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Il manoscritto scomparso

Premio “Crimini fra i libri – Biblioteche pistoiesi in giallo”,
Biblioteca San Giorgio 2010 - 1° premio

Non tutti gli elettori sono uguali per i politici; alcuni lo sono di meno. Certuni esistono giusto nelle pagine gialle, altri neanche nella fantasia dei creativi. E ci sono gli investigatori privati. Che, come si sa, non bazzicano solo film o romanzi.

Non c’è un partito che si occupi seriamente della categoria; perciò io, per un sano principio di reciprocità, non mi occupo di loro. Almeno finché non si va a votare, quando, giorno ingrato, qualcuno bisogna pur scegliere. E in tempi di maggioritario la scelta è fra due nomi, che promettono sapendo di non mantenere, soggetti entrambi allo stesso padrone: il mercato. Due facce della stessa moneta, che però incasserà uno solo. Una visione qualunquista, si dirà, ma calzante al quadretto quanto l’oliva al Martini.

Nondimeno ero tornato a casa prima del solito, per affrontare col viatico di una poltrona le pagine consacrate alla materia di un paio fra i quotidiani più noti di colore opposto, e raccapezzarmi in vista delle imminenti elezioni. Fatica vana, dato che i termini “rossi trinariciuti” e “neri fallocrati” chiarivano poco del pensiero dei contendenti. Il linguaggio politico era sceso a livelli da bettola. Ma per i nuovi tribuni di partito il contraddittorio è diventato uno scambio di insulti. Le botte restano l’ultima ratio. Guardando Molly nella cuccia pensai alla fortuna che hanno i cani a non votare. Anche se, onestamente, hanno la sfortuna di non potersi scegliere il padrone.

Il trillo del campanello recise il pensiero. Non feci in tempo ad aprire che la porta mi si catapultò in faccia. La mente corse alle ghigne di chi poteva trovarmi simpatico al punto da sfondarmi le corna. Per lo più mariti colti sul fatto, dove il “fatto” è sempre una femmina diversa dalla moglie, che così però può campare di alimenti per il resto dei suoi giorni. Ma era solo l’effetto della botta. Sparite le stelle, gli occhi impressionarono salterellarmi davanti due pargoli di canguro dalle guance di burro e le manine ripiene. Gli artefici dello spintone alla porta. Maschio e femmina, garanzia di riproduzione della specie.

“Attenti, bambini!” gridò con colpevole ritardo mamma canguro. “Mi scusi, sono l’inquilina del primo piano. Lei è Avanzo, vero?, l’investigatore. Posso entrare?” disse al mio sorriso di gesso sbuffando come un camion in salita. Era ancora giovane, ma la gestazione dei pargoli le aveva segnato la linea e il fiato.

“Non è nulla, sa?” ansimò indicando il bozzo che doveva ornarmi la fronte quanto una ciliegia sciroppata un pasticcino da tè, dopo che l’ammisi alla magione. I frugoli, del resto, erano già dentro e, raggiunta Molly, avevano avviato le presentazioni.

Dopo avermi inciucchito di scuse per l’intrusione e il resto, mi chiese se potevo aiutare una sua cugina a risolvere un problema. Allungai il collo. Per dire “sì”, ma pure per sbirciare di lato, e notare che con Molly i frugoli stavano facendo un uso improprio delle manine, infilando i ditini nei pertugi disponibili e affibbiandole sonore pacche sulla carcassa. Dire che se la stava passando come il generale Custer a Little Big Horn rende l’idea.

“Qual è il problema?” domandai ostentando indifferenza ai guaiti dell’improvvisata baby-sitter. In realtà per accelerare i tempi. Molly adorava i bambini, ma quei Bonnie e Clyde della tortura in formato ridotto dovevano pensare fosse di pezza e, una volta rotta, si potesse riaggiustare. La madre, come tutte le madri, faceva il gioco delle due scimmiette, non vedeva e non sentiva. Però parlava. La cugina si chiamava Wanda Tarozzi, detta Tara per via del peso lordo; una ragazzona che già al liceo sublimava col cibo e la letteratura il piacere dei sensi. Era in una scuola di scrittura creativa per sole donne, la prima del genere a Pistoia, che dirigeva con un’amica e un amico gay. L’unico rappresentante, si fa per dire, del sesso forte. La sede della scuola era presso la biblioteca San Giorgio, dove si tenevano le lezioni. Il problema era che un’allieva della scuola, la più giovane e dotata di penna, se l’intendeva con uno spinellomane, e Tara ne era preoccupata.

Inutile obiettare che oggi neppure un genitore si preoccupa per così poco, stante la fauna che barbifica nelle scuole, ma nella lotta contro il tempo per liberare Molly dai seviziatori in erba tacere poteva essere decisivo. Più che con certe mogli.

