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Il mare addosso

Premio “Ferdvaje ‘d literatura”, Chivasso 2010 - 1° premio
Premio “Miglior racconto di mare – Il Prione”, La Spezia 2010 - Premio speciale
Premio “Circolo Pickwick” – Besana in Brianza 2010, 1° premio
Premio “Essere o sentire”, Finale Emilia 2009 - 2° premio

Quando Varda glielo chiese, conosceva già la risposta. Era come chiedere a un bambino svogliato se voleva andare a scuola, o a un beone di pasteggiare a minerale, o al più spilorcio degli avari di far beneficenza. La risposta era no; cento, mille volte no.

Malgrado ciò glielo chiese ugualmente, per gentilezza, per affetto verso il proprio uomo, o per un bisogno di conferma, di rassicurazione, per risentire da lui la risposta più scontata. A riprova che la vecchia quercia era sempre quella, sempre lei, chiusa a ogni novità che non fosse il fardello del quotidiano, l’affrontare le cose da fare una dopo l’altra, senza posa, come le pietre di un rosario la cui fine avrebbe coinciso con la sua.

“Loano, domenica vieni anche tu al mare con la parrocchia?” domandò al marito a desinare, allungando le palpebre a mo’ di grimaldello, per scardinarne la serratura.

Loano mangiava pasta e pomodoro, e raccoglieva col pane le gocce di rosso che la pasta non tratteneva e ricadevano nel piatto, pesanti quanto gocce di sudore. Il pane era un casereccio che le dita nere e grinze facevano più bianco di quel che era. Mangiava e guardava la moglie e la corona dei figli riuniti intorno al tavolo -alcuni, perché la maggior parte ormai era fuori casa, coniugata con prole a sua volta-, nonché i nipoti più piccoli, che i figli sposati lasciavano alla nonna perché li accudisse, e Filippo, il cane di famiglia, l’ennesimo nipote, solo con un numero di zampe diverso. Anche se l’ultimo erede camminava ancora su quattro.

Varda gli leggeva nelle righe della fronte la lista delle scuse che avrebbe accampato. Una lista al cui cospetto quella della spesa settimanale degradava a pensiero della sera, a fioretto prima di addormentarsi. La legna da tagliare, per poi essere raccolta e portata nel casotto, il fieno da affastellare, l’erba da falciare, gli alberi da potare, la frutta da raccogliere, le macchine operatrici da preparare all’uso, le proprietà, case e terreni, a cui attendere, col corollario di incombenze che queste richiedevano. Tutte attività da sbrigare la domenica, che la settimana, sabato compreso, era consacrata al lavoro vero e proprio. Quasi che quel po’ po’ di occupazioni festive non fossero lavoro. Altro che giornata dedicata al riposo, a ringraziare Dio per aver creato il mondo e i suoi abitanti. Per ringraziare Dio era sufficiente l’ora della messa, sottratta alle faccende domenicali come una fetta di polenta e formaggio alla sagra del patrono. A gomitate e spintoni. E nemmeno la moglie, perciò, era mai libera da impegni il dì di festa, che avrebbe dovuto cucinare per il marito e i figli chiamati ad aiutarlo, e avrebbe finito per dare una mano lei stessa.

Loano era il fabbro del paese; anzi, dell’intera valle. Nella sua officina si faceva di tutto, dalla costruzione di gazebi, cancelli, infissi, attrezzi, alla riparazione di vecchie auto, camion, macchine agricole e finanche elettrodomestici. Mani nere e grinze per il pane, ma mani d’oro per il ferro e per ogni rottame da aggiustare capitasse a tiro.

Aveva respirato ferro e montagna da quando aveva aperto gli occhi. Era entrato in officina da bambino, durante le vacanze scolastiche, come un gioco, che ben presto era diventato un lavoro finita la scuola dell’obbligo, quando l’insegnante gli regalò la promozione per non farlo ripetere l’ultima classe all’infinito. Sapendo che, per forgiare il ferro e riparare cianfrusaglie, lo studio non serviva.

