.”

“Bene. Così non devo pagarti la corsa.”

Gli sorrido. Porta guanti da sci e montgomery, simili a quelli che portava a scuola. Potrebbero anche essere gli stessi. Che senso abbiano poi i guanti da sci in uno che non solo non scia ma nemmeno mi risulta essere mai stato in montagna d’inverno, è particolare che sfuggiva allora e continua a sfuggire oggi.

“Come butta?” chiedo, mentre un vapore compatto ci inghiotte e ci sputa a ogni catarifrangente illuminato dai fari. Le foglie secche sulla strada crocchiano sotto le ruote come la crosta del pane caldo di forno.

Sospira; butta male. E’ stato lasciato dalla ragazza con cui stava dal liceo, una piccoletta che, a vederla, si sarebbe detta più dolce di un confetto. Forse il confetto è arrivato alla mandorla, che spesso capita essere amara. Specie nell’ultimo. Ma non c’è problema, dice, tutto ha una fine. Meno male, l’ha presa bene. Anche la vita, aggiunge. No, non l’ha presa bene.

“Non riesco a vivere senza!” sbotta, e scoppia a piangere “Sono ore che cammino! Che cerco di farmene una ragione!… Ma non c’è mai una ragione perché un amore possa finire!”

Riccardo Cocciante. Le stesse parole. Siamo figli delle nostre canzoni; le citiamo inconsciamente, pensando di essere originali. E invece sono copie, e noi replicanti.

“Okei, adesso andiamo da qualche parte a fare due chiacchiere.”

“No, portami a casa.”

“Perché vuoi andare a casa?”

“Hai ragione. E’ meglio che mi porti in ospedale.”

“Guarda che non è così grave.” ribatto “Non si muore per amore.” E’ Lucio Battisti, lo so. O sono le canzoni che ripetono le parole di tutti i giorni?, sicché nulla è veramente originale. Nemmeno noi, le nostre vite. Invertendo i fattori, il risultato non cambia.

“Voglio andare in ospedale.” ripete.

Ranzi era un eccentrico. Comprava i libri in edizione economica, le pagine appese a un filo di colla secca, e ne scorreva le righe quasi senza aprirli, per non correre il rischio di spaccarli. Poi li leggeva andando in bicicletta, dove gli era capitato più volte di cadere e di rompere libro e bicicletta.

All’improvviso si toglie un guanto. Schizza rosso dappertutto, come se avesse aperto una bottiglia di pomodoro. E’ sangue. Si è tagliato le vene.

“Non voglio morire.” singhiozza.

Pigio sull’acceleratore. Non so come ci arrivo, al pronto soccorso, con la nebbia che avvolge anche i pensieri, quanto l’ovatta il più fragile dei colli. In ospedale lo ricuciono, gli fanno una trasfusione. Quando salgo in camera lo trovo sdraiato sul letto, supino, la faccia bianca abbandonata sul guanciale. Sembra uno schizzo in bianco e nero anziché una faccia, un quadro a china anziché una federa con un volto. Lo schizzo apre gli occhi, mi vede.

“Sono uno stupido.” sussurra con un sorriso ebete.

Faccio di no con la testa, poi indugio, annuisco, prima piano, poi più forte, e scoppiamo a ridere.

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