“L’aiuterà se la mando da lei?” chiese.

“L’aiuterò.” risposi d’acchito, il sorriso in bocca e il cuore in gola. Un po’ come in quel gioco in cui una coppia felice si mette in pompa magna, per promettere davanti a un estraneo vestito a festa o in abito talare che lo sarà per sempre. La più azzardata delle promesse. E le diedi telefono e indirizzo dell’ufficio.

“La ringrazio. Andiamo, bambini.”

I frugoli, al richiamo, omaggiarono la bambinaia a quattro zampe di un’ultima salva di pacche e salterellarono fuori, con mamma al seguito. Molly, la lingua a pavimento, diede una scrollata epica e mi ringraziò con la coda.

La mattina dopo l’ufficio assisté all’epifania di Tara. Un disegno di Botero in carne e grasso, con la faccia tonda di un mappamondo, leggermente schiacciata ai poli. Mi parlò della scuola, la Elizabeth Smart, così chiamata in onore dell’autrice di culto di “Sulle fiumane della Grand Central Station mi sono seduta e ho pianto”, storia di una coppia clandestina nell’America bigotta degli anni quaranta, e della San Giorgio, le sue navate voltate e l’auditorium, adibito a grande aula per gli insegnanti della scuola.

“Perché una scuola per sole donne?” chiesi così, per curiosità.

“Perché la donna è più sensibile dell’uomo, più attenta. Sa ascoltare, è un’osservatrice migliore, usa i due emisferi in contemporanea e non uno alla volta soltanto. C’è più sangue nel cervello di un donna, più neuroni, più vita. Pesa la metà ma vale il doppio.”

“E perché si rivolge a un uomo, se siete così brave?” Non ce l’ho con le femministe. Solo con certo machismo femminino.

“Perché a usare gli emisferi separati siete più razionali. Sui singoli problemi siete imbattibili.”

Avevo spuntato un pareggio. Considerato com’eravamo partiti…

“Ha studiato medicina?” chiesi ancora, avendo disquisito di cervelli quanto un politico alle prime armi di cosa pubblica. Poi la cosa pubblica finisce per dare più assuefazione del fumo, e il linguaggio tende a strutturare non più concetti ma aria fritta.

“No, leggo giornali femminili.”

“Una lettura un po’ di parte.”

“Come tutte. Una cosa però è certa, il futuro è delle donne. Specie nella scrittura. Il futuro prossimo, non quello remoto.”

Aveva pronunciato l’ultima frase come un dogma -o un anatema-, gli occhi spalancati da civetta. E se anche il sapere dei politici fosse il frutto della lettura di certe riviste maschili, riversato sul volgo in forma di princìpi? La cosa non era da escludere, visto lo spropositato numero di riviste contrapposto all’assenza di princìpi.

“Da dove le viene una tale certezza?”

“Dagli scritti delle mie ragazze.”

“Dunque si può insegnare a scrivere?”

“A scrivere sì. Il talento invece no, non può insegnarlo nessuno. Il talento si scopre, non si insegna.”

“E lei, esattamente, cosa insegna?”

“A vincere la paura della prima pagina, che è lo stesso della prima volta. A buttarsi sulla pagina bianca, come si fa col maschio o con la femmina che ci piace; a “sverginarla”, come direbbe un uomo, accoppiando al bianco del foglio il nero dell’inchiostro.”

“Una visione quasi pornografica della scrittura.”

“Erotica, prego. E’ diverso.”

“E di talenti ne ha scoperti?”

“Una, Sara. Ha appena finito il corso. Guardi qui.” disse ostendendo dei fogli scritti al computer “Questa è la sua esercitazione. Io ho dato soltanto i nomi dei protagonisti, Paolo e Francesca, e il lavoro che fanno, maestro d’asilo lui e trapezista lei. Le corsiste hanno fatto il resto; hanno scritto l’incipit, descritto i personaggi, costruito i dialoghi. Solo che Sara ne ha fatto un romanzo, “Amore sulla corda”. Ho appena finito di leggerlo; è una storia che parla al cuore.”

Nessun dubbio che i libri, fra gli oggetti che parlano, parlino meglio di altri. Per quello che hanno dentro. O che non hanno.

“Sta di fatto che Sara ha per ragazzo un poco di buono” proseguì Tara “e ho paura che possa bruciarsi. Vorrei che indagasse su di lui.” e ne vergò i dati su uno dei fogli.

“Ci proverò.” dissi. Benché passare dalle mogli gelose del marito a un’insegnante gelosa del ragazzo dell’allieva, non fosse proprio quel salto di qualità che chi vive di corna si augura.

“Mi farò viva fra un paio di giorni.” concluse “Stasera c’è la festa di chiusura del corso.” e si accomiatò dalla sedia e dal sottoscritto.