Il lavoro lo occupava dall’alba al tramonto, con sporadici intermezzi familiari. Anche far l’amore con la moglie era una specie di lavoro, con cui dare alla famiglia nuove braccia, nuova ricchezza. Un compito affrontato certo col più grande trasporto, ma assolto pure, almeno in parte, con l’intima convinzione di adempiere un dovere. Spesso da soddisfare fra una raffica di fiamma ossidrica e l’altra, per non perdere i giorni fertili della consorte né quelli gravidi di lavoro in officina. Un salto in branda a qualsiasi ora, a volte senza neanche spogliarsi, o senza togliersi le scarpe. In ogni caso, mai i calzini. Ci dormiva, coi calzini; ci stava davanti alla tivù, in bagno, perfino sotto la doccia, quasi fossero una seconda pelle.

Ed era arrivato a sessant’anni, con dieci figli e dieci nipoti. Per il momento, poiché essendo i figli prolifici quanto il padre, la conta dei nipoti andava aggiornata di anno in anno. Sessant’anni senza un giorno di riposo, o di vacanza che dir si voglia. Parole sconosciute, per non averle mai né studiate a scuola né praticate nella vita. Anche perché, sapendo solo lavorare, e, tutto sommato, divertendosi a farlo, in vacanza si sarebbe annoiato. Solo per il suo matrimonio e per quelli dei figli si era preso una domenica di “festa”, che già a sera l’officina reclamava e i lavori in campagna incalzavano. Il riposo era ammesso solo per malattia. L’unico datore di lavoro abilitato a concederlo.

“Allora?” lo sollecitò la moglie sbocconcellando una mela “Ci vieni o no al mare con la parrocchia?”

No, si apprestava a udire la donna.

“Sì.” rispose il marito “Ci vengo.”

Alla consorte andò di traverso il boccone. Cominciò a tossire convulsamente, lacrimando dallo sforzo, finché il cibo, ritrovata la strada giusta, non la lasciò con la faccia impagliata di chi ha assistito al compiersi di un miracolo. I figli, a loro volta, sgranati gli oblò sul patriarca, erano rimasti di stoppa, le bocche aperte con quel che c’era dentro. Filippo, visto il resto della famiglia sbalordire, aveva fatto lo stesso.

Quello che moglie e figli non sapevano era che il nipotino preferito di Loano, il giorno prima, aveva rivelato al nonno di aver ottenuto dal padre il permesso di andare al mare, domenica, assieme alla nonna, col pullman. “Perché non vieni anche tu?” gli aveva domandato la piccola zazzera bionda. Stava per dire di no ma la voce non gli era uscita; non ne aveva avuto il coraggio. Né la testa aveva avuto la forza di esprimere con lieve ma decisa rotazione ciò che la bocca si era guardata dal pronunciare. Gli occhi accesi del bambino aspettavano una sola risposta. “Allora?” Loano pensava alla giornata persa, al lavoro da rimandare di una settimana, e ai lavori delle settimane successive, da rimandare a loro volta. Una seccatura, in una catena incombente quanto lo scorrere del tempo. Il bambino però gli sorrideva, suggerendo la risposta. “Sì.” aveva detto alla fine, come per togliersi un peso. Il nipote gli aveva buttato le braccia al collo, e lui, che già si era pentito, aveva rigettato il pentimento in una lacrima liberatrice.

Ci aveva pensato dopo, al mare. Esisteva per davvero? O era solo una fantasia, un’illusione. Per esistere doveva esistere; l’aveva visto in tivù, sentito nelle previsioni del tempo. “Mari da mossi a poco mossi”, diceva per lo più il meteorologo. Benché lui, il mare, non l’avesse mai visto. Non avesse mai visto niente. Talora, per lavoro, gli era capitato di andare in qualche paese vicino, in una valle circostante, una volta addirittura in città. Ma al mare mai. Non l’aveva mai attratto il mare; mai stuzzicato. Tutta quell’acqua. Neanche a tavola la sopportava, l’acqua. Il vino era l’unico liquido che poteva surrogare il liquido per definizione, la grappa.

