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La cerimonia funebre

Premio “Mario Dell’Arco”, Roma 2010 - Finalista
Premio “Il poeta e il narratore”, Monselice 2009 - Finalista

“E’ morto il mio cane.” disse, un martedì d’agosto, una donna alla voce di uomo che rispondeva al telefonino del cimitero per animali “Ve lo posso portare?”

“Al momento non c’è nessuno, signora.” rispose la cornetta “Io sono via per qualche giorno, e il mio aiutante oggi è fuori a sbrigare alcune faccende. Arriverà intorno alle tre.”

“Va bene, glielo porto per quell’ora.”

“D’accordo, lo avviso io.”

Dopo pranzo, sotto il solleone, la padrona del quattrozampe partì per l’ultima dimora dell’amato, giungendo sul posto per il tempo previsto. Dopo un po’ sentì suonarle il cellulare. Era l’uomo chiamato in mattinata, il quale le disse che il treno con cui il suo aiutante doveva rientrare era in ritardo, sicché questi non sarebbe riuscito a essere lì prima delle cinque; le chiese se ce la faceva ad aspettarlo. La donna, controvoglia, rispose che l’avrebbe aspettato

A pomeriggio inoltrato, il sole ancora battente, l’addetto sopraggiunse trafelato, già sapendo, essendo stato avvisato dal suo titolare, che al suo arrivo avrebbe dovuto seppellire un cane. L’uomo si scusò con chi sapeva averlo a lungo pazientato, con questo caldo, poi; disse che con le ferrovie sai quando parti, ma non quando arrivi. Se poi parti pure in ritardo, l’arrivo diventa un miraggio, qualcosa a cui più ti avvicini, e più si allontana. Quindi aprì le gabbie che contenevano gli animali, vivi, alloggiati di fianco al cimitero, per dare al luogo un tocco di vita, di allegria. Galline, pulcini, oche, anatre, pavoni, finanche una coppia di asini. Dopodiché diede inizio alle operazioni di sepoltura.

L’uomo andò a prendere il quattrozampe dal baule dell’auto, lo cinse con un telo chiaro e lo chiuse in una cassetta di legno, poi si avviò verso la distesa delle tombe. Al suo seguito la donna, il cane del cimitero, un trovatello adottato che soleva accompagnare, a mo’ di necroforo, ogni nuovo arrivo al grande condominio di terra fino al proprio loculo, e la processione di anatre, oche, galline, pulcini, pavoni e i due asini. Un corteo funebre compunto, contrito, che di tanto in tanto rilasciava qualche verso, come per commentare con una nota di tristezza l’infausto evento, o formulare espressioni di cordoglio alla compagna del defunto, o solo esprimere a voce alta un pensiero in sua memoria. Ma forse pure d’insofferenza verso quel calore tossico. Una processione listata a lutto, se non nei colori, nelle movenze, nelle posture, e, cosa ancor più incredibile, nei visi, negli occhi sbarrati, dove pareva leggersi una pena per chi se n’era andato che sembrava potersi espiare solo spartendo il dolore di chi restava.

La donna era incredula di fronte a tanta sofferta partecipazione; mai avrebbe immaginato per il suo cane funerale più solenne, più sentito.

Giunti sulla tomba, mentre l’uomo deponeva per terra la cassetta e, preso un badile, cominciava a scavare per seppellirla, il corteo si dispose disciplinatamente in cerchio intorno alla buca che si preparava ad accogliere il quattrozampe, in un silenzio rotto solo dal gorgoglìo di trattenuti singhiozzi. Solamente alcune galline approfittavano di qualche lombrico, che la terra rimossa portava a galla, per mangiarselo. Ma era l’unica distrazione che si concedeva quella dolente corte circolare.

La padrona del cane era commossa, piangeva nel vedere una tal folla condividere il suo strazio. Tornò a casa triste per aver seppellito il suo miglior amico, ma felice per la cerimonia funebre in suo onore. Una cerimonia che non aveva mai visto neanche in chiesa. Nemmeno in quella della Certosa, la città dove seppelliscono gli uomini. Un funerale bellissimo, da augurare a chiunque si voglia bene. Da augurare a lei stessa.

Il giorno dopo la donna chiamò il titolare del cimitero; gli disse che era un benefattore, una persona speciale, un santo. Si raccomandò di ringraziare il suo addetto, perché in vita sua non aveva mai assistito a niente del genere. L’uomo ascoltò in silenzio e ringraziò a sua volta, senza riuscire a spiegarsi il motivo di tanta meraviglia. Poi telefonò al suo aiutante e gli chiese cosa era successo di così straordinario il giorno prima, poiché la pratica della sepoltura era sempre la stessa, e nessuno si era mai meravigliato tanto. Forse la poveretta era stata colta da un’insolazione, vista la protratta esposizione agli infuocati raggi solari.

Quegli rispose ricordandogli la consuetudine che aveva coi suoi animali, di non dar loro da mangiare un giorno la settimana, il lunedì, per depurarli con una giornata di digiuno – benché l’uomo al telefono non avesse mai capito da cosa esattamente dovessero essere depurati.

Ieri, martedì, si era dimenticato di dar loro da mangiare la mattina, prima di partire, e nel corso della giornata dovevano aver sicuramente finito l’acqua nelle ciotole, e quando è tornato, in ritardo per colpa del treno, col cane da seppellire subito e gli animali assetati e affamati, si è trovato a mal partito, senza sapere cosa fare. E così ha aperto le gabbie agli animali, se non altro per farli sgranchire, ha seppellito il cane, e solo dopo ha dato loro da bere e da mangiare. Chiaro che, finché non hanno bagnato la gola e riempito la pancia, non l’hanno mollato un istante, e l’hanno seguito passo passo, come attratti da una calamita, per tutti i passaggi della sepoltura.

Forse la donna si è accorta, chiese l’addetto al titolare, che gli animali non avevano ancora mangiato né bevuto?

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