La mattina dopo, in edicola, mi trovai di fronte il faccione di Tara che sorrideva. Sopra la foto c’era scritto che era morta.

Fu come un gancio al mento, il colpo del kappaò. Una scossa, e dopo il buio. Poi, lentamente, tornò la luce, e con essa il movimento. Comprai il giornale e aprii alla cronaca di Pistoia. “Tragedia in un attico del centro. Insegnante di scrittura si getta nel vuoto.” Era una notizia dell’ultim’ora, un trafiletto di poche righe. “Per motivi sconosciuti la direttrice della scuola puntini puntini ha raggiunto la ringhiera del terrazzo e, inutilmente trattenuta da puntini puntini, sua socia nella scuola, si è buttata di sotto.”

La Tara che si uccide? Col riscatto delle donne in arrivo?

Tornai a casa per riprendere possesso della realtà. Per avvolgermi in quella quotidianità che, per quanto vuota, è il pieno della nostra vita. Non sapevo che fare, né come. Una cosa sola sapevo, che avevo preso un impegno, e che l’avrei mantenuto. Sia pure alla memoria.

Andai a trovare la cisterna del primo piano, che mi rovesciò addosso per via oculare ondate d’acqua salina, intervallate da raffiche di “Non può averlo fatto”. Il refrein di una canzone senza testo. I figli stavano elaborando il lutto a modo loro, intenti quali erano a sventrare un orsacchiotto. L’osso di pezza per farli star buoni.

“Faccia qualcosa, la prego!” gridò la fiera del pianto.

“Bambini, per piacere, la mamma…”

“No, non con loro! Per Wanda!”

“Già… L’aveva sentita depressa ultimamente?”

“Depressa lo è sempre stata, ma con un carattere che tritava tutto.”

“Mi parli di lei.”

“Dopo il classico ha fatto l’università, lettere, e dopo la laurea ha scritto un libro, “Senza orpelli”, la storia di una tizia sovrappeso che, per mangiare senza rimorsi, toglie di mezzo prima gli specchi e poi la sua ombra. Finirà per perdere la propria identità, per ritrovarla, alla fine, fra gli specchi deformanti di un luna park. Poi ha aperto la scuola e s’è messa a insegnare.”

“E la vita privata?”

“Era la scuola la sua vita, e la biblioteca la sua casa. Almeno che io sapessi. Queste sono le sue chiavi di casa. Le prenda, a lei non servono più.”

Una volta fuori, per chiarirmi le idee raggiunsi un prof di filosofia che avevo conosciuto in facoltà prima di laurearmi, che s’era dato alla scrittura. L’ultima sua fatica, “Cosa c’è da ridere?”, era un racconto autobiografico in polemica con chi, guardandolo in faccia e non potendo fare a meno di notarne la fisiognomica disposizione al riso, gli rivolgeva la fatidica domanda. Al che lui rispondeva che non stava ridendo, e che anzi non c’era niente da ridere. Era solo l’espressione del viso, che non coincideva mai col suo barometro interiore, regolato invariabilmente al basso. Gli chiesi se gli scrittori sono facili alla depressione.

“Sì.” rispose “Quando non vengono pubblicati. E siccome essere pubblicati è come vincere alla lotteria senza comprare il biglietto, lo sono sempre.”

“Al punto da togliersi la vita?”

“La vita, mio caro, marca una presenza e un’assenza, rispettivamente del tempo e della morte. La morte, al contrario, marca due assenze, del tempo e della vita. Credo che, tutto sommato, uno sia meglio di niente. Anche per uno scrittore.”

Una risposta inusitatamente chiara per un filosofo.

Passai dallo psichiatra che aveva avuto in cura mia madre dopo che mio padre prese il volo. Uno specialista nel trattare il male del secolo senza affogare il depresso nel Prozac. Bastavano la sua faccia da Braccobaldo e la voce da Bubu per assicurare la guarigione. Un Patch Adams inconsapevole. Se uno così curava la testa della gente, ragionava il paziente di turno, tutti potevano benissimo fare tutto. Era questo meccanismo di “specchio” che innescava il riscatto del malato. Senza medicinali aggiunti.

Lo psichiatra disse che l’endomorfo, ossia il tipo tondo, non si deprime. Quando cala il suo interesse principale e fa capolino la malattia, il suo “esistere” è garantito dal cibo. Il cibo diventa la prova del proprio “esserci”. E dunque, a suo dire, niente depressione per Tara. Anche se avrei visto meglio quel cartone animato a curare i suoi simili.

La sera diedi una letta all’esercitazione di Sara, che mi ero portata a casa.