Alcuni anni prima aveva avuto un calcolo. “Bere molta acqua.” gli aveva detto il medico. Acqua. A uno che all’ora del tè faceva merenda con pane, salame, vino della sua vigna o grappa ai mirtilli. Quando la beveva gli sembrava di annegare, e in pancia la sentiva frangersi contro gli intestini come le onde contro gli scogli. Gli era venuto il mal d’acqua. Al mare gli sarebbe venuto il mal di mare. Ma ormai aveva promesso.

Domenica mattina, col buio, nonni e nipotino raggiunsero il piazzale della chiesa, punto di ritrovo dei partenti, dove un pullman li imbarcò per l’approdo convenuto. Mentre la piattaforma mobile lasciava quelle vette incantate, che ancora specchiavano il pallore della luna, e scendeva lungo i tornanti come un’enorme, lenta saponetta, a Loano andò la testa in centrifuga. Già la notte aveva dormito male, girandosi e rigirandosi nel letto quanto la risacca sulla battigia. Stava lasciando i suoi monti, il suo gassoso liquido amniotico, e non per un’altra valle o altri monti, ma per un altro pianeta, un’altra galassia. Sarebbe riuscito a sopravvivere?

La montagna cedette ben presto alla collina, e la collina alla pianura. Loano pensò all’anno indietro. La moglie, per la prima volta, gli aveva chiesto la domenica libera per andare al mare con la parrocchia, sempre di maggio, come quell’anno. Lui, alla richiesta, c’era rimasto, poi le aveva dato il permesso, quanto a un’adolescente alla prima uscita.

“Com’è il mare?” le aveva domandato quand’era tornata, la sera, e l’aveva raggiunto a letto.

“Bello.” gli aveva risposto.

“Più delle nostre montagne?!” aveva ribattuto secco.

“No.” gli aveva sorriso, quasi per non scontentarlo.

“E allora perché andarci?” aveva concluso Loano, chiudendo le trasmissioni con la moglie e, tirata su la coperta, col mondo.

Ora, invece, quel diavoletto tentatore di Alderuccio, il nipotino, l’aveva coinvolto in un’avventura ai confini della realtà, dentro una macchina volante che l’avrebbe portato chissà dove, alla mercè di alieni e terre inospitali. Nudo, senza le armi dei suoi attrezzi da lavoro. Grattava con le dita dei piedi contro i calzini, contro le suole, come per uscire da quel cappio elastico, da quella trappola viaggiante. Un’ansia che gli si leggeva in faccia, nelle mani, strette l’una all’altra. Guardò la moglie, sveglia, e il bambino, che dormiva.

Finì per appisolarsi pure lui; ansia a parte, non era abituato a stare senza far niente. Si svegliò alle prime luci dell’alba, in quella che, dritta come uno scivolo a due corsie, doveva essere l’autostrada. Dove tante scatole di metallo, più o meno grandi, più o meno piene, superavano il pullman dandogli appuntamento a dopo o a mai. Salutandolo, in ogni caso, con un colpo di luci o un pennacchio di fumo.

Il becchettio del transatlantico nel mare d’asfalto lo fece riappisolare e ridestare più volte, avvolgendolo in un torpore aereo. Ogni volta che apriva gli occhi incontrava quelli di Varda, spalancati a mo’ di fari su di lui e su tutto ciò che si muoveva dintorno, per non perdere nulla della gita. Non aveva fatto il viaggio di nozze; solo il breve tragitto dalla chiesa al ristorante e ritorno al nido. Alla casa con annessa officina; o viceversa. Il loro regno. La loro prigione.

Si svegliò col sole che gli solleticava la fronte. Il pullman percorreva un viale alberato, le fronde degli alberi gonfie quanto criniere di leoni, a incontrarsi in una volta di foglie tremolanti che ombreggiavano la strada. Si alzò da sedere e aprì il finestrino. L’aria era tiepida, frizzante; sapeva di sale e di luce. Il cielo era di un azzurro terso, profumato.

