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L'amore non è di questo mondo

Premio “Campagnola”, Campagnola di Brugine 2010 - 2° premio

Facendo retromarcia con l’auto, il signor Gilmo tamponò la signora Vinzia, che stramazzò al suolo, prontamente soccorsa da Oscar, il suo stazzonato compagno a quattro zampe.

All’uomo, a vedere la donna per terra, col bastardone che le impartiva l’estrema unzione con la lingua, per un attimo mancò il fiato, tanto che, quando sopraggiunse l’ambulanza, l’ossigeno fu insufflato prima a lui che a lei.

“Non è colpa mia.” protestò il signor Gilmo appena gli tolsero la mascherina “Ho guardato quando ho fatto marcia indietro. Non c’era nessuno.” disse quasi singhiozzando, gli occhi su quel grosso corpo di vecchia buttato sull’asfalto, più simile a un sacco di patate che a una figura di donna.

E difatti la signora Vinzia, che viveva in strada di ciò che raccattava nella spazzatura e metteva dentro un carrello da supermercato, il suo monolocale su rotelle, mentre il signor Gilmo stava uscendo dal parcheggio con la macchina, aveva visto una monetina giù dal marciapiede e si era chinata per raccoglierla. L’auto l’aveva toccata appena appena nel didietro, e lei era caduta in avanti a peso morto, per poi girare su se stessa e ritrovarsi a guardare il cielo a braccia aperte, come crocifissa.

“Dio mio.” sospirò la crista “Sono morta.”

“Stia tranquilla, signora, ora la portiamo in ospedale.” dissero quelli dell’ambulanza “Se ci fosse qualcosa di rotto, urlerebbe di dolore.”

In effetti i due cappotti sformati, che la donna portava uno sull’altro per proteggersi dal freddo, sopra ad altrettanti maglioni spessi un pollice, parevano aver attutito sia l’urto dell’auto che la caduta.

“Povera me.” sospirò di nuovo “Chi penserà al mio Oscar?”

Oscar, a sentire la padrona fare il suo nome, disegnò un’espressione sconsolata, gli occhi bassi dei bambini rimproverati ingiustamente. Un uggiolio garbato, quasi a non voler disturbare, fece da chiusa alla domanda.

“Ci penserò io, signora.” rispose il signor Gilmo, che, anche se non aveva alcuna colpa dell’incidente, se ne sentiva tuttavia responsabile, per la sofferenza che, pur senza volere, aveva causato a una persona già così duramente provata dalla vita. Una donna che dimorava in strada, senza più identità né rispetto di se stessa, con solo un cane per amico. Che ingiustizie doveva aver subito, o quali dispiaceri doveva aver passato per ridursi a vivere in quelle condizioni? Senza contare Oscar, la cui espressione afflitta e la complessione scarnita richiamavano trascorsi assai poco felici e un presente non troppo difforme.

Il signor Gilmo non si era mai sposato, forse perché non aveva trovato la persona giusta per farlo, forse per non rinunciare alle sue abitudini di scapolo, ai suoi riti, o per non doverli cambiare, non diversamente da tanti quattrozampe, per i quali i riti sono sacri. Nondimeno accolse di buon grado Oscar nel suo attico, apprestandogli un angolo del corridoio con uno panno dove dormire e due ciotole, una per l’acqua e l’altra per il cibo, e dividendo con lui quello che preparava per sé. In pratica aumentando le quantità di ciò che cucinava, che Oscar, pur essendo un cane, era e restava anzitutto un ospite, magari temporaneo, ma pur sempre tale, e non si davano da mangiare dei croccantini a un ospite. E i bocconi del padrone di casa, accompagnati a dosi crescenti di coccole, al nuovo arrivato parevano da sogno, dopo i chiari di luna nera vissuti in strada con la vecchia padrona, tanto che si affezionò ben presto anche al nuovo.