“Incipit

“Francesca aveva il passo di un facchino dei mercati generali e i polpacci da ciclista. La figura però era slanciata, nervosa, e i muscoli oculari di Paolo ne furono attratti con violenza. Uno strattone di nervo su nervo, come un richiamo di cosa che conosce in altri il suo simile.”

“Fisicità dei personaggi

Francesca aveva forti capelli chiari e il viso affilato di chi fende la vita come la prua di un motoscafo il mare aperto, le braccia nodose del marinaio e il tronco asciutto dell’albero maestro, su due gambe che parlavano un’impervia lingua straniera. Una lingua dall’incedere duro e cadenzato, eppure svelto e flessuoso, senz’altra concessione apparente alla morbidezza che la rotonda sommità da cui partiva quell’incedere. Una rotondità che faceva il paio con quella dei seni, non tanto grandi da presagirne fuoco e fiamme, ma non così piccoli da non autorizzarne la speranza.

Nella sua forza era bellissima, e oltremodo aggraziata. La regina delle amazzoni senza armi e corona.

Paolo aveva imbronciati capelli neri e la faccia cava, con un torso alto e sottile che, oltre a dargli un pericoloso dondolio, ne faceva un avanzo di qualcosa. Lo scarto del frutto che avrebbe potuto essere e non era stato. Completavano l’incompiuta due gambe indigenti quanto il resto. Una vite attorta con due lunghi tralci pendenti.

“Tagliare i rami secchi.” diceva sempre il padre, lui presente, potando il salice del giardino “Il fusto crescerà più forte.” Se avesse dovuto tagliare i rami secchi al figlio, non sarebbe rimasto in piedi niente.

Nondimeno era cresciuto, e tanto, portando quella secchezza ai limiti delle possibilità umane. Un miracolo d’ingegneria rampicante.”

Archiviai i fogli sul comodino e portai fuori Molly per il giro evacuativo. La primavera era esplosa, coi suoi profumi; il mio naso anche, con la sua allergia al polline; gli occhi pure, strapazzati dalle facce dei politici affastellati nei manifesti. Facce peggiori perfino delle loro idee. Ghignanti, per di più, come iene in attesa del pasto: i nostri voti. In tale miscellanea di natura e rifiuti organici, fare i bisogni dovette sembrarle una libidine.

A un tratto Molly abbaiò a un tizio. Questi, anziché il solito salto all’indietro, fece un passo avanti.

“Complimenti” mi disse sorridendo “il suo è un cane appagato.”

Lo guardai interrogativo. “Appagato”, come un impiegato dopo una promozione.

“Mi occupo di linguaggio dei cani” aggiunse “e il latrato del suo, anzi, a ben guardare, della sua, così pieno e armonico, rivela una creatura serena. Un felice rapporto di coppia.”

Era un tipo strambo, che, imparai, viveva con un danese. Nel senso di quattrozampe. E dunque molto meno strambo delle apparenze.

“I cani sono più intelligenti di quanto si pensa.” continuò “A un primo orecchio sembra che abbaino, ma in realtà parlano. Siamo noi a non capire la loro lingua, e non loro la nostra. Buonanotte. A entrambi.” e sul doppio saluto sparì.

Il giorno dopo passai alla biblioteca San Giorgio. Nella sala dedicata alla Elizabeth Smart sedevano da una parte una ragazzetta dalla chioma arruffata e le efelidi sulle gote, e dall’altra due tizi assorti. Un ciospo in forma di donna coi capelli a caschetto, e un uomo dal viso d’angelo e gli occhi immoti, appesi al nulla; i soci di Tara. Mi feci raccontare com’erano andate le cose.

“Eravamo all’aperto, in quell’enorme terrazzo” attaccò il ciospo. Patrizia, per la scuola Patti “Tara mi si è avvicinata. Aveva lo sguardo fisso; sembrava “fatta”. Ha buttato la sigaretta e ha detto che le sarebbe piaciuto volare. Io le ho preso le mani, erano fredde; le ho chiesto se stava bene. Ma lei ha stretto le mie e mi ha trascinato verso il parapetto. “Che vuoi fare, sei impazzita?!” ho gridato. Cercavo di trattenerla, ma lei era più forte di me. Quando siamo arrivate al parapetto, ha lasciato le mie mani è si gettata di sotto.”

Fabrizio, l’angelo, ripreso possesso di se stesso, confermò il racconto. Era una notte senza luna, sicché sulle prime nessuno si era reso conto di nulla. Alle urla di Patti sì, ma era troppo tardi.

“Ora però c’è un altro problema.” disse Patti “Non si trova più il manoscritto di Sara.” e indicò la ragazzetta. Il famoso talento della scuola.

“Neppure a casa di Tara?” chiesi.