La moglie lo vide appoggiare il mento sul finestrino e inspirare avidamente, il vento nei capelli.

“Siamo quasi arrivati.” gli disse “Ora si va un po’ in spiaggia, poi al ristorante, e nel pomeriggio a Sant’Apollinare.”

Scesero sul lungomare, a ridosso di uno stabilimento balneare. Loano stringeva la mano di Alderuccio, come per proteggerlo da quanto stava per svelarsi al loro sguardo. In realtà era lui a essere appeso a quella piccola mano, che teneva forte per vincere la paura dell’ignoto. Camminavano piano, stretti da un nodo di mani e di cuori, gli occhi fissi dinanzi. Fecero qualche breve passo, a misura di bambino, passarono lo stabilimento balneare e approdarono sul limitare del lastricato. Di fronte, la spiaggia, con la sua distesa di sabbia e, in fondo, come immensa oasi nel deserto, il mare.

“Nonno, la sabbia.” sussurrò Alderuccio.

Loano rimase in silenzio, trasognato, fissando il tratto che li separava dall’acqua. Quindi fecero entrambi un passo avanti, affondando lo scarpe da montagna nella sottile farina tiepida.

Alderuccio si chinò, ne afferrò una manciata e la depose nella mano destra del nonno. Loano l’assaporò al tatto, passandosela fra le dita. Sembrava polvere di ferro, ma più morbida, più calda. La restituì alla sabbia e s’incamminò col nipote verso la riva, sollevando piccole nuvole di polvere.

Nella marcia di avvicinamento al bagnasciuga notò accampamenti di uomini e donne sdraiati su stuoie e lettini, che prendevano il sole in costumi da bagno che celavano ben poco di quel che avrebbero dovuto -specie le femmine, che mostravano con orgoglio i trofei di cui erano dotate-, con colori della pelle che andavano dal bianco all’aragosta al bronzo. Un condominio orizzontale, multicolore, con una precisa delimitazione dello spazio di ciascuno con borse e asciugamani, usati come pipì di gatto, per marcare il territorio.

Guardava rapito, Loano, girandosi intorno, e con lui il bambino, incamerando ogni immagine che catturava la vista, e ricoverandola nell’angolo della mente dove dimorano i ricordi, perché ne avesse cura, quanto fiori in una serra. E cercando di capire, abituato mentalmente ai fiumi, da dove poteva sgorgare tutta quell’acqua, se da destra o da sinistra, e dove poteva finire. Ma non era acqua che gli scorreva davanti, ma che gli si stendeva di fronte a mo’ di tappeto, steso per invitarlo a entrarvi dentro.

Raggiunta la riva, si fermarono a fissare l’orizzonte, al pari di due esuli; due naufraghi che, aspettando che dal mare qualcuno venisse a riprenderli, si godevano la vista che dall’isola si apriva ai loro occhi. Guardavano il mare in compenetrato silenzio, quasi risucchiati, assorbiti da quelle lingue verdi-azzurre che si sopravanzavano e guizzavano ai loro piedi come se scodinzolassero, quanto un cucciolo che corre incontro al padrone per un festoso benvenuto. Lingue che in lontananza si univano, baciandolo, all’azzurro del cielo.

Guardavano quella distesa d’acqua salsa, che recava in dono conchiglie e piccoli sassi lucenti, ciascuno dei quali pareva raccontare una lunga storia, di mare e d’amore. Doni portati dalle onde, a mo’ di magi, che erano di viatico e di speranza che vi sia, nel mondo, qualcosa di bello, per cui valga la pena di vivere. Qualcosa che non si vede, ma che c’è.

Fissavano il verde-azzurro che si stagliava a perdita d’occhio; lo vedevano ondeggiare, mutare il riflesso del sole, tremolare al soffio del vento, ne respiravano l’odore denso e dolciastro, ne ascoltavano la voce in superficie, e parevano coglierne la vita nelle profondità, e condividerne il mistero e la bellezza.