Il signor Gilmo, dopo l’incidente, andò a trovare la signora Vinzia in ospedale, e qui si rese conto che questa non era né così grossa né così vecchia. Ripulita dai residui della strada, con pigiama e vestaglia lavate di fresco, per quanto di fortuna e perciò non della sua misura, sembrava quasi bella, invece, di una bellezza offuscata, svilita. Forse erano addirittura coetanei. Due coetanei a cui la vita aveva tolto a ciascuno qualcosa; a lei la voglia di lottare, e a lui la gioia di vivere. Si trascinavano entrambi, come due molluschi, solo battenti bandiere diverse, mari lontani, seppur vicini.

“Mi dispiace.” le disse il signor Gilmo.

La donna scosse la testa.

“Lei non c’entra. Sono io che non so più badare a me stessa. E’ stata colpa mia.”

“Come si sente?”

Lei si guardò la punta dei piedi, le braccia, i palmi delle mani.

“Hanno cominciato a farmi gli esami. Dicono che mi rimetteranno a nuovo… E Oscar come sta?”

“Oh, Oscar sta benone.”

“Allora sto bene anch’io.” disse, e gli sorrise. Un sorriso contagioso, che fiorì anche sulle labbra di lui.

Il signor Gilmo andò ogni giorno a far visita alla signora Vinzia, e ogni giorno la scopriva più intelligente, più elegante, nonostante gli abiti improvvisati, di un’eleganza interiore, nascosta ma non meno luminosa; di una nobiltà d’animo schiva ma limpida, lontana anni luce da quella delle persone che conosceva. La trovava ogni giorno più meritevole di riscatto, di una vita più degna. E la sera, rientrato a casa, spartiva con Oscar la cena e i progressi della vecchia padrona, le confidenze, i piccoli segreti, e gli raccontava del suo desiderio, quasi il bisogno, di starle accanto, di prendersene cura. Di non lasciarla più.

E anche la signora Vinzia trovava quell’uomo gentile, premuroso nel suo interessarsi a lei, ben educato e pure simpatico, man mano che le si apriva, la faceva parte di sé, gradevole di carattere e anche d’aspetto e, poco alla volta, si era ritrovata ad aspettarlo come da adolescente aspettava il suo primo ragazzo, per uscirci insieme mano nella mano.

“Quando esce di qua può venire a casa mia.” le disse un giorno il signor Gilmo.

“Oh no, non sono pronta.” rispose lei.

“Ma cos’ha capito?” replicò lui “A casa mia ho una stanza in più. Avrà tutta la riservatezza che vuole.” La donna abbassò gli occhi. “Ci pensi; domani me lo dirà.” Lei alzò piano il viso e annuì.

Il giorno dopo il signor Gilmo, giunto nella camera della signora Vinzia, non la trovò. Forse era andata in bagno. Ma il letto era rifatto, pronto per una nuova occupante. Chiese a un’infermiera se l’avevano cambiata di piano o di stanza.

“No.” gli rispose “E’ morta.” L’uomo sentì cedere le gambe, appoggiò una mano al muro e trasse un respiro profondo, per impedirsi di piangere, o di dar di stomaco. Ne uscì un rantolo, che lo apparentò a un moribondo. “Era molto grave.” aggiunse “Non se n’era accorto?”

“A me sembrava… che stesse bene.” rispose più a se stesso che all’infermiera, lo sguardo vuoto contro la parete bianca.

“Forse” azzardò questa “lei “voleva” che stesse bene.”

Il signor Gilmo se ne andò come un automa. Tornato a casa, aprì la finestra e volò da chi l’aveva lasciato, chiedendo perdono al vento di ciò di cui non aveva colpa, mentre l’ospite a quattro zampe ululava al cielo tutto il suo dolore.

Oscar finì al canile, a raccontare ai compagni di pena la storia d’amore dei suoi padroni. Una storia che continua in un mondo diverso, dove non ci sono auto, carrelli della spesa e ingiustizie, ma solo anime.

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