“No.” rispose “Ho guardato dappertutto... Ho le chiavi di casa sua; eravamo amiche.” aggiunse, per rispondere a una domanda scortami sotto ciglia “L’aveva letto solo lei, e ne era entusiasta. Darebbe lustro sia all’autrice che alla scuola. Ma se non si trova…”

“E io che non ne ho fatto una copia.” singhiozzò la ragazzetta.

“Qualcun altro avrebbe potuto?…” azzardai facendo roteare le dita della destra. L’inequivoco segno dello sgraffigno.

Il gatto e la volpe allargarono le braccia, mentre pinocchio sbottava in lacrime.

Mi feci dare l’elenco delle allieve e dei docenti; un drammaturgo, una poetessa e un giallista. Patti si occupava di sceneggiatura, Fabrizio l’etereo di scrittura per l’arte e gli spot, e la povera Tara di narrativa.

“Come vedo la scuola?” rispose il drammaturgo, da cui andai per primo, a cui avevo rivolto la domanda “Poco chiara. Come il linguaggio di noi drammaturghi, del resto, che dev’essere sempre rigorosamente oscuro.” puntualizzò.

Assentii. Con la vaga impressione di essere preso per il culo.

“Non troppo, però. Parlare una lingua che nessuno capisce è uguale a non parlare.”

Riassentii. Con l’impressione di prima, rafforzata.

“Ma nemmeno chiaro. Insomma, il minimo. E’ risaputo che chi legge una commedia, o chi vi assiste, se non ne capisce un beneamato nulla si sentirà come “punito”, e dunque in colpa. Di conseguenza non potrà che parlarne bene. Preferisce sprofondare nella propria ignoranza che capire, e prendere per sapienza ciò che non capisce. In questo modo le parole non veicolano più un “messaggio”, ma un “massaggio”. Una carezza. C’è gente che ama essere verbalmente accarezzata, per coccolare il bambino che sonnecchia in ognuno di noi. Se vuole assistere a una mia commedia…”

“Grazie, ma le carezze preferisco darle, anziché riceverle. E non per via orale.”

Mi guardò schifato, prima di espellermi come uno sputo. Fu quindi la volta della poetessa, che mi si offrì con un sorriso caramellato.

“Nelle mie lezioni ho cercato di dimostrare” sciroppò melliflua “che la poesia non è quella specie di abito da sera che si crede, ma un capo da indossare ogni giorno. Una t-shirt. Non ci si deve sentire imbarazzati davanti a lei. Siamo noi a far diventare poetiche lo cose, tutte le cose, non solo la luna e le stelle, se le guardiamo con occhi nuovi. Come se le vedessimo per la prima volta. Solo così potremo avere il colpo di bacchetta magica che trasforma il rospo in principe, il banale in poetico. E’ questo il miracolo della poesia.”

Nessuno comunque aveva visto il manoscritto di Sara. Cosa comprensibile, essendo un romanzo e non un dramma o una silloge. Nemmeno il giallista, il quale, sostenendo, forse per deformazione professionale, che per uno scrittore un libro finito è anche un libro defunto (nel senso etimologico del termine, che ha svolto la sua funzione, è diventato esperienza), ebbe a dire che pure lei ora aveva il suo bel morto in casa. Si batteva costui per l’abolizione dell’”happy end” dal romanzo, che gli autori inserivano, a suo dire, non per ottimismo ma per cinismo. Salvo che nel giallo, che doveva per forza finire con l’arresto del colpevole. Ovvero come ben di rado finisce nella realtà.

Poi fu il turno di Teresa, l’allieva più infoiata del corso, che, più che l’allieva di una scuola, si considerava l’affiliata di una setta. Mi disse, per dar l’idea del tipo ma anche della congrega, che una sera erano andati in un pub non lontano dalla biblioteca per una prova pratica; una sorta di commemorazione dell’ordinario. Un omaggio agli anonimi di cui nessuno parla. La prova consisteva nel descrivere i clienti del locale, dentro e fuori di loro. A un tratto lei si alzò e andò a spegnere lo stereo, perché la musica era troppo alta. La descrizione delle compagne di corso consisté nell’esporre come il proprietario del locale le si era avvicinato e le aveva allungato un fiore a cinque dita. Un’offerta che lei non era riuscita a rifiutare. Le stelle che vide però non riuscì a descriverle nessuna corsista, nemmeno per approssimazione.

Teresa ignorava che Sara stesse scrivendo qualcosa. Forse perché il suo ego esauriva i possibili ego in circolazione.

La sera recuperai i fogli dal comodino e mi sparai un altro pezzo di esercitazione.

“Animo dei personaggi

Francesca passeggiava a testa alta e cuore basso. Ripensava alla sua vita in cielo, a quei voli da sbiancare uno stormo di corvi imperiali.

