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Sono stato sempre dell’avviso che è molto difficile “ingabbiare” in una etichetta qualsiasi un’opera creativa. L’arte appartiene “al tempo”, non ad “un tempo” e al di là della facile retorica penso che “Il deserto e il cactus” si sia conquistato un posto “nel tempo”.

Pietro Nigro è nato ad Avola (Siracusa) nel 1939 ed è ordinario di lingua e letteratura inglese in un liceo scientifico. Presente in varie antologie letterarie, ha ottenuto numerosi primi premi per la poesia, tra cui il “S. Quasimodo” di Augusta. S i occupa anche di narrativa e di teatro. Per la sua navigazione lirica tra le onde di moltissimi motivi che richiamano la sua infanzia, la sua terra, il suo Sud, Nigro potrebbe essere definito il “poeta della speranza”.

Si avverte una sensazione quasi fisica nei suoi versi: il suo corpo è tutt’uno con la sua terra, che sente incombere su di sé un triste destino, frutto di “retoriche promesse di vati di menzogne”.E’, questo, un grido sconsolato contro una classe dirigente miope e sorda al richiamo dei padri che “lievitano il pane con sale di lacrime”. Ma subito è speranza: “Udrò levarsi un canto di riscatto / di uomini liberi / al soffio di una tiepida brezza marina”.

Cantore delicato della natura e delle piccole cose nel poeta siciliano mi sembra di rivivere il Pascoli de “L’ora di Barga”: “Lascia che io respiri ancora aromi di pane secco d’olive e di menta / al riparo di quel muro di pietra e di roveti” …La solitudine e il contatto con la natura sono la sua pace. “Provvidi gabbiani”, “stridìo del gabbiano”, “il gabbiano sorvolerà”: il poeta identifica nel gabbiano il suo desiderio di volare e di godere della pace degli immensi spazi e del piccolo scoglio sperduto nella grande vastità degli oceani. E’ il “nulla” che affascina e nello stesso tempo atterrisce l’animo di Pietro Nigro, che innalza il canto del riscatto sociale della sua terra “arsa di sole dal sapore di lava” in nome di “germogli di speranze tra pietre fertili di sudore”.

Il verso fluido, trasparente, e le immagini semplici e cristalline, di facile effetto alla prima lettura, rivelano tuttavia all’occhio del critico un sostrato di studi severi, la confidenza coi classici antichi e moderni. Giustamente Guido Miano nella Presentazione dell’agile libriccino (è la sua prima pubblicazione: granelli d’oro di un promettente frutteto) cita Leopardi (“Mi guarda il vecchi fico”), i crepuscolari e gli ermetici (“Illusioni”, “Crisalide”): “A che vi hanno inventato occhi nuovi /se albero ne dite / d’una testa sbocciata in verdi pensieri …” Come pure è evidente, filtrato in metafore suggestive, il pensiero meditato e angoscioso di filosofie esistenzialistiche: vedi “Miraggio”, per es., dieci versi succosi in mirabile sintesi lirica, forse la più significativa, intima e luminosa gemma della raccolta:

Umido spero il labbro
di provvide gocce
dopo mille anni d’attesa
e un miraggio di verità
beve l’occhio assetato
tra i palmizi di un’oasi
dell’umano pensiero.
Ma poi che s’alza il vento
gocce di sabbia mi soffia in viso
a ricordarmi che intorno è il deserto.

Se la speranza è il tema fondamentale del respiro corale, etnico e siciliano della poesia di Nigro, la nota dominante che ogni pagina patina di dolcezza è la serenità: una conquista, una virtù squisitamente religiosa.

Recensione
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