Erano fermi sul bagnasciuga, stregati da quello spettacolo, ammaliati dal suo incanto, nei vestiti di quand’erano partiti. Giacca pesante, camicia di flanella e maglia della salute. Al punto da attirare l’attenzione della discinta fauna da spiaggia, che si era messa a rimirare i due intrusi, immobili come spaventapasseri.

“Bello, vero?” disse Alderuccio, rompendo il silenzio, senza distogliere lo sguardo.

“Bello.” confermò il nonno.

“Mettiamo i piedi nell’acqua?” chiese il bambino, per uscire dalla tavolozza ed entrare nel quadro.

Loano si guardò le scarpe. Per mettere i piedi nell’acqua bisognava toglierle, ma soprattutto bisognava togliere i calzini. “Dài!” occhieggiava il cucciolo d’uomo.

“Ma sì!” disse Loano. Tanto, tolte le scarpe, restava il bozzolo protettivo dei calzini; li avrebbe tenuti, e poi si sarebbero asciugati al sole.

Ma appena tolse la scarpa destra, notò che il ditone fuoriusciva dal pedule scuro quanto la grossa testa di un lumacone dal guscio. Doveva essere stato tutto quel grattare a vincere la tela di rammendi che la moglie, instancabilmente, tesseva all’altezza della testa del piede. Se non era già rotto quando se l’era messo la mattina, di fretta, col buio fuori e l’ombra del paralume dentro. Forse aveva ragione Varda, ci voleva del fil di ferro per chiudere certi buchi una volta per tutte.

Alderuccio rise nel vedere quella strana specie di mollusco uscire dal nicchio, e pure Loano non riuscì a trattenere il riso. Ma come avrebbe fatto a passeggiare con un calzino così grossolanamente bucato? Doveva buttarlo. Se lo sfilò e lo gettò in un bidoncino dei rifiuti prossimo alla riva. Si guardò i due piedi, uno foderato di nero e l’altro no. Così era perfino peggio. Si tolse anche l’altra calza e la mandò a raggiungere la prima.

Senza i suoi appoggi guantati si sentiva nudo, cieco e sordo, a suo agio come dentro la pentola di un cannibale che aveva appena acceso il fuoco. Tuttavia si mise a camminare a piccoli passi, per abituare alla nuova superficie la pianta del piede, che la mancanza del pedule rendeva più sensibile di una bilancia di precisione. Una superficie sconosciuta, infida a prima vista, ma sincera a una seconda. Camminando sentiva un leggero pizzicore sotto i piedi, un massaggio di tante morbide capocchie di spillo che, come il massaggio esercitato sul palato dal primo bicchiere di vino rispetto ai successivi, lo spingevano ad andare avanti. In prossimità dell’acqua si rivoltò i calzoni, perché non si bagnassero, e così pure rivoltò quelli di Alderuccio. Finché non vi affondò le caviglie, con l’onda che, bagnandogliele e ritirandosi, lo solleticava blandendolo quanto una maliarda, e lo invitava a raggiungerla. Acqua che poi, nel ripiegare, lo lasciava leggermente sprofondato nella rena, quasi a renderlo figlio della sabbia. Figlio del mare. Se lo sentiva addosso, sulla schiena, nella carne; un fardello lieve, senza peso, levitante addirittura, che lo faceva sentire simile a un gabbiano.

I piedi nell’acqua gli davano un senso di estasi, di felicità. La felicità di chi, raggiunta una vetta, vi pianta una bandiera sopra, come per farla propria, e a sua volta farne parte. Per tornare, mescolandovisi, a quella natura da cui un giorno il soffio vitale l’aveva fatto scaturire. Poi si girò e tornò sui suoi passi col bambino, raddrizzando a sé e al piccolo i calzoni. Loano, facendo di necessità virtù, infilò le scarpe nei piedi nudi, e con Alderuccio raggiunse la moglie e gli altri per andare al ristorante, che era nello stabilimento balneare vicino. Moglie a cui si guardò bene dal dirle dei calzini, per evitare una scrollata di testa a lui, e un cruccio a lei. Il frizzantino fresco non fece rimpiangere il rosso della vigna, né i tagliolini di mare, la grigliata di pesce e il fritto misto le pappardelle al cinghiale e la carne salada e fasoi. E nemmeno il limoncello, dopo il dolce, fu da meno della grappa.