Amava catturare gli occhi della gente, le bocche dei bambini che, spalancati a oblò, la guardavano volteggiare in aria, fissandola come lo specchio fissa il vanesio. E amava concedersi ai loro applausi sperticati, alle grida entusiaste di chi vedeva in lei la farfalla, come ai commenti a fior di labbra di chi preferiva vedere la falena.

Era la sua vita; non ne conosceva altre. Una vita che però non lasciava spazio, e perciò vita, alla sua legittima proprietaria: lei.

Era stanca di volare; voleva tornare coi piedi per terra, abbandonare il mondo degli uccelli e tornare a quello degli uomini. Trovare un compagno che assecondasse la sua nuova terrenità e mettere su casa, famiglia. Figli. Farne uno col domatore di leoni era sensato quanto farlo con un collaudatore di paracadute fallati; anche se quando stava col mangiatore di coltelli prima e l’uomo proiettile poi il domatore le sembrava un lavoro di tutta tranquillità. Come l’avrebbe presa il giorno in cui lui le avesse detto: ”Porto il pupo a far vedere dove lavora papà”? E se anziché metterlo a giocare nel box l’avesse messo nel recinto? No, niente figli con chi fa certi mestieri.

Ma perché non era un’impiegata, una commessa, o una casalinga annoiata dalla vita infelice anziché una stella del circo senza una vita?

Paolo portava in giro un passo hertziano guardandosi le spalle come un ladro, quasi a temere di essere seguito da un alunno invadente, o di esserselo portato appresso e averlo perso, o peggio, essersi dimenticato di averlo perso.

L’affetto per quei piccoli svogliati non lo lasciava un momento, salvo dirottare a volte verso le loro mamme. Quand’era piccolo le mamme gli sembravano tutte brutte e vecchie, tranne la sua. Ora invece gli parevano tutte giovani e belle. Specie alcune. Avrebbe voluto essere il padre di quei terremoti, il compagno di giochi, l’amico. Ma soprattutto il marito di certe madri. O, meglio ancora, l’amante.

Il fisico però non lo aiutava, e il suo animo si faceva carico di compensarlo di quelle gratificazioni che le femmine usano riservare ai maschi dotati di un visibile campionario di muscolatura. Maschi per i quali pure il cervello è un muscolo ma, non apprezzandosi esteriormente, non necessita di esercizio.

Aveva voglia di volare via, di staccare i lunghi piedi da terra e librarli nell’aria come le elitre di un coleottero; farli atterrare su un pianeta dove si potesse vedere fuori e dentro i corpi, l’involucro e il suo contenuto di fibre, gangli e buoni sentimenti. Per apprezzare il bello ma anche il buono. Un pianeta abitato da corpi di vetro. Dei vetri a rendere.”

Riarchiviai i fogli sul comodino con una fissa in testa. Dov’era finito il manoscritto di Sara? Benché apparentemente non c’entrasse nulla con la morte di Tara. O c’entrava?

Uscii con Molly per l’esplorazione serale del territorio. Lungo il sentiero incontrammo il tizio della sera prima con la sua metà, il danese. Molly, di fronte al maestoso esemplare di alano -il re dichiarato dei cani, almeno quanto il leone lo è degli animali tutti-, si mise ad abbaiare sonoramente.

“Sembra che non ne voglia.” disse il glottologo canino calcando il “sembra” “In realtà ne vuole a pacchi dal mio Leo.” Guarda caso, si chiamava come il re della foresta “Il latrato della sua è un vero e proprio richiamo d’amore.”

“E’ vero?” chiesi a Molly.

Molly, che, al pari di tutti i cani, non sa mentire, emise un guaito d’assenso.

“Ha visto?” riprese il tizio “Le cose non sono mai come sembrano.” sentenziò, e salutò la compagnia.

La frase mi richiamò l’”effetto alone” della psicologia sperimentale, causa di errate valutazioni nel giudicare la personalità altrui. O la zucca fra le zampe di Giacomo, il figlio di un mio amico, che si ficca a testa in giù per veder scaturire un mondo nuovo, diverso dal solito. Un po’ come per la poesia, a pensarci.

Il mattino dopo portai i miei occhiali a casa di Tara. Pareva ci fosse passato un tifone. Il tifone si chiamava Pietro. Disse di essere il ragazzo di Sara, di essere lì per cercare il manoscritto e restituirlo alla sua artefice.

“Maledetta cicciona!” sbottò a un tratto “Dove cazzo l’ha messo?”

“Guarda che la “cicciona” è morta” replicai “e stravedeva per la tua Sara. Perciò cavati dalle palle.”

Mi ritrovai ad amoreggiare col piancito, senza sapere perché e percome. Fu il dolore a uno zigomo a suggerirmi sia l’uno che l’altro. Frattanto Pietro, a evitare rappresaglie orizzontali, se l’era battuta.

