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Annamaria Cielo, poetessa trentina dalla ultraventennale esperienza autorale, annovera tra le sue pubblicazioni numerose riedizioni, il che nell’ambito specifico di un ecosistema culturale che tende ad ignorare le voci cui ancora non sia stato eretto un mausoleo, è indice di una certa significatività, quantomeno rispetto ad un consenso di pubblico.

Amarsi è come ospitarsi è una silloge poetica che si inserisce a pieno titolo in questo percorso di scrittura che è pure di autentica ricerca spirituale, attuata con umiltà e coscienza, quell’umiltà che, per dirla con le parole dell’autrice, «sta in alto, difficile da raggiungere» e quella coscienza che «sta nello spazio d’origine, innata e viscerale, dotata di parole essenziali», proprietà centellinate con delicatezza e zelo e pur tuttavia fluenti di personalità, in un amalgama tesa ad evitare che «troppe sillabe» disperdano «l’orbita delle parole».

La poetessa della neve, così la vorremmo definire stilizzandone empaticamente un bozzetto, così a carboncino lieve, ed è lei stessa a darcene conferma: «amo la neve, | un sentimento | d’oceano bianco».

Come già Ives Bonnefoy, nella lirica “Il Giardino” e poi in altre, usò la neve come contraltare di purezza che schiude mondi a noi prigionieri, neve calpestata come “L’unica rosa” dai poteri diluenti, di contorni certi e di dolori forse, così pure la Cielo ci parla di «fiori di neve» che «si fanno giardino», ove «stretta in un panno vermiglio | una vecchia sta sulla panchina, | sdraiata, quasi senza respirare».

Neve ovunque, discreta angelica presenza curatrice, a volte «polvere innevata», ancora più ineffabile, per dirci dell’amore personale e universale, coniugale o genericamente bipolare che sia o anche parentale, questo è quanto quasi tutti ci accomuna, tuttavia vissuto e interpretato da ciascuno con una timbrica differente.

Amore che va oltre la passione, qui idea non centrale seppur presente, che diviene sicurezza, in cui meno ingenuamente, «Trovarsi fu | chiedersi aiuto», in cui l’idea di felicità, forse più consapevolmente quasi-senile (nel senso migliore, maturo e saggio del termine) assume i contorni di quella «donna fermissima sul ponte», verso la quale si approssima «Un uomo che la prende sottobraccio | con il passo di un’anima buona», un uomo forse raro ma ben presente nell’immaginario femminile, un uomo del quale si dice: «Averti è il sereno, | fare provvista di frutti | per un inverno che non so».

Neve che poi si fa nebbia, più incorporea ma densa di umidore lacrimale, talvolta malinconica, talvolta sofferente, tal’altra infine dai toni contemplativi e speculativi, quasi fosse il tramite espressivo di uno stato di preghiera che nasce dai dubbi e dall’ansia metafisica, piuttosto che dalla aprioristica fede.

Nebbia che s’invola rarefatta da «un dente rosso di fuoco», dischiudendo all’autrice, quale entità paradigmatica, la linfa della vita, «se una raffica improvvisa | mi toglie il vestito di nebbia», ad indicare comunque il peso esistenziale, presente e concreto, che rimpianti e riflessioni di una mente che non esiste epicurea nella sua ricerca, ma che si distende in ben altre sfere di elevazione e autoanalisi, deve sopportare per coesistere con, sondare e infine incontrare, la sua «anima orchestra».

Così, infatti, in “Vivere una colpa”: «è sfinirsi con le mani a mani a terra», «è la voce del freddo», «meglio sarebbe che | un lato di coscienza | si staccasse dal corpo, | guscio di mandorla, | schiacciato da una pietra», questo peso si fa greve fino a diventare drammatico in “Rimorso”, lirica in cui si vorrebbe tornare, «intessere parole | ma impraticabile è il rimpianto, | eco di una coscienza nell’inverno».

In effetti il “Sangue dei ricordi” è emblematico di una consapevolezza che nel tempo un tantino amareggia il ricordo, il quale viene reinterpretato sempre alla luce dell’oggi, espressione di una visione in cui il passato era migliore, forse, soltanto perché «Non sapevamo di tanta fatica, | né di oggi ch’è sparita la bellezza», oppure ancora, egualmente pregnante, «Dove un ciliegio vibrava leggero, | quasi bambina vestita di bianco, | oggi vedo altre verità. Oggi quei fiori | prendono dal cuore il peso della vita».

I luoghi dell’autrice, per continuare il parallelismo con Bonnefoy, sono Terre intraviste, luoghi magici, frontiera fra le righe dei fenomeni, atolli caraibici fuori dalle rotte turistiche, cui aggrapparsi: «Un’onda al vento | è così cara | che a lei mi tengo | come a nessun luogo».

L’autrice, consapevole che vivere è sacrificio, per lo più con poche ricompense, forse introversa come luna in un pozzo, sembra ricercare una pace interiore che la conduca oltre i marosi in tumulto, un luogo immaginario ove «non avrò più ombra a trattenere l’anima», ombra che qui ci pare abito corporale, zavorra dozzinale a contrastare la gravitazione universale ed impedirci così, mongolfiere animate, di spiccare il volo: «Anche la poesia, quanta fatica | per dire il luogo vivente | dal mio profondo marino».

Durante questo percorso evolutivo giunge all’ideazione di alcuni rimedi in proposito: «Pensare lontano dà quiete», «nel crudo susseguirsi degli eventi | rovesciare le importanze, | fiaccarle è il rimedio. Così seguendo i prati | si arriva alla quiete | e il dolore si perde».

Citiamo in ultimo il mare, metafora archetipica certamente frequentata da molti in poesia, dunque argomento difficile da trattare senza scadere in una banalità, al quale l’autrice invece, si riferisce con un picco d’originalità: «Del mare amo | i viali delle onde | quando il canto è la pazienza | che toglie peso all’infinito».

Ci uniamo a questo sensibile spirito in cammino, incapace di mentire alla sua coscienza spirito-guida, augurandole possa raggiungere la meta: «E tutto ciò che penso | è appartenere | a qualcosa di più grande, | senza notte né dolore».
Recensione
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