Finito il pranzo, la comitiva, per smaltire cibo e libagioni, di nuovo si riversò in spiaggia, chi per una passeggiata sulla battigia chi per un riposino sotto l’ombrellone, in attesa della visita, prevista per metà pomeriggio, alla vicina basilica di Sant’Apollinare.

Loano e Alderuccio si incamminarono lungo il bagnasciuga, nuovamente togliendosi le scarpe, che ormai il ghiaccio era rotto, e rivoltandosi i calzoni sopra le ginocchia, rivivendo le emozioni di prima, ma amplificate dalla pancia piena e, per Loano, dai fugati dubbi sull’avversità del mare. Dalla bellezza, anzi, dal calore e dalla gioia che sapeva infondere. Finché il loro orecchio non fu attirato da un canto ammaliatore.

“Signore e signori, la motonave Aurora sta per partire per un meraviglioso giro di due ore lungo la costa. Venite. I bambini viaggiano gratis.”

La motonave era un vecchio barcone a motore, che danzava sulle onde come un’odalisca sovrappeso. La coppia si guardò sbilenca.

“Nonno, ci andiamo?!” disse il bambino illuminandosi.

Due ore. Il tempo forse c’era, pensò Loano, ma salire su una barca, andare per mare, circondati dall’acqua, con la terra lontana; tutto in un sol giorno. Non era troppo? Loano cominciò scuotendo lentamente il capo in gesto di diniego, prima di bloccarlo pupille al cielo, e sbloccarlo poi in un frenetico movimento dall’alto in basso. E si mise a correre verso la barca insieme al nipote, quasi trascinandolo, sollevandolo, mentre il piccolo urlava dalla gioia. E pure lui, con la faccia spiritata, lanciava grida gutturali, da attacco indiano alla diligenza.

“Non c’è bisogno di correre, signori; siete i primi. Io sono il comandante.” disse uno che del comandante aveva giusto il pizzo e, forse, il cappello “Sembra che non abbiate mai visto il mare.”

“E’ così!” replicò il bambino.

“Non avete mai visto il mare?!” stupì il graduato senza stellette, e allo stereofonico “no” del duo stese il braccio maestro e proruppe in un: ”Accomodatevi! La nave è vostra.”

Fatto il pieno di bipedi, come Noè dovette farlo di quadrupedi e uccelli, il barcone partì. Si allontanò piano dalla costa, poi prese velocità, cavalcando le onde di un mare placido e luccicante, sollevandosi e adagiandosi molle su di esse. La carena tranciava i flutti quanto un apriscatole, arricciandoli in una cresta spumosa. Spuma che si apriva e si chiudeva al passaggio della vecchia madama, accarezzandone i fianchi di matrona.

Avrebbe voluto abbracciarla, Loano, quell’onda bianca, quasi accecante, senza gli occhiali da sole, ma lei, al contatto con la barca, si dissolveva, come una parola non detta, un sogno svanito, per ritornare di nuovo e, di nuovo, sparire, quanto un’eterna promessa. E allora alzava gli occhi e guardava i gabbiani, che volavano intorno, tuffarsi in acqua e centrare la preda, per portarla lontano, e poi tornare. Non era difficile immaginare di essere un pesce che nuota tra i fondali, o un uccello che vola nel cielo. Non era difficile pensare che tutto fosse dono di Dio.

“Nonno!” lo risvegliò di colpo Alderuccio “Non abbiamo avvisato la nonna!”

Loano si picchiò una mano sulla fronte, prima di allargarle entrambe, in segno di resa. Era vero, non l’avevano avvisata. Ma a quel punto era fatta. Si augurò soltanto che potesse distrarla don Clauro, che in chiesa dissertava di santi come nessuno. Loro, ormai, potevano fare solo i navigatori.