Scesi anch’io. In un tale soqquadro era impossibile che, se ci fosse stato qualcosa da trovare, chi c’era stato prima di me non l’avesse trovato. Senonché, passando dall’androne delle scale, l’occhio mi cadde sulla finestrella della buca della posta di Tara, dove lumeggiava un cartoncino bianco. Lo recuperai con un paio di pinze con cui toglievo le zecche a Molly. Era l’avviso di ricevimento di una raccomandata. Il destinatario era il Concorso Italo Calvino - Opere prime, il mittente Sara Varzi c/o Wanda Tarozzi. Il mistero del manoscritto era risolto, quello della morte di Tara ancora no.

Andai da Sara, per tranquillizzarla senza sbottonarmi. Le chiesi com’era riuscita a scrivere un romanzo dal nulla.

“Io sono figlia di un italiano e di una rumena.” rispose “Lui era maestro d’asilo, e lei acrobata.”

“La realtà supera la fantasia.” commentai.

“Ho scritto la storia del loro amore. Un amore osteggiato dai genitori di mio padre. Lei venne in Italia col circo, lui portò la classe a uno spettacolo, e quando la vide danzare in aria se ne innamorò. Dopo mille sotterfugi scapparono in moto, ma caddero e si ruppero una gamba ciascuno. In ospedale decisero che era meglio morire insieme, piuttosto che vivere separati. Si buttarono dalla finestra, ma il peso del gesso li fece cadere sulle gambe, sicché si ruppero anche l’altra. A quel punto la famiglia di mio padre cedette.”

“Quindi è un vizio di famiglia cercarvi degli amori complicati.”

“Che c’entra Pietro, adesso?”

“C’era anche lui alla festa?”

“E’ il mio ragazzo, no?”

“Già... Ha fumato molto, Tara, quella sera?”

“Parecchio. Solo che, avendo dimenticato le sigarette, è andata sempre a scrocco.”

“Le ha chieste a qualcuno in particolare?”

“Un po’ a tutti. Per non pesare su uno soltanto, ha detto.”

“E… era fumo pulito quello di Pietro?”

“Pietro non fuma più erba da un pezzo.” gracchiò “Guardi le altre allieve, piuttosto. Figlie di papà col pallino delle scrittrici, tutte dieta, pasticche e spinelli.”

“Okei. A proposito” dissi nel togliere il disturbo “per il manoscritto, stai tranquilla. Salterà fuori.”

Raggiunsi l’appartamento dove c’era stata la festa come un fiume in piena -millantai di essere della scientifica, parola al cui suono ti si spalanca ogni porta-, dragai la terrazza a piccoli passi, raccolsi le cicche che c’erano e, facendo gli scongiuri, passai in polizia da un certo Imbusto, un piacione che mi doveva un servizio (io l’avevo fatto a lui scoprendo quelli che la moglie faceva a un altro mentre lui era di turno), per farle analizzare. Gli scongiuri erano perché, fra i tanti mozziconi, ci fosse anche quello che cercavo.

Tornato all’ovile, finii di leggermi l’esercitazione:

“Dialoghi

Quando le gambe impertichite di lui incrociarono quelle da ciclista di lei, la leggera incurvatura da valchiria da camera, d’acchito pensarono a come intrecciare un dialogo a quattro.

Il problema era l’abbordo, come attaccar discorso. Dichiararsi colpito dai suoi occhi era quello più gentile, anche se il meno facile da dare a bere a una che portava una minigonna girocollo. E dalle sue gambe? Poco fine, quale approccio. Dal suo passo, fine come per le gambe. Chiederle l’ora era superato, scambiarla per una vecchia amica un azzardo, trovarla bellissima tout court un francesismo.

A un tratto gli si accese una lampada in soffitta. I bambini della scuola. Per la prima volta sarebbe stato lui a sfruttare loro, e non loro lui. Tornò sui suoi passi e la raggiunse.

“Mi scusi, non è una delle mamme dei miei piccoli?” chiese sbilenco.

Per lui i suoi scolari erano tutti “i suoi piccoli”, quasi quanto per mamma passera gli occupanti stabili del nido.

“Direi di no.” rispose allargando a cuore la bocca “Me ne sarei accorta, non crede?”

“Ma che ha capito?!… Non sono proprio “i miei” piccoli. Insegno in un asilo; sono i miei scolari.”

“Aaahhh!” sfiatò sollevata, accompagnando il sollevamento interno a quello, manuale, della frangia tirata a tendina sugli occhi.

Lui li vide, erano belli; occhi che centravano il bersaglio, lo facevano sanguinare. Anche se a quel punto era inutile dirglielo, dato che l’approccio ormai era cosa fatta.

“L’avevo scambiata per la madre di uno di loro.” mentì “Ma lei è molto più giovane; più bella.”

“Oh beh...” belò lei “Anch’io, in un certo senso, mi dedico ai bambini. Lavoro in un circo. Non sa quanti ne vengono.”

“Ma davvero?! E cosa fa?”

“La trapezista.”

“La trapezista?!” esclamò alzando lo sguardo, quasi a immaginarla su un filo teso fra i tetti delle case che guardava.

“La trapezista.” ripeté lei alzando a sua volta lo sguardo, come a dire “Sì, sono quella che sta là sopra.”

Quella sera il giro con Molly non finiva più. Era il suo padrone, onusto di foschi pensieri, e non lei, a dover partorire non già un semplice bisogno, ma quel tanto per chiudere il cerchio, far tornare i conti. Senza riuscirci, e senza neppure che Molly incontrasse il fusto di cui avrebbe desiderato essere la trepida ancella, e che il sottoscritto, pur amando di un amore fraterno come cane, avversava tenacemente come rivale.

La notte sognai Tara che si buttava dal terrazzo, e io, che la tenevo per impedirle di buttarsi, vinto dal suo peso saltavo con lei. Durante la caduta vedevo di sotto l’alano col suo padrone, che, guardando in alto, mi ripetevano lo stesso ritornello: “Le cose non sono mai come sembrano.” All’impatto col suolo mi svegliai di soprassalto, avvolto in un bozzolo di sudore. Spalancai gli occhi e deglutii freddo, perché stavo “vedendo” esattamente cos’era successo quella sera. Non ritrovai più il sonno, ma rimasi inchiodati al letto, ripassando le immagini fino allo stordimento e aspettando l’indomani.

La mattina dopo mi recai dal bell’Imbusto. Una delle cicche presentava una farcitura supplementare rispetto al solito tabacco; stupefacenti, un mix di ero e coca. Una sigaretta drogata te la può dare chiunque, ma c’era solo una persona che aveva interesse a darla.

Andai alla biblioteca San Giorgio, a trovare la strana coppia della Elizabeth Smart.

“Tu ti droghi. Non è così, Fabrizio?” esordii.

Faccia d’angelo allargò le ali, prima di scoppiare in stranguglioni.

“E tu, Patti, lo sapevi.”

Il ciospo sbarrò gli occhi, quasi che il soffitto dovesse franarle in testa senza chiedere il permesso.

“Patti, tu avevi una storia con Tara, vero?”

“Cooosa?”

“Una relazione. Tara ha detto che la scuola serviva a vincere la paura della pagina bianca, “come si fa col maschio o con la femmina che ci piace”, testuale. Ma perché parlare di “femmine che ci piacciono”, se il corso è per sole donne? Perché lei stava con una donna, è chiaro. Con te!”

“E con questo?”

“Con questo ti conosceva bene. Doveva aver intuito che volevi impadronirti del manoscritto di Sara e sfruttarlo a tuo vantaggio. Così l’ha fatto sparire. E visto che lei era di ostacolo ai tuoi piani, hai deciso di “suicidarla”.”

“Ma che sta dicendo!?”

“Che quella sera hai fregato a Fabrizio una sigaretta drogata e l’hai offerta a Tara, privandola così di ogni volontà, e l’hai accompagnata a corpo morto sul precipizio, ordinandole di saltare. Hai fatto credere di volerla salvare, mentre l’hai uccisa. La sua morte era il tuo alibi.”

“Non hai prove di quello che dici!”

“Sì, invece; il tuo dna sull’avanzo di sigaretta, che ho dato alla scientifica.” mentii. Difficilmente il mozzicone avrebbe potuto rivelare un semplice passaggio di mano.

“Bastardo! Tara era un’idealista, e con gli ideali non si campa. Quel romanzo avrebbe potuto lanciarci nella crema delle scuole di scrittura. Pistoia come Torino, la Elizabeth Smart come la Holden, io come Baricco!”

Era andata fuori di testa. Tanto da non accorgersi dell’ingresso di due potenziali allieve in divisa da poliziotto, seguite da Imbusto, a cui avevo raccontato ogni cosa.

La povera Tara avrebbe potuto dormire in pace. Anche perché Sara vinse il premio Calvino per inediti, andando a rimpinguare l’inesausta schiera di scrittori sconosciuti, e Pietro mise, come usa dire, la testa a posto, passando dagli spinelli alla finanza. Una droga di gran lunga peggiore.

A proposito, le elezioni finì per vincerle chi le aveva sparate più grosse. Aveva ragione il drammaturgo, al bambino che è in noi piace essere coccolato, piace credere che il futuro sarà migliore. Se non lo è, pazienza; sarà stato bello, almeno, averci creduto.

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