In quell’istante, invece, Varda, col gruppo in procinto di avviarsi a Sant’Apollinare, si accorse dell’assenza, più che del marito, alle cui assenze era abituata, del nipote, che il figlio aveva affidato a lei e solamente a lei, e fu colta dal panico. Bloccò don Clauro, e insieme a lui corse in spiaggia e lungo il bagnasciuga, a chiedere se qualcuno aveva notato un bambino biondo in compagnia di un uomo dai capelli grigi. Di piccole teste fulve in spiaggia ce n’erano parecchie, perché a maggio erano già scese le prime avanguardie di tedeschi. Finché qualcuno non ricordò di aver notato un uomo urlante che trascinava un bambino biondo, che pure urlava, verso uno di quei barconi che portano in giro i turisti.

“L’hanno rapito!” gemette Varda.

“Rapito?!... Su una barca piena di gente?” replicò don Clauro.

“Sì, l’hanno rapito!” ripeté.

“Ma no, forse è con Loano, e stanno facendo un giro in barca.”

“Mi descriva l’uomo!” fece Varda al testimone.

“Beh, era vestito.” rispose questi “Aveva i pantaloni rivoltati… i piedi nudi...”

“Non è Loano!” l’interruppe la donna “Non può essere Loano!”

“E perché?” chiese il prete.

“Perché lui non li toglie mai i calzini!”

“Ma Varda, siamo al mare. Qui nessuno porta i calzini.”

“Tu non conosci Loano. Dobbiamo chiamare la polizia.”

Frattanto, in mare aperto, il barcone avanzava sonnolento tra i flutti, mentre il sole scaldava il sorriso dei naviganti e la brezza umida ne accarezzava i visi, e in cielo piccole nuvole bianche si univano in strane figure.

All’improvviso, il brontolio del motore e lo sciabordio delle onde contro la barca furono spezzati da un ululato in avvicinamento, e la volta celeste da lampi di giallo e arancione. In men che non si dica una lancia si avvicinò al barcone e una voce al megafono diede ordine di fermarsi.

“Cerchiamo un bambino biondo di otto anni. Si chiama Alderuccio.” gracchiò, nasale, la voce.

Loano si irrigidì, prima di sentire un formicolio lungo la schiena, mentre i punti interrogativi disegnati sulle facce degli astanti si appuntavano sul bambino al suo fianco, e poi su di lui. Acuminati come frecce.

“E’ mio nipote.” disse con un sorriso ebete a quegli occhi puntati.

“E’ qui.” gridò il comandante finto a quello vero.

“Veniamo su.” gracchiò, di nuovo, il megafono.

In breve, il comandante coi gradi salì a bordo del barcone insieme a Varda, che strinse al petto Alderuccio e fulminò con un’occhiata Loano. Poi, chiarito con la polizia costiera, che tornò a più serie questioni, il viaggio riprese come previsto, con un passeggero in più. Quindi tornarono al punto da cui erano salpati, e di qui al pullman, dove di lì a poco giunse il gruppo da Sant’Apollinare.

“Ci andremo l’anno prossimo.” disse premurosamente Loano alla moglie, che lo guardava scuotendo il capo. “A sant’Apollinare, intendo… Ma pure al mare. Magari anche prima di un anno.”

Varda spalancò occhi e bocca. I miracoli stavano diventando un evento piuttosto frequente. Poi gli schiuse un sorriso di pace.

La sera, tornati a casa, fra le montagne, con Filippo ai piedi del letto, dopo aver festeggiato il ritorno dei padroni dal lungo viaggio, Loano non si lavò i piedi né, coricandosi, mise i calzini. Tenne la sabbia fra le dita, quasi fosse una calza. Si addormentò col mare addosso, pensando all’onda bianca e al suo andirivieni, al suo offrirsi e al suo ritrarsi, a quell’abbraccio mancato. L’abbracciò nel sonno, come un’amante